Fast Fashion sai cos’è?

Fast Fashion sai cos’è?
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Fast Fashion: il male del secolo, ma ancora non siamo pronti per ammetterlo.

Fast Fashion è il termine utilizzato per tutte quelle realtà da passerella che creano collezioni che passano di moda in fretta. Se da una parte l’UE si mobilita per trovare soluzioni che fermino l’inquinamento dall’altra parte c’è chi se ne frega altamente e per due spicci si compra la qualunque per fare views.

Malattia o Menefreghismo?

Esiste una patologia psicologica chiamata “Shopping compulsivo” e porta l’individuo che ne è affetto a sperperare soldi a destra e a manca anche se non li ha, un esempio ce lo ha dato Sophie Kinsella con tutta la serie famosissima di libri “I love shopping”, i motivi sono i più vari.

Infatti la Sophie Kinsella consiglia di andare in cura se pensate di esserne affetti, anche perchè, in maniera spiccia, spesso dietro si cela il bisogno di riempire con abiti, gioielli o altro, vuoti emotivi mai risolti. Naturalmente dietro ci può essere ben altro come il bisogno di far parte della società consumista e legata all’apparenza.

Quindi se da un lato c’è chi soffre di questa patologia dall’altro però ho notato esserci una grande quantità di content creator (amano essere definiti cosi) che questa malattia, consapevoli o meno, la fanno scattare nei loro follower, vista la mole di video Youtube, reel di Instagram o mini video haul di Tik Tok.

I social e la loro funzione

Appare un po’ ridicolo constatare come questa generazione, seppur campeggiata da un esempio come Greta Thunberg, poi pecchi di leggerezza ostentando abbondanza di abbigliamento o accessori. Bisogna essere sempre alla moda, sempre sul pezzo.

Ma è proprio necessario?

Probabilmente no, probabilmente è solo la via più semplice per arrivare a un maggior numero di persone.

Per prima io stessa mi son ritrovata spesso ad ammazzare la noia vedendo video haul di questa o quell’altra youtuber, eppure non posso fare a meno, ogni volta, di domandarmi: ma tutta quella mole di prodotti poi che fine fa?

Decluttering, donazioni e vendite

Ai video haul si accompagnano i video di decluttering, in italiano diremmo video riordino di vestiti, prodotti beauty o della qualunque, in cui questi content creator riorganizzando creano bustoni di prodotti da regalare, donare in beneficienza, vendere o buttare.

Se ci si sposta oltre oceano capita di imbattersi in video di dumpster diving, letteralmente gente che si immerge nei cassonetti per salvare quello che altri hanno buttato. E qui ci sono due categorie. Quello che trovano lo rivendono o se lo tengono a seconda delle esigenze del singolo, ma comunque di base resta il dare nuova vita a qualcosa di non “buttabile”.

Aumento di siti e app per la vendita di prodotti

Senza voler elencare le app dove si possono vendere accessori, vestiti o qualunque altra cosa, vi dirò però che ho voluto testarne alcune ed effettivamente crea un certo piacere vendere un capo di abbigliamento nuovo o non più indossato a pochi spiccioli sapendo che qualcuno potrà dargli nuova vita.

Riordinando casa ho ritrovato una quantità di indumenti di taglie non più conformi alla mia, messe lì da parte tra i “prima o poi mi entrerai di nuovo” e mi sono detta: “NO! Non ti entreranno più” e ammetto che mi sono anche spaventata per quella mole di vestiti.

Accumulatrici seriali e non

Ho temuto di essere diventata una accumulatrice di vestiti. Proprio perchè sto vivendo il mio anno da “compro solo se ne ho realmente bisogno, ritrovarmi in quel marasma è stato uno shock lo ammetto e tutto ciò mi ha portato a vedere con occhio critico i contenuti sui social.

L’accumulare vestiti, borse, accessori, creme e trucchi pare essere la moda dell’ultimo decennio, ci sono content creator da un milione di followers che mandano i messaggi sbagliati e nessuno dice nulla, se glielo si fa notare non rispondono nemmeno ai commenti, quindi che soluzione adottare?

Non è solo un problema da passerella

Decisamente sbagliato risulta puntare il dito solo sulle passerelle e quindi sui grandi brand di abbigliamento. Spesso infatti ci sono realtà più economiche di oltre oceano che puntano su materiali scadenti e non riciclabili (a differenza del banale cotone per intenderci) che creano più danno alla salute psichica umana, al portafoglio e soprattutto al Pianeta.

Molte aziende poi concentrano la pubblicità donando prodotti gratis ai content creator che sono ben felici di ricevere prodotti facente parte della categoria Fast Fashion sia a livello di skincare, abbigliamento o makeup da pubblicizzare, spesso gratis, nei loro canali social.

Alla pubblicità si associa quasi sempre il famoso buono sconto da donare ai followers affinché acquistino i prodotti pubblicizzati e in un loop continuo, roba che i creatori di Black Mirror si metterebbero le mani tra i capelli per quanto appare ciclico a livello settimanale il problema.

Sì, perché se prima il problema poteva presentarsi in maniera stagionale, adesso ogni settimana sembra che escano nuovi prodotti e ciò crea il bisogno e l’urgenza di pubblicizzarli e averli.

Loop continuo e soluzioni

Ultimamente ho visto un content creator acquistare una macchina del caffè nuova perché in collaborazione con una grande imprenditrice, nonostante ne avesse già una identica, ma senza il logo nuovo. Roba che dallo schermo volevo schiaffeggiarlo per farlo rinsanire.

Insomma affrontiamo il problema senza affrontarlo veramente in un loop continuo senza fine, perché una fine alla moda sarebbe impensabile, ma una soluzione penso sia facilmente trovabile, o perlomeno si sta cercando di trovarla.

Dalla mia vi invito a informarvi sul problema della Fast Fashion, sulla patologia dello shopping compulsivo e sul riciclo. Non trovate anche voi, per esempio, che sia folle sostituire un oggetto con un altro identico per funzionalità, solo perché il design è l’ultimo uscito?

Cerchiamo di voler bene al Pianeta, perché alla fine, per retorico che sia, è l’unico che abbiamo.

Come recita la t-shirt che indosso oggi: Be the Change!

a cura di
Iolanda Pompilio

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