The voice of Hind Rajab – la recensione del film sul genocidio che ha conquistato Venezia 

Fa il suo debutto a Venezia 82 The voice of Hind Rajab, il film vincitore del Gran premio della giuria dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Prodotto dalla Mime Films, Tanit Films, RaeFilm Studios, JW Films Production e, tra i tanti produttori esecutivi, da Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Alfonso Cuarón, la toccante pellicola uscirà il 25 settembre nelle sale italiane, distribuita da I Wonder Pictures. Noi di The Soundcheck abbiamo visto il film in anteprima e ve ne parliamo qui, in questo articolo! 

29 gennaio 2024. 
La guerra imperversa a Gaza, mentre lo sfollamento e le brutali stragi della popolazione compiute dai soldati continuano. 

Nel Nord della città, una famiglia rimane vittima un attacco armato. Nella macchina distrutta dai proiettili cala il silenzio. Solo Hind rimane in vita, il suo cuore continua a battere, sempre più forte. 

Qualche minuto dopo, nel centro operativo della Mezzaluna Rossa, ʿUmar e gli altri volontari riceveranno una chiamata che stravolgerà le loro vite: in una vera e propria corsa contro il tempo, il disperato tentativo di salvataggio di Hind Rajab mostrerà loro – e a noi tutti – la spietata crudeltà del genocidio che si sta consumando in Palestina. 

La funzione politico-sociale del cinema: il racconto della realtà 

Talvolta l’obbiettivo del cinema è quello di inventare storie, altre volte quello di farle conoscere. 
E il racconto che The Voice of Hind Rajab ci propone è quanto di più vicino alla realtà ci possa essere, nonostante ci farebbe molto più comodo il contrario. 

Perché questa storia non è frutto di finzione. Questa storia è verità. 

Una denuncia dalla portata spaventosa, che ci induce non solo ad aprire, quanto letteralmente a spalancare gli occhi davanti all’orrore che l’essere umano è in grado di generare. Dinnanzi al quale tutto tace, poiché le parole risultano inadeguate per descriverne l’atrocità. Per descrivere il genocidio che si sta consumando in Palestina. 

Il Cinema diventa qui uno strumento di denuncia. Una condanna alla violenza, alla carneficina e a tutto quel male di cui si sta macchiando l’essere umano.
Un orrore di cui siamo tutti complici.

L’arte si fa testimonianza di tutte quelle urla, quei pianti, gli spari e la fame. Di tutto quel sangue versato che irrora – che impregna – come un fulgido fiume scarlatto la Terra Santa. 

The Voice of Hind Rajab ci porta a conoscere la storia di Hind, la sorte disumana di una bambina divenuta il simbolo di tutte le anime spazzate via dall’incomprensibile follia genocida israeliana. Perché, come diceva Primo Levi il secolo scorso, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” 

E il Cinema, attraverso la sua potenza immersiva, è sicuramente lo strumento più adatto, in grado di risvegliare le coscienze scuotendole dal torpore in cui sono sprofondate.  

I potenti interrogativi etici del film

Ma The Voice of Hind Rajab ci pone anche davanti ad ulteriori interrogativi etici, che ci spingono a riflettere sulle decisioni e sui comportamenti assunti dai protagonisti, portandoci ad empatizzare con questi ultimi e a chiederci se ci saremmo comportati diversamente. 

Così la scelta di mettere a rischio le vite dei soccorritori per salvare a tutti i costi Hind dal suo inevitabile destino, o la decisione di aspettare l’autorizzazione ufficiale prima di intervenire diventano questioni spinose, di importanza fondamentale e prioritaria, nonché eticamente complesse.

La vita di un singolo – anche quella di una bambina – vale più di quella degli stessi soccorritori?
Esiste un dovere di intervento inderogabile?

Le posizioni di ʿUmar e di Rana si scontrano con quella di Mahdi, che vuole aspettare a tutti i costi il coordinamento prima di far intervenire i volontari. Mostrandoci come tutto ciò che diamo per scontato in realtà non lo sia affatto e come una decisione apparentemente immediata presupponga infiniti passaggi burocratici, autorizzazioni e permessi. Tutte queste dinamiche – a noi completamente estranee – aprono le porte di un mondo che non ci appartiene. 

