Dopo l’ottima accoglienza alla Berlinale, arriva al cinema giovedì 5 giugno “Aragoste a Manhattan”, una commedia irriverente e brillante diretta da Alonso Ruizpalacios. Nel cast multietnico e di grande talento, anche la candidata all’Oscar Rooney Mara.
Nonostante la popolarità dei kitchen drama, sempre più crescente negli ultimi anni, Aragoste a Manhattan (La Cocina, il titolo originale) è un’opera diversa, vibrante, caotica, sagace e poetica. Tratta dalla pièce teatrale The Kitchen di Arnold Wesker (di cui il regista è prima di tutto un grande estimatore), la pellicola porta a riflettere sul rapporto tra il sistema gerarchico all’interno delle cucine – o di qualsiasi altro luogo di lavoro – e una più ampia e complessa divisione sociale.
Benvenuti al The Grill
Il film è interamente ambientato nell’affollatissimo The Grill, un ristorante turistico a pochi passi da Times Square, dove cuochi, assistenti e cameriere lavorano senza sosta nel caos e nella monotonia di un servizio sempre uguale a se stesso.
Al di là dei ritmi serrati e le corse contro il tempo, qui si dipanano anche storie di vita. Come quella romantica e complicata di Pedro (Raul Briones), un cuoco messicano in attesa del visto, e Julia (Rooney Mara), una cameriera americana. Quando Julia scopre di essere incinta, Pedro cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino, con la speranza di un futuro insieme.
La vicenda si complica, però, quando Rashid (Oded Fehr), il proprietario del locale, scopre il furto di un’ingente somma di denaro sottratta dalla cassa e si convince che il colpevole sia proprio uno dei suoi dipendenti.
Il compito di introdurre lo spettatore al racconto è affidato allo sguardo consapevole ma speranzoso di Estela (Anna Diaz), una giovane leva alla ricerca di un lavoro in cucina. Il suo arrivo a New York, nei primi istanti del film, è solo un assaggio dell’esperienza che segue, in una mescolanza di voci, rumori, culture ed etnie. A questa si contrappone inaspettatamente l’atmosfera del ristorante, solo in quel momento ancora chiuso al pubblico.
Varcare la soglia del The Grill significa lasciarsi alle spalle il traffico della città per ritrovarsi altrettanto disorientati nella confusione di una cucina in cui il rischio di perdere il controllo è continuamente dietro l’angolo.

La regia di Ruizpalacios
Dopo Gueros (2014), Museo (2018)e Una película de policías (2021), grazie ai quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti, Alonso Ruizpalacios confeziona magistralmente una storia ricca di intuizioni e colpi di scena. Non solo racconta in modo impeccabile le differenze culturali che emergono inevitabilmente in un ambiente così strutturato, ma segue anche i suoi personaggi con introspezione, descrivendone i momenti più intimi, le sensazioni, gli sguardi e le reazioni più umane.
Anche i silenzi giocano un ruolo fondamentale. Ci ricordano che, oltre all’ansia e alla frenesia che regnano nel ristorante, ci sono speranze, paure e aspettative che si ha l’esigenza di condividere, per non perdersi nell’incertezza e nella precarietà della condizione lavorativa in cui si trovano le persone coinvolte.
La macchina da presa si avvicina lentamente ai personaggi e porta il pubblico a scoprire il legame tra Julia e Pedro, in una sequenza in cui si osservano attraverso il vetro di una vasca di aragoste, o il rapporto burrascoso tra alcuni membri della brigata. O ancora, il tentativo di affermare se stessi come esseri umani, al di là delle regole imposte all’interno di un sistema così rigido e poco tollerante.
A tal proposito, è emblematica la conversazione sui sogni tra alcuni personaggi in un vicolo, in una delle rare pause dal lavoro. Quando Pedro chiede ai colleghi quale sia il loro sogno più grande, nessuno di loro conosce realmente la risposta e nemmeno come esprimerla.
