Willie Peyote – Rock in Roma – 8 luglio 2025

Willie Peyote torna nella Capitale e si porta dietro dieci anni di sarcasmo sabaudo, ferite ben pettinate e flow da educazione sentimentale rovesciata. Cronache da una nave che affonda

C’è quella luce sporca da cinema neorealista e l’aria è stranamente fredda per essere luglio, con quel sapore da felpa post sbornia. I bicchieri di birra si appannano tra mani nervose e chiacchiere a metà, facendo del loro meglio per confondere le stagioni. L’Ippodromo delle Capannelle si presenta così: un melting pot di corpi e intenzioni, gente che ha ben chiaro che questa non è solo musica. È l’attimo che anticipa l’ennesimo “serve flessibilità, ma senza pretese” o “siamo tutti sulla stessa barca (mentre affonda)”.

Apre Pugni, one-man band pisano classe 1993, chitarra acustica e pensieri in tasca: sarà poi anche corista sul palco di Willie, come a suggerire che la voce è una sola, ma può avere più facce.

Ironia armata e nessuna comfort zone

Willie sale sul palco come si entra in una stanza già vissuta: senza effetti speciali, ma con presenza. Cappello in testa, bermuda e faccia da “sono stanco ma ci credo ancora”.

Parte subito Che bella giornata, preceduta dal voice off che urla “C’è da spostare una macchina”. L’Orchestra Sabauda disegna il suono come un collettivo jazz-funk: precisa ma mai didascalica.

Da lì in poi, più che un concerto, è un flusso collettivo di sarcasmo e nevrosi, dove l’ironia non è evasione ma terapia d’urto. Willie non canta per piacere. Canta per disturbare. Ogni battuta è una lama, ogni risata è una difesa. Il pubblico applaude, ride, pensa poi ride di nuovo. A tratti si vergogna.

La voce è roca, il flow è stanco – ma non perché lui lo sia. È stanco il mondo che racconta e, come un oratore nichilista, si muove a metà tra il cantautorato e la stand up per disillusi.

Amore, politica e gin tonic

Il nuovo disco “Sulla riva del fiume” scorre tra i classici senza inciampare, mentre sullo sfondo si celebrano dieci anni di “Educazione sabauda” – secondo disco e primo schiaffo al quieto vivere.

Si parla di politica con disincanto, ma senza arretrare. La denuncia con la cassa dritta, esporsi senza retorica: sul palco, la lucidità ha il volto sudato di chi non si è ancora rassegnato.

Si canta d’amore, ma con una vena di decadentismo punk. Amore come fallimento, come esilio emotivo, dove non rimane nient’altro che dissimulare la propria corazza: “Per salire sul palco mi serve un gin tonic. Così mi sento meno nudo”.

Nel mezzo, Ditonellapiaga si staglia per spaccare la notte con una presenza magnetica. Nessun duetto studiato, nessuna patina pop: solo l’urgenza di due voci che si annusano, si riconoscono e poi tornano ognuna nel proprio disincanto. Su Chissà e Un tempo piccolo, cover immortale del maestro Franco Califano, è come se si parlassero da lontano. La pelle viva sotto gli in ear monitor, la malinconia che non ha bisogno di spiegazioni.

La rabbia che non stona

Willie ti prende in giro, ma con tenerezza. Come solo un amico può fare, ti abbraccia e si confida: “Fidati, sto male anch’io”.

Il momento più amaro? Grazie ma no grazie, un brano camaleontico che diventa meme e balletto per TikTok, ma che nasconde un’analisi politica più affilata di un editoriale. Altro che tormentone Sanremese. È il manifesto della generazione che non ci casca più. Forse.

Il bis è una piccola rivolta: Semaforo, Mai dire mai (La Locura), E allora ciao.

Il pubblico salta ma non è pogo. È metafora politica. È la voglia di far crollare un palazzo costruito sull’ipocrisia e sull’ottimismo tossico.

In fondo, scrive per farti entrare. Dentro la realtà, dentro il tuo disagio, dentro la consapevolezza che ridere può essere un atto sovversivo. Non ti offre vie di fuga. Ti restituisce uno specchio. E se ti fa incazzare, vuol dire che sta funzionando.

Scaletta

Che bella giornata
Sulla riva del fiume
Polvere
Giorgia nel Paese che si meraviglia
Io non sono razzista ma…
Buon auspicio
Portapalazzo
Next
Metti che domani
Willie Pooh
Chissà (con Ditonellapiaga)
Etichette
Un tempo piccolo (con Ditonellapiaga)
Giusto la metà di me
Aglio e olio
Oscar Carogna
Friggi le polpette nella merda (cit.)
Glik
La tua futura ex moglie
C’era una vodka
Ottima scusa
Le chiavi in borsa
Grazie ma no grazie
Semaforo
Mai dire mai (La Locura)
E allora ciao

A cura di
Edoardo Siliquini

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