Pietro Sparacino in tour con Egoinstagram

Pietro Sparacino in tour con Egoinstagram
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Siciliano, classe 1982, Pietro Sparacino inizia a fare il comico da giovanissimo. Alle spalle ha tanti anni di gavetta: si esibisce in contest, feste e televisioni locali in giro per lo stivale. Nel 2008 arriva a Colorado Revolution.

Ma è l’anno dopo che Pietro Sparacino scopre la vocazione più sincera della sua comicità: la stand up comedy. Entra infatti a far parte di Satiriasi, il collettivo di stand up comedy fondato da Filippo Giardina nel 2009 che ha avuto il merito di portare in Italia questo tipo di comicità in maniera organizzata e programmatica. Da lì inizia la carriera di Pietro Sparacino da comedian e non più come cabarettista soltanto.

Parallelamente alla stand up comedy, comunque, continua a lavorare in tv sia come comico che come autore e dal 2015 al 2017 è anche inviato delle Iene. Anche i tre mesi di lockdown non hanno del tutto interrotto le sue attività; ha tenuto infatti diversi spettacoli in videochiamata su Zoom.

Ad oggi, conta sette monologhi di stand up comedy ed Egoinstagram: sono d’accordo con me è la sua ultima creatura. Organizzato dall’agenzia The Comedy Club, il nuovo tour è partito martedì 14 luglio al Lanificio 25 di Napoli ed è già andato in scena a Taranto e a Bari. Nei prossimi giorni si esibirà anche in altre città come Fisciano (Sa), Torino, Milano e Roma.

Per l’occasione, abbiamo intervistato telefonicamente Pietro Sparacino giovedì pomeriggio, dopo una sua non fortunatissima spedizione per cercare cibo a Bari: «Una cosa molto triste: tre panzerottini scaldati al microonde»

Martedì hai inaugurato a Napoli il tour del tuo nuovo spettacolo, Egoinstagram, e volevo appunto chiederti di parlarmene un po’. È cambiato qualcosa rispetto ai tuoi spettacoli precedenti?

Intanto lo spettacolo sarebbe dovuto partire a marzo, ma il giorno stesso dell’anteprima chiusero i teatri quindi diciamo che il destino mi è stato avverso. Non solo a me ovviamente (ride, n.d.a).

Poi i tre mesi di lockdown hanno cambiato un po’ di cose: sono andato in scena in videochiamata, ho scritto uno spettacolo nuovo sulla situazione che stavamo vivendo… E mi sono allontanato da quello che era Egoinstagram inizialmente, per poi riprenderlo dal 15 giugno, da quando ci è stata ridata la possibilità di fare gli spettacoli.

Ho debuttato martedì ed è stata una sensazione stranissima. È la prima volta infatti che debutto in una città che non sia Roma. Abito a Roma da vent’anni e per me è casa e l’anteprima si fa sempre in luoghi in cui ci si sente più protetti. Debuttare a Napoli è stata una scommessa fatta con i ragazzi di The Comedy Club, la mia agenzia, e devo dire che è stato veramente bello. Sono molto contento

Mentre, cosa cambia rispetto agli altri spettacoli? Io spero che sia il pubblico ad accorgersi di quello che è cambiato, io non te lo so dire. Posso dirti che è uno spettacolo che ho scritto quasi tutto d’un fiato, a differenza degli altri che sono stati provati e ragionati a “pezzi”.

Questo è stato un flusso di coscienza unico, partito da diverse priorità perché sì, mi piace scrivere e lo faccio ogni giorno per allenamento, ma mi piace portare in scena ciò che ho la necessità di dire. Quindi se non ho niente da dire, meglio non andare in scena.

È stata quindi più un’esigenza emotiva che un qualcosa di programmatico. Un qualcosa che è venuto in maniera naturale, non ti sei detto “devo scrivere uno spettacolo”.

No, “devo scrivere uno spettacolo” ma non ho scadenze; noi comedian ce le mettiamo da soli. Quando pensi che il vecchio show sia arrivato ad esaurimento senti l’esigenza di dire qualcosa di nuovo. Io mi sono reso che Diodegradabile, lo spettacolo precedente a Egoinstagram, aveva fatto il suo corso e che c’era un mondo di roba che volevo dire. Anzi, ho tenuto fuori anche un sacco di cose perché c’era già abbastanza roba.