Stile e scelte tecniche
Come parte di una macchina infernale che toglie persino il tempo di pensare, i dipendenti del The Grill perdono la capacità di essere presenti a loro stessi, ai propri desideri e al mondo circostante, ormai troppo distante dal microcosmo della cucina. La regia di Ruizpalacios è perfettamente in grado di cogliere il senso di oppressione in un ambiente così limitato e di rappresentare, al contempo, un caos controllato in cui ogni attore coinvolto ha un ruolo ben preciso.
Di contro, la scrittura alleggerisce a più riprese l’agitazione che pervade il locale, con l’introduzione di battute divertenti e scene al limite dell’assurdo, mantenendo ben salda la componente ironica e canzonatoria.
La fotografia di Juan Pablo Ramirez (Where the tracks end, Without Havana) e una serie di scelte stilistiche particolarmente curiose rendono la narrazione scorrevole e mai banale. Le immagini in bianco e nero, il montaggio dinamico e a tratti scattoso, l’uso degli effetti sonori e della musica jazz alternata a brani corali e un lungo piano sequenza carico di tensione sono solo alcuni elementi che fanno di Aragoste a Manhattan un’opera avvincente e spietata.
Un cast da 10 e lode
Contribuisce alla riuscita del film un cast eterogeneo e multietnico, dove spicca indubbiamente la bravura dei protagonisti Raul Briones (Una película de policías, Mano de hierro), nei panni di Pedro, e Rooney Mara (Millennium – Uomini che odiano le donne, La fiera delle illusioni, Women talking) che interpreta Julia. Nonostante colpiscano anche l’intensità e l’enorme talento dei comprimari.

Tra questi emerge la giovanissima Anna Diaz, che dà spessore al personaggio di Estela: delicata, ingenua e razionale, è forse l’unica in grado di mantenere un certo distacco dall’ambiente circostante e a non cadere nella morsa della follia. La recitazione è, in generale, di altissimo livello e anche i ruoli più “marginali” completano perfettamente le peculiarità del contesto in cui si sviluppano e, soprattutto, si scontrano.
“Ho iniziato a fantasticare su questo film quando lavoravo come lavapiatti e cameriere al Rainforest Café nel centro di Londra, durante gli anni dell’università. È stato anche il periodo in cui ho letto per la prima volta l’opera teatrale di Arnold Wesker. Quello che mi ha colpito è il complesso sistema di caste che ancora esiste nelle cucine e che è parte essenziale del loro funzionamento. Come per l’equipaggio di una nave, la gerarchia non è qualcosa che viene presa alla leggera dietro le porte di servizio di un ristorante”.
Alonso Ruizpalacios
Conclusioni
Se si pensa che il lavoro nobiliti l’uomo, Aragoste a Manhattan è un esempio inequivocabile di come non ci sia nulla di elevante nelle condizioni più o meno imposte all’interno del The Grill. Il trambusto della cucina culmina in una moltitudine di voci e rumori che sconfinano nella sala da pranzo.
Mentre si assottiglia sempre di più la linea immaginaria che divide il “dietro le quinte” dalla tranquillità della clientela, in cucina cresce l’abisso tra immigrati e americani, manager e dipendenti, tra chi comanda e chi esegue gli ordini.
Chi ha visto e apprezzato The Bear troverà nell’opera di Ruizpalacios simili intenzioni, ma un’impostazione molto diversa: in quest’ultimo caso l’idea di raccontare “cosa succede realmente in questo tipo di locali” si sposa con il punto di vista di chi proviene “dal basso”.
Il livello di pressione a cui tutti sono sottoposti, indistintamente non deriva direttamente dalla volontà di mantenere salde le sorti del ristorante, ma dalla necessità di sopravvivere in una società divisa e ingiusta. I cuochi preparano in modo disinteressato piatti sempre uguali, il lavoro è duro e meccanico e non c’è novità o sperimentazione.
C’è forse spazio per una vita diversa o per la possibilità di sognarla: è quello che sembra suggerire la relazione tra Pedro e Julia, una piccola parentesi rosa – anzi blu, e al cinema scoprirete perché – nel nervosismo di un mondo troppo veloce e indifferente.
a cura di
Sofia Vanzetto

