tokyo

La megalopoli per eccellenza, la capitale mondiale della cultura orientale, il miscuglio tra tradizionale e ultramoderno: che segreti nasconde Tokyo?

Premessa

Questo articolo sarà un po’ diverso dalle pubblicazioni abituali di questa sezione. Infatti, non ci sarà nessuna recensione o analisi di anime o manga. Si tratterà di un resoconto e di pensieri redatti in due parti riguardanti un viaggio fatto a Tokyo, la capitale culturale del genere di opere che normalmente sono qui trattate.

Le riflessioni di seguito riportate sono frutto di un’esperienza personale e diretta dell’autrice, la quale ribadisce la soggettività di quanto segue. Il viaggio, fonte delle informazioni qui analizzate e rielaborate, ha avuto luogo dal 4 agosto 2024 al 21 agosto 2024. In questo periodo non c’è stato purtroppo modo di andare a visitare luoghi all’infuori della giurisdizione di Tokyo, quindi quanto scritto è da intendersi in merito al luogo appena circoscritto. Ci si scusa anche per la prima persona e il tono colloquiale adottati in seguito.

Gli autisti della metro si scusano davvero per trenta secondi di ritardo?

Partiamo con la domanda che ogni italiano vittima di Trenitalia si sta ovviamente chiedendo: i mezzi in Giappone sono così efficaci come sembra? La risposta è sì. Ma attenzione, perché non è tutto oro ciò che luccica. Io ho avuto modo di spostarmi principalmente via treno, bus, navetta e metro. Devo dire che nessuno di questi mezzi ha accumulato i ritardi straordinari o le cancellazioni all’ultimo secondo a cui siamo tutti abituati.

Tuttavia, non spaccano così tanto il secondo come ci vorrebbero far credere dal momento che qualche minuto di ritardo l’ho visto anche qui. In loro difesa va però ammesso che tutta Tokyo era estremamente ben collegata, anche rispetto ai quartieri più esterni, e che per una stessa linea di metro passava un convoglio ogni 10 minuti circa.

Shibuya Crossing
(Fonte: Getty Images)
Lo Shinkansen-Frecciarossa

Un argomento su cui vorrei, invece, frenare l’entusiasmo generale è lo Shinkansen, altrimenti noto come Bullet Train. Non negherò la velocità straordinaria che vanta, perché è vero, sulle tratte lunghe può raggiungere picchi di velocità esorbitanti. Ma, al di là dei prezzi altrettanto elevati (comunque nella norma del Giappone, in quanto ho scoperto che un abitante di Tokyo medio arriva a guadagnare il corrispettivo di 3000€/mese), le tratte così lunghe sono relativamente poche.

Parlando di 4 ore di viaggio, lo Shinkansen non ha nulla in più rispetto ad un normalissimo Frecciarossa. Inoltre, anche nei tragitti più lunghi, c’è la possibilità che non si sfiorino le velocità da urlo tanto agognate. 

Le strutture tristi

Un’altra cosa (giuro l’ultima) che mi ha colpito dei trasporti è la struttura in sé delle stazioni ferroviarie e metropolitane. Sì, sono dotate di rampe e ascensori, ma le fermate veramente 100% accessibili sono poche. Questo può derivare da un fattore culturale, perché ho notato che nella stragrande maggioranza dei casi le persone affette da un qualche tipo di handicap sono viste come problemi che non devono creare altri problemi. In altre parole, la sensazione che ho percepito generalmente dal popolo giapponese è un certo lassismo, quasi fastidio, nei confronti dei disabili.

Accessibilità delle strutture a parte, le fermate sono labirintiche. Le stazioni molto grosse nascondono interi centri commerciali sotto o di fianco ai binari, su più livelli sottoterra. La nota triste sono le barriere che ci sono su quasi tutte le fermate. Ci sono delle vere e proprie cinte automatiche che si aprono solo a convoglio arrivato in corrispondenza delle porte e si richiudono subito dopo. Sono state una misura necessaria visto l’altissimo tasso di suicidi in metro.

Tokyo
(Fonte: Getty Images)
Girovita giapponesi grandi come polsi europei

Uno dei miti più famosi a livello internazionale riguardo alla cultura giapponese riguarda i cosiddetti beauty standard. Pelle bianchissima, golden ratio, 5 centimentri di margine per essere alti ma non troppo sono solo alcuni degli stereotipi tossici per essere belli in Giappone. La mia esperienza, purtroppo, non smentisce niente e anzi, rinforza l’idea che già ho menzionato prima del diverso visto come problema. Innanzitutto, la differenza di taglie è sconcertante.

Nei negozi è possibile trovare solo XXS, XS, S e M, nei migliori dei casi la L. In ogni caso, le loro taglie sono molto più piccole delle nostre. Una maglia XL italiana è il corrispettivo di una 4, talvolta 5XL giapponese. Lo standard negativo manipola il mercato e i compratori. In altre parole, è come se prendesse il cliente per le spalle e, nonostante l’effettivo peso di questa persona, gli dicesse costantemente “sei grasso”. 