Come è cambiato quindi Egoinstagram dalla sua forma originale pre-lockdown?

In realtà non ho toccato molto, ho cambiato delle dinamiche di alcuni passaggi, però insomma, i tre mesi di lockdown hanno segnato un po’ tutti e lo vedo nei miei spettatori. Vedo che c’è una grande voglia di socializzare, di ridere, di vedere nuovi spettacoli. Si sono messe in moto diverse dinamiche.

Puoi entrare più nello specifico?

Semplicemente il fatto che un giorno si chiuda tutto e si rimanga a casa. Anche l’idea di partire immediatamente con il tour. Uno spettacolo solitamente viene testato, vengono fatte le anteprime e si rilavora sul testo. Ma post-lockdown io avevo l’esigenza di partire subito con il tour.

Sia perché hai la voglia di tornare sul palco, sia da un punto di vista lavorativo. Tuttora c’è l’esigenza di lavorare, dopo tre mesi in cui noi artisti siamo stati dimenticati completamente da tutti, dimenticati da Dio ma soprattutto dall’Inps.

Se non c’ho niente da dire, meglio non andare in scena

E a proposito di lockdown, mi hai detto ti sei esibito anche in videochiamata su Zoom. Come è stato?

Particolarissimo. Inizialmente pensavamo fossero una toppa all’impossibilità di fare live ma, in realtà, abbiamo scoperto una forma di spettacolo nuovo. Uno spettacolo che ha la sue regolee le sue dinamiche. Ho fatto dodici repliche in videochiamata e sono state coinvolte circa 1500 persone.

La cosa particolare è che lo spettacolo che ho portato in videochiamata l’ho scritto ad hoc e successivamente l’ho fatto anche nelle prime date live dopo le aperture. È stato stranissimo esibirmi dal vivo con uno spettacolo creato per la videochiamata.

È comunque un’esperienza che ritorneremo a fare è un mezzo che, paradossalmente, ti mette più in intimità.

Paradossalmente c’è più interazione con il pubblico, no?

C’è più interazione ma soprattutto vedi tutto il pubblico. Se sei seduto in ottava fila al teatro, io non ti vedrò mai. Su Zoom si è tutti in prima fila. Ci sono facce di persone che sono poi venute a vedermi live che io ricordo chiaramente di aver visto in videochiamata.

Secondo me c’è anche un certo pregiudizio su queste modalità telematiche.

Assolutamente. L’approccio di tutti all’inizio era scettico, anche il mio e di quello dei ragazzi di The Comedy Club. Ma poi ci sono stati spettatori che hanno rivisto lo stesso spettacolo in videochiamata cinque volte, pagando ogni volta cinque euro.

Una volta alcuni sono rimasti collegati anche dopo lo spettacolo, a chiacchierare fino alle cinque del mattino. Sono successe delle cose fighissime.

Un padre a Napoli e il figlio che lavora a Verona si sono dati appuntamento per vedere lo spettacolo insieme. Una coppia, lei a Bruxelles e lui a Torino, stessa cosa. Amiche in diverse città d’Italia che hanno fatto l’aperitivo insieme. Cose belle, cose belle. 

Possono avere un futuro quindi gli spettacoli in videochiamata?

Abbiamo iniziato a fare una cosa e quindi c’è un precedente. Sicuramente la videochiamata verrà sfruttata e continuerà ad essere utilizzata sia per spettacoli che per progetti artistici. Nel momento in cui si è provato qualcosa di nuovo, difficilmente si torna indietro.

Un po’ come nel carcere. Nel carcere in periodo di lockdown hanno permesso ai carcerati di vedere i parenti in videochiamata. Tu pensi che si tornerà indietro da un diritto acquisito? Nel momento in cui abbiamo assaporato un certo strumento continueremo a portarlo avanti.

Hai anche fatto dei workshop sulla stand up comedy, cosa insegni solitamente?

