Il film A Complete Unknown di James Mangold, uscito nelle sale italiane il 23 gennaio, sembra aver conquistato pubblico e critica. Fra i giovani sembra sia scoppiata una dylanmania, che commuove anche il cuore di genitori boomer, grazie all’interpretazione dell’attore idolo generazionale Timothèe Chalamet. E i numeri lo confermano. Secondo Spotify, negli Usa A Complete Unknown ha fatto crescere del 110% la scoperta del catalogo di Dylan da parte degli utenti Gen Z.
James Mangold non è nuovo a intensi racconti biografici. Nel 2005 diresse Walk the Line – Quando l’amore brucia l’anima, biopic su Jhonny Cash splendidamente interpretato da Joaquin Phoenix e Reese Whinterspoon. Johnny Cash che rivive anche in A Complete Unknown grazie alla performance di Boyd Holbrook.
Il regista americano, quindi, conosce bene la materia. E la Searchlight Pictures non ha certo badato a spese, per far rivivere gli anni dal 1961 al 1965 narrati nel film. La rappresentazione di una stagione nuova, la musica come traino, anni tumultuosi dove canzoni come “Master of War” o “Hard Rain is gonna fall” avevano l’effetto di parole di fuoco e la rivendicazione di diritti finora negati.

Una stagione cruciale per la musica popolare e Dylan, inconsapevolmente, aveva inoculato un messaggio di verità nelle canzoni che influenzò una delle band più famose del periodo come i Beatles. Da testi ingenui su anelli di fidanzamento da regalare, i testi di Lennon e McCartney passarono alla ricerca di aiuto e ricerca di indipendenza.
E poi il presunto tradimento di Dylan verso i cultori del folk. Edward Norton nei panni di Pete Seeger ben rappresenta la meraviglia nell’ammirare la grandezza di Dylan come una sorta di messia. Poi invece l’amarezza nel vedere quello stesso ragazzo abbracciare il rock’n’roll come forma di espressione e libertà compositiva.
Come dicevamo all’inizio, gli appassionati di Dylan, definiti da qualcuno dylaniati, hanno mosso diverse critiche riguardo alle inesattezze storiche di A Complete Unknown. La narrazione è basata sul libro di Elijah Wald The Day Bob Dylan Took the Electric Guitar . Diciamo subito che, nonostante alcune “licenze poetiche”, la narrazione si sforza di essere il più realistica possibile. Però vediamo insieme le inesattezze.
L’incontro con Woody Guthrie
Woody Guthrie è stato un grande ispiratore nella formazione musicale di Bob Dylan. Il primo a cantare di diseredati nell’America del progresso adottando la formula del folk, la canzone diretta e senza fronzoli che arrivava alla gente comune. Arrivato a New York, Dylan va effettivamente a cercare Guthrie, ma nella casa di famiglia a Howard Beach, Queens. In seguito, si sposta a casa dei suoi badanti, Bob e Sidsel Gleason, a East Orange, New Jersey, dove Guthrie trascorreva i fine settimana e dove Dylan lo incontrò per la prima volta.
Tuttavia, al momento del loro incontro, Dylan non aveva ancora scritto Song To Woody . La canzone fu scritta in seguito, ispirata dal tempo trascorso insieme durante i loro primi incontri.

Sylvie Russo è un personaggio inventato
Altra inesattezza riguarda la sfera sentimentale del cantante. La prima ragazza con cui Dylan stringe una relazione in quegli anni non si chiama Sylvie Russo (interpretata da Elle Fanning), ma Suzie Rotolo, divenuta famosa per essere comparsa sulla copertina di “Freewhelin’ Bob Dylan“. Sembra sia stato lo stesso Dylan a voler “proteggere” il nome di Suze Rotolo con uno “scudo” di finzione. Probabile che la scena del cinema e delle stelle, molto romantica, sia stata inserita dallo stesso Dylan secondo una richiesta fatta al regista.
Il fischietto della polizia
Il fischietto usato nella canzone “Highway 61 Revisited” non fu acquistato da Dylan da un venditore ambulante, ma era un cimelio usato dal tastierista Al Kooper.
“All’epoca, indossavo quel fischietto della polizia al collo come una collana. Mentre registravamo la canzone, mi suonava benissimo. Ho preso la collana, l’ho messa al collo di Bob e ho detto: “Suona questo invece dell’armonica. Ed è così che è successo.“
I don’t believe you…you’re a liar
E veniamo all’episodio più discusso. La scena al Newport Folk Festival, dove Dylan si presenta sul palco con un set elettrico, scandalizzando gli organizzatori del Festival e, soprattutto, il pubblico. Nel film uno spettatore si rivolge a Dylan gridando “Giuda!”. Dylan risponderà in maniera sfacciata: “Non ti credo…sei un bugiardo”, incitando poi la band con un “Play It Too Loud!”. In realtà la scena è avvenuta davvero a Manchester, durante il tour in Inghilterra, al Free Trade Hall di Manchester il 17 maggio 1966

Spezzando una lancia a favore di Mangold, non è facile condensare in due ore e venti un periodo tanto cruciale nella storia della musica, dove un grande cantautore come Dylan costruisce e definisce la sua figura artistica. Un esordio folgorante, una semplice chitarra e un ragazzo di appena vent’anni che con i suoi testi e le sue canzoni anticipava i tempi, rivoluzionando il panorama musicale. Ma Dylan ha scelto la strada del personaggio sfuggente, di “A Complete Unknown“. Ha messo in un angolo la chitarra acustica per abbracciare il rock’n’roll, suo primo amore. E, di nuovo, la storia della musica non è stata più la stessa.
I nostri consigli sul personaggio Bob Dylan: i libri
Dopo la visione di A Complete Unknown, ho cominciato a tirar fuori i dischi di Bob Dylan. Si parla di cinquant’anni di attività dove Dylan ha sempre cambiato pelle come i rettili, rimanendo fedele a se stesso. Non ha stravolto sostanzialmente i suoi gusti, spostandosi dal folk alle ballate elettriche fino ad abbracciare il country (e la collaborazione con Johnny Cash ci fu davvero per un magico periodo), il rock in stile U2 degli anni 90, il gospel e il blues.
Per approfondire la sceneggiatura di A Complete Unknown vi ricordiamo che si basa sul libro Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica di Elijah Wald, edito in Italia da Vallardi. Nel 2004 ha dato alle stampe Chronicles vol.1, primo volume di una trilogia autobiografica incentrata sugli anni Sessanta e sul passaggio dal folk al rock (lo stesso snodo raccontato nel film), che non può mancare nella libreria dei fan. Si spera nella pubblicazione dei successivi anche se sembra un’attesa simile a quella di Salinger con le ultime opere incompiute.
Se volete leggere la versione reale del rapporto fra Suzie Rotolo (la Sylvie Russo del film) e Dylan vi invitiamo a leggere Sulla strada di Bob Dylan. Memorie dal Greenwich Village, scritto dalla stessa Suzie Rotolo.
Le immagini reali di quella storia, negli anni 1964-65, li trovate invece nel coffe table book Daniel Kramer. Bob Dylan a year and a day uscito per la Taschen. Nel cinema, imprescindibile il film Io non sono qui di Todd Haynes. Una pellicola magistrale con sei attori diversi (compresa una grandiosa Cate Blanchett) che testimoniano sei momenti diversi nella vita di Bob Dylan. Un tracciato di un personaggio sfuggente per propria scelta, difficilmente definibile e unico.
I documentari
Se invece volete ascoltare la sua voce, la sua testimonianza che parte anche qui dalle origini fino ai primi successi, vi consigliamo il documentario di Martin Scorsese No direction Home. Un percorso narrato come un sogno. Altro lavoro imperdibile firmato Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, disponibile su Netflix, vero e proprio documentario su un tour che vede il ritorno di Dylan e Joan Baez sul palco.
I dischi
E ovviamente vi consigliamo la sua produzione discografica che parte dal primo Bob Dylan del 1962 a Rough and Rowdy Ways. 39 album, 17 album Bootleg Series e 17 album dal vivo. Vi diciamo solo che Dylan ci ha lasciato almeno un capolavoro per ogni decennio. Imprescindibili album come Freewheelin (1963), con la leggendaria Blowin in the wind. Forse uno fra i brani più rinnegati da Dylan stesso, che ha proposto sempre con arrangiamenti che ne impedissero il coro dal pubblico.
Ogni album comunque, anche quelli con mezzi passi falsi, testimonia la grandezza di un personaggio iconico e indefinibile, difficilmente classificabile, ma autentico. Crediamo che la sua riscoperta da parte dei giovani sia sintomo della sua autenticità di artista. Bob Dylan non ha mai ceduto a compromessi e continua ad essere un’icona che ha attraversato un’epoca di illuminazione culturale, di cui si sente fortemente la mancanza in questi tempi bui.
a cura di
Beppe Ardito