Un mondo dove diritti, vita e libertà non sono mai dati per scontati. Un mondo dove ogni individuo lotta ogni giorno per sopravvivere. 

Perfino una bambina di 6 anni. 

Un film necessario

The Voice of Hind Rajab si presenta, dunque, come una pellicola non solo imperdibile, ma soprattutto necessaria. Imprescindibile come mai prima d’ora, in tempi come questi in cui troppo spesso si tendono a confondere le morti e le uccisioni provocate dalla guerra con un crimine ben più grave, che si sta verificando tutt’ora in Palestina. 

Quello del genocidio, definibile come “un insieme di atti commessi con l’intenzione di annientare, del tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale, etnico o religioso, attraverso una serie di misure che includono l’uccisione e il danneggiamento fisico o mentale. Ma anche l’imposizione del trasferimento dei bambini con la forza a un altro gruppo, nonché quello di intollerabili condizioni di vita e di misure che impediscano la nascita e lo sviluppo della popolazione stessa”. 

Come la confisca dei ventilatori inviati agli ospedali, necessari a garantire la sopravvivenza dei neonati palestinesi. O la presenza di oppiacei nelle scarse razioni di cibo distribuite agli sfollati, la confisca dei territori della Cisgiordania da parte di coloni armati, l’uccisione di medici, soccorritori e giornalisti attuata dall’esercito e, più in generale, l’occupazione militare illegale condotta dal Governo israeliano da 57 anni sul Territorio palestinese. 

Orrori incancellabili, di cui siamo tutti complici e per i quali, prima o poi, qualcuno sarà tenuto a rispondere. Una delle più grandi sconfitte a livello umano, questa volta sotto gli occhi di tutti. 

“Al centro di questo film c’è qualcosa di molto semplice e molto difficile da tollerare. Non posso accettare un mondo in cui un bambino chiede aiuto e nessuno accorre. Quel dolore, quel fallimento, appartiene a tutti noi. Questa storia non riguarda solo Gaza. Parla di un dolore universale. E credo che la finzione (soprattutto quando attinge a eventi verificati, dolorosi, reali) sia lo strumento più potente del cinema. Più potente del rumore delle ultime notizie o dell’oblio dello scorrimento. Il cinema può conservare una memoria. Il cinema può resistere all’amnesia. Possa la voce di Hind Rajab essere ascoltata”

Kawthar ibn Haniyya, la regista 

L’ambientazione composta esclusivamente da interni collocati tra gli uffici della Mezzaluna Rossa e la mancanza di riprese nella città distrutta – vero intangibile centro di sviluppo dell’azione – non fanno che accrescere quel senso di angoscia e di terribile impotenza nei confronti di una situazione che risulta, su tutti i fronti, intollerabile. Ciò, unitamente all’utilizzo delle vere registrazioni telefoniche di Hind, contribuiscono a costruire una narrazione non solo verosimile, ma quanto più possibile reale.

Riportandoci lì, tra disperazione e lacrime, a quel terribile 29 gennaio. 

Il mancato Leone d’oro 

A Venezia il film non è di certo passato in sordina, facendo intercetta di premi – con la vittoria del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, ma anche del Leoncino d’Oro Agiscuola, la Segnalazione Cinema For UNICEF e il Premio Arca Cinemagiovani – e diventando a tutti gli effetti il film evento di questa 82ª edizione. 

Tuttavia, il mancato conferimento del Leone d’oro da parte della Giuria ha fatto storcere il naso un po’ a tutti qui al Lido, considerata non solo l’eccellente realizzazione della pellicola dal punto di vista tecnico, ma, soprattutto, il suo significato estremamente attuale. Il valore intrinseco dell’opera stessa, il cui riconoscimento del premio più altisonante avrebbe sicuramente rappresentato un forte segnale, una presa di posizione dura e risoluta, fondamentale di questi tempi. 

The Voice of Hind Rajab arriverà in sala a partire dal prossimo 25 settembre, rappresentando un evento imperdibile per tutti: un momento di riflessione sulla brutalità e l’insensatezza dei nostri giorni, su una “guerra” che guerra non è e che non dovrebbe esistere.  

Un’ultima occasione per ascoltare la voce di Hind Rajab e raccogliere quel testamento macchiato di sangue che la sua morte ci ha lasciato. 

a cura di
Maria Chiara Conforti

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