Di solito sono workshop intensivi di venti ore in due giorni. Lavoro sulla struttura di un monologo, come si scrive e come si pensa comico. Cerco di fornire un primo kit di strumenti per approcciare alla scrittura e per cercare un monologo tra tutti quelli che si potrebbero scrivere

Comunque c’è da dire che quando comincio un workshop dico sempre “avete sprecato i vostri soldi perché nessuno può insegnarvi la comicità”. Il percorso della costruzione del personaggio comico è assolutamente personale e consta di un lavoro di consapevolezza molto grande, c’è bisogno di conoscersi come persona, per sfruttare tutti i lati caratteristici e poterli portare sul palco.

Quando parlo di personaggio ovviamente non parlo di ‘personaggio travestito’. Io sul palco sono Pietro Sparacino ma ovviamente non sono come sono nella vita, sono leggermente ‘personaggio’ ma pur sempre un personaggio che parla con il punto di vista di Pietro Sparacino.

Riavvolgo un attimo il nastro. Nel 2008 partecipi a Colorado Revolution e poi l’anno dopo sei nel collettivo Satiriasi. Due cose totalmente opposte. Come è avvenuto questo passaggio?

In realtà è tutto molto lineare. Io conosco Filippo Giardina, il fondatore di Satiriasi, dal 2002. Quando ho iniziato a fare il comico ero veramente giovanissimo e non conoscevo minimamente la stand up comedy e la comicità anglo-sassone: non c’era la rete, non c’erano i monologhi con i sottotitoli…

Gli unici riferimenti che avevo erano quelli che vedevo in tv, Zelig e Colorado, e mi sono formato con gente che puntava a fare quei programmi. Nel 2007 avevo già uno spettacolo mio di un’ora in cui parlavo di precariato, non facevo stand up ma cercavo comunque di avere una vocazione satirica.

Tipo il primo personaggio che ho fatto era Piersilvio il figlio di Berlusconi, dato che eravamo in pieno governo Berlusconi. Avevo quindi questa voglia di fare satira e Giardina appunto mi introdusse in questo mondo meraviglioso che è stato Satiriasi.

I primi due anni sono stati una rincorsa, ho dovuto destrutturare tutto quello che avevo imparato: non far ridere solo per far ridere ma utilizzare la risata non come fine ma come un mezzo. Lo slogan di Satiriasi, per l’appunto.

Quindi in realtà è tutto molto lineare. Nel 2009 poi non mi hanno voluto a Colorado perché mi avevano chiesto di alzare il livello satirico ma quando sono andato a fare il provino mi dissero che c’era troppa satira.

“Il percorso della costruzione del personaggio comico è assolutamente personale e consta di un lavoro di consapevolezza molto grande, c’è bisogno di conoscersi come persona”

A proposito di stand up comedy e di Satiriasi. In un’intervista del 2015 che hai fatto insieme a Mauro Fratini hai dichiarato che:
«La stand up comedy è il panorama oltre l’orizzonte, è una zona limitata, un’area inaccessibile che per la prima volta è stata oltrepassata. Dopo decenni di oscurantismo, di dittatura del “politically correct”, noi siamo i Giacobini che, armati di asta e microfono, stanno cacciando a colpi di satira i parrucconi dell’ancien regime comico italiano».
Pietro Sparacino è ancora d’accordo con queste parole?

Sì, ma diciamo che eravamo molto pasdaran, molto rivoluzionari. Nei primi anni avevamo il bisogno di essere fondamentalisti perché davvero eravamo bistrattatissimi. Nelle primi due stagioni ci esibivamo in un locale piccolissimo e a Roma ci chiamavano gli sfigati di Satiriasi.

Abbiamo dovuto fare del marketing estremo proprio per emergere. Poi quella roba è del 2015 e se fai un’analisi oggi, nel 2020, quella comicità alla quale ci opponevamo non esiste più, l’abbiamo sconfitta. Zelig ha chiuso, Colorado quasi, Made in Sud lo fanno per un pubblico quasi tutto del Sud, l’80% di audience è in Campania…

Ora, non è neanche vero che c’era da ‘sconfiggere’ qