Bush, “I Beat Loneliness”: manuale di sopravvivenza per cuori in overdrive

Bush - recensione dell'album I Beat Loneliness del 2025

Non si vince la solitudine quando certe ferite non vogliono guarire. Tornano i Bush con un nuovo album dedicato a chi attraversa la vita con le orecchie piene di rumore e cicatrici in quattro quarti

Gavin Rossdale (voce e chitarra) ha quasi sessant’anni, una voce che gronda ancora teen spirit e il talento innato di scrivere dischi come se stesse rovistando nel proprio cassetto dei medicinali.

“I Beat Loneliness” è questo: un disco di sopravvivenza emotiva, non un trionfo. Un diario scritto con chitarre distorte in piena notte, quando la stanza trasuda silenzio e le parole sono coltelli da maneggiare con cura.

Proprio come ha raccontato a Kerrang!: “È il mio disco più personale. Mi sentivo in una spirale, un isolamento emozionale. Ho voluto scrivere una cosa reale, onesta, senza edulcorare nulla.”

E, in effetti, non c’è zucchero di canna in questo Mojito. Solo ruggine, sangue coagulato e qualche lampo di luce intermittente. Un’ossessione che pulsa in ogni brano: la solitudine come spettro, come specchio, che si incide addosso senza pose o nostalgie.

La forma della rabbia, il suono della frattura

Nati a Londra nel 1992, i Bush sono sempre stati un’anomalia geografica: britannici nei passaporti, ma con il suono distorto e viscerale del grunge americano. Con “Sixteen Stone” (1994), tra Glycerine e Machinehead, hanno sfondato oltreoceano, diventando sei volte platino negli States. Poi “Razorblade Suitcase” (1996), prodotto da Steve Albini, ha accentuato il lato oscuro: meno hit, più carne viva.

Col tempo il sound è diventato meno sporco, più interiore: un ponte nervoso tra grunge, alternative e hard rock. Dopo otto anni di silenzio, nel 2010 la band è tornata stabilmente, lasciando dietro di sé una scia di dischi come schegge.

Nel 2025 arriva il decimo album in studio, “I Beat Loliness”: il più nudo e vulnerabile. E forse, proprio per questo, il più vivo. Registrato con Erik Ron, già produttore di Panic! at the Disco, Papa Roach e Staind, le dodici tracce seguono una logica bipolare – abrasiva quanto liquida – con una produzione che esalta le imperfezioni invece di lucidarle.

Gavin Rossdale, Chris Traynor (chitarra), Corey Britz (basso) e Robin Goodridge (batteria) non cercano la perfezione. Inseguono la verità dentro l’errore, il riff che trema, il groove che sbanda, la voce che incrina.

Viaggio al termine della notte

Si parte con Scars, passo incerto e sincopato, come una corsa sotto un brutto temporale. Fragilità mentale e tentativi di connessione diventano confessioni e gesti di cura: le cicatrici non sono una vergogna, ma prove di sopravvivenza e memoria. “Pain is a focus for release” suona come un ditkat inciso sulla pelle.

La title track, I Beat Loneliness, è un respiro che diventa mantra e poi urlo soffocato: caduta, lenta risalita, convivenza forzata con la propria voce interiore.

I beat loneliness
And the night came in
I beat loneliness
Like there’s nothing left

The Land of Milk and Honey è la parentesi politica: la promessa di abbondanza si rivela un miraggio corrotto, dove il latte è annacquato e il miele sempre più amaro: “Fire does what it wants” è l’unica legge.

C’è spiritualità, ma zero dogma. We’re All the Same on the Inside scava nella vulnerabilità e nel bisogno di connessioni autentiche: “A pocket of angels but a headful of sorrows”. Poi l’avvertimento, secco: “Don’t stand on my blind side”. Non colpirmi nelle mie debolezze.

Tra I Am Here to Save Your Life e 60 Ways to Forget People c’è lo stesso nucleo: conflitto interiore, disillusione e voglia di redenzione. “If you see Buddha, kill him. If you see God, you’re tripping” è una chiamata a smettere di cercare salvezza fuori di sé. Siamo tutti persi nel nostro percorso ma uniti da una certa nonché ostinata umanità.

Il cuore del disco pulsa in Love Me Till the Pain Fades: il desiderio di guarire per mezzo di un’attenzione, un sollievo o un sentimento che ci accompagni durante il dolore. Subito dopo, We Are of This Earth usa la natura come crocevia per raccontare legami e separazioni, senza anestetici.

Everyone Is Broken è il manifesto: da scrivere a matita sui muri dei bagni pubblici per ricordarsi che nessuno è integro. Don’t Be Afraid e Footsteps in the Sand si intrecciano nello stesso buio: relazioni incerte, passi che il mare cancella, vetri fragili che riescono a non rompersi del tutto (e nonostante tutto).

Si chiude con Rebel with a Cause, lettera pop che sembra uscita da Dawson’s Creek più che da Woodstock del ’99: patinata, quasi troppo, ma con dentro il sogno di un luogo senza guerre né barriere emotive. Forse la vera ribellione, oggi, è proprio questa.

La solitudine perché c’è?

Fin dagli esordi, i Bush hanno avuto un tempismo da orologio rotto. La loro condanna, o fortuna, è di non aver mai azzeccato il trend giusto, lasciando comunque una traccia tra le innumerevoli band degli anni ’90.

“I Beat Loneliness” è un disco che non aggiunge quel quid in più alla carriera del quartetto inglese, colpendo più per le tematiche affrontate che per le sonorità. Nella prima metà regge bene: lontano dalla freschezza degli inizi, ma onesto fino al midollo ed apparentemente in linea con l’ottimo “The Art of Survival” del 2022″.

Scorre solido fino alla sesta traccia e poi, da We Are of This Earth in avanti, si salta direttamente ai contorni senza passare per i secondi piatti: nasce così una “ballad salad” di brani che, presi singolarmente, funzionano, ma in sequenza interrompono il ritmo rock e precipitano in una sorta di siesta ipotensiva, lasciando addosso una sensazione di altalena emotiva.

Eppure, chi dirà di non riconoscersi in questi testi, mente. Siamo tutti esseri umani che vivono per non sparire in un canto notturno che non chiede applausi, ma compagnia. E quella frase, “Love me till the pain fades”, resta lì, inchiodata nei titoli di coda come un biglietto scritto a mano infilato sotto la porta.

La solitudine non si batte. Ma possiamo imparare a farci pace.
E, ogni tanto, metterci su un disco.
Questo.

a cura di
Edoardo Siliquini

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di Edoardo Siliquini

Nasce a metà degli anni Ottanta, nell'anno in cui Marty McFly ha dimostrato che anche il tempo è un'opinione. Sole in Gemelli, Ascendente in Leone e una naturale predisposizione a riempire casa di libri e musicassette d'epoca. Suona un Fender Precision, beve caffè amaro e preferisce le scale agli ascensori. I suoi bassisti di riferimento sono Simon Gallup, Jeordie Osborne White e Gianni Maroccolo. È in perenne ricerca del primo albo originale di Dylan Dog al giusto prezzo. In fondo, la vita è negoziare.

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