“La casa olandese” di Ann Patchett

“La casa olandese” di Ann Patchett
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“Come rondini, come salmoni, eravamo prigionieri inermi delle nostre rotte migratorie. Facevamo finta di aver perso la casa, e non nostra madre, nostro padre. Facevamo finta che quel che avevamo perso ci fosse stato sottratto dalla donna che viveva in quella casa”

La casa olandese è un romanzo di Ann Patchett, edito Ponte alle Grazie: un racconto di vita familiare ambientato a Filadelfia alla fine della seconda guerra mondiale.

L’autrice ha scritto numerosi romanzi, tradotti in più lingue, ed è vincitrice di importanti premi letterari, tra cui il PEN/FAULKNER e l’Orange Prize.

Il romanzo di cui vi parlo oggi è stato candidato al Woman’s Prize ed è stato finalista al Pulitzer 2020.

A volte è importante ripercorrere la propria storia: per raccontarla agli altri, per riviverla e, in questo caso, anche per ricordare una persona molto cara e renderla immortale. 

La famiglia al centro dell’opera è povera fino a quando, a seguito di un investimento fortunato, il capofamiglia Cyril crea un’immensa ricchezza e acquista la casa olandese, in precedenza di proprietà dei Van Hoebeek.

A fare da sfondo, e non solo, a questa storia c’è proprio la casa che rappresenta il nuovo status della famiglia Conroy.

Doveva anche essere una sorpresa per la moglie Elna; quest’ultima, però, abbandona presto la dimora e la famiglia scomparendo, forse per andare in India ad aiutare i bisognosi, com’era nella sua indole.

A seguito della scelta della madre, ai figli non rimane che accettare la convivenza con la nuova compagna del padre, interessata più alla casa che al resto. Cyril non lascia spazio ai sentimenti dei bambini, li richiama piuttosto all’accettazione di ciò che è, trattando il loro dolore in maniera piuttosto pratica.

Come accade molte volte a colpirmi è stata la copertina: un ritratto di una giovane ragazza dagli occhi azzurri e profondi, i capelli neri e lunghi con addosso un cappotto rosso; dietro di lei fiori e rondini in volo.

Il punto di vista in La casa olandese

“La prima volta che mio padre portò Andrea a Casa olanda la governante Sandy venne nella stanza di mia sorella per dirci di scendere da basso…”

Iniziando a leggere ho subito notato che a raccontare la sua storia, e quella della sorella Maeve, in La casa Olandese è Denny, figlio minore dei Conroy, e mi sono subito chiesta il perché di questa scelta.

Mi ha incuriosita ed è stato in qualche modo il “mistero” da risolvere per tutto il corso della lettura. In fondo si sarebbe potuto adottare qualunque punto di vista, invece ero certa che quella scelta avesse un motivo ben preciso e in effetti è stato così. 

Il pensiero di Denny è il filo conduttore della storia e attraversa tutte le fasi di crescita di questo ragazzo fino ad arrivare ad un racconto più maturo e consapevole, verso la fine. 

L’abbandono è una ferita difficile da superare. Maeve e Denny lo hanno subito dalla madre e questo ha generato in loro il bisogno di proteggersi da quel dolore, diventando dipendenti l’uno dall’altro e dal loro passato e rimanendone imprigionati.

Il racconto lo definirei chirurgico per buona parte del libro. I veri sentimenti di questi ragazzi non emergono se non alla fine quando proprio la madre, in circostanze difficili per Maeve, dà loro un’importante lezione, liberandoli dalla prigione di ricordi che si erano costruiti e che non permetteva loro di vivere pienamente la vita.

Cosa mi ha dato questa lettura

In questo libro a catturare l’attenzione non sono i personaggi ma gli oggetti, come i quadri che vengono descritti (ad esempio quello che rappresenta Maeve o i membri della famiglia a cui apparteneva in precedenza la casa, i Van Hoebeek).

Le stanze, come la sala da ballo o le scale, diventano quasi più vive degli stessi personaggi perché racchiudono una storia, la conservano e la raccontano.

Altro elemento centrale nel romanzo sono le scelte di vita, obbligate dalla piega presa dagli eventi e spesso imposte a se stessi, o agli altri, per evitare di scegliere davvero e prendersi la responsabilità di vivere.

Ma possono i ricordi e le ferite del passato condizionare così profondamente la nostra vita o in qualche modo ci si può svincolare da tutto questo, lasciarlo alle spalle e ricominciare a scrivere una nuova storia?

È questa la domanda che emerge dal libro e che in qualche modo ci riguarda tutti. E dallo stesso libro arriva la risposta: dalla forza di una donna che ha semplicemente seguito la sua natura impedendo al passato di condizionarla, non dandogli alcun potere e che è riuscita, poi, a salvare anche i suoi figli insegnandogli il perdono.

La casa olandese mi rimarrà nel cuore, lo consiglio a chi ama le storie da gustare con calma. È un libro che avrei letto volentieri in inverno con una copertina e una bella tisana da sorseggiare, mi ha tenuto compagnia e, soprattutto, mi ha dato degli spunti di riflessione interessanti.

a cura di
Anna Francesca Perrone

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