Trucchi e barbatrucchi

Non si tratta solo di una questione di vestiti, che specialmente in Giappone sono in grado di compiere illusioni ottiche allucinanti. Ho frequentato, infatti, anche gli Onsen, le terme pubbliche in cui è obbligatoria la completa nudità. Non svelerò dettagli sconci e volgari, ovviamente, ma sia chiaro che la magrezza malsana apparente è esattamente corrispondente alla realtà. Questo malessere generale si ripercuote su tutti gli altri aspetti dell’estetica.

In ogni bagno pubblico in cui sia stata, non c’era donna che uscisse dalla toilette e si lavasse semplicemente le mani. No, sistematicamente c’era chi si truccava, chi si acconciava i capelli, chi si infilava le virali hip pads sotto al vestito… E sì, penso di aver subito del bullismo altrettanto sistematico dalle frequentatrici giapponesi degli Onsen, le quali mi guardavano e ridacchiavano. 

Shinjuku
(Fonte: Getty Images)
Toilette del trentesimo secolo

Se finora ho distrutto e dissacrato Tokyo, questo è un argomento su cui non ho nulla da ridire. Dico solo che le toilette pubbliche erano frequenti, completamente gratuite e tenute in modo impeccabile. Dal punto di vista dei sanitari in sé, poi, i giapponesi vivono oggettivamente nel 3000. Non parlo solo delle tavolette termoriscaldate che, anche con la calura estiva infernale, restano sempre molto piacevoli. A disposizione degli utenti, c’è anche un vero e proprio set di opzioni disponibili in tavolette situate di fianco al WC.

Una delle scelte più divertenti è la musica/cinguettio di uccelli che una persona può selezionare per evitare che gli altri utenti sentano rumori poco piacevoli. Poi ci sono le famosissime possibilità di bidet immediato, con differenza di intensità e getto per maschi e femmine, il che mi ha lasciato con un dubbio dall’inizio alla fine del viaggio: ma come faranno ad asciugarsi?

Il Giappone non è inclusive al 100%

Non sono ferrata in materia per quel che riguarda certi disturbi psichici, ma esprimo la mia opinione di persona che è facilmente sovrastimolata e non ama particolarmente i rumori forti. Da questo punto di vista, Tokyo è stata il mio peggior incubo. Molto spesso mi sono dovuta chiudere in un bagno per riprendermi un po’, perché la stimolazione eccessiva di tutti e 5 i sensi che subivo mi intontiva. Indubbiamente mi aspettavo una buona dose di caos: insomma, ero consapevole di star visitando una delle città più popolose al mondo.

Tuttavia, nulla poteva prepararmi a questo shock culturale. Al di là delle migliaia di persone che si potevano osservare in un qualsiasi punto di Tokyo e dei rumorosissimi metro e treni, il silenzio era costantemente violato da pubblicità. Su ogni poster, su ogni palazzo, all’interno di ogni negozio, in ogni metro, pubblicità. Pubblicità…ovunque.

Non so il motivo, ma gli spot pubblicitari giapponesi sono di quanto più caotico ci sia sulla faccia della Terra. Impiego massiccio di personaggi di anime e manga, urla o dialoghi a tutto volume, drammaticità alle stelle e colori accesissimi sono alla base di questi video che in genere superano i quattro minuti. Non dimenticherò mai i quattro minuti e mezzo di animazione con tanto di canzone rap per pubblicizzare il whisky. Inoltre, devo aver senz’altro guadagnato un nuovo capello bianco quando, camminando tranquillamente per strada, l’urlo di Eren mi ha squarciato le orecchie nel tentativo di vendermi del dentifricio.

Tokyo
(Fonte: Getty Images)
La dittatura delle buone maniere

Tutto questo caos è stranamente controbilanciato dal silenzio allarmante che accompagna il popolo giapponese, il quale ha un’etichetta così impeccabile da essere dittatoriale. Dalle vere e proprie proibizioni, come quella di fumare per strada, alle regole non scritte, tipo di non parlare sui mezzi pubblici. Non è vero che non è scritto, quest’ultima regola me la sono trovata in un buffissimo cartello di divieto a bordo di una navetta per l’aeroporto. Dopo ben altri tre divieti, infatti, (quello di mangiare, quello di fumare e quello di infastidire il conducente), compariva anche quello. Il cartello, formato da due nuvolette con una x sopra, apostrofava il passeggero con un lapidario “no talking”. Al che una turista americana ci ha stesi tutti sussurrando “might add no breathing as well”. Tradotto, per i lettori non fluenti in inglese, ha suggerito di aggiungere anche il divieto di respirare.  

Conclusione

Questa è solo una parte delle mie tanto non richieste quanto giudicanti opinioni su Tokyo. Proseguirò nella prossima, scendendo più in dettaglio su certi quartieri e punti di interesse che ho avuto modo di visitare. Ribadisco che si tratta esclusivamente della mia opinione personale e da riferirsi alla zona di Tokyo nel periodo già menzionato. Vi lascio con una brevissima menzione al cibo, che ho scelto di evitare appositamente in questo articolo per non far venire fame a nessuno. Vi dico solo che il sushi del supermercato, che supera in qualità alcune catene di All you can eat italiane, costava sulla media dei 5€. Inutile a dirlo, ho mangiato così tanto sushi che ho la faccia a forma di salmone tutt’ora. 

a cura di
Adelaide Gotti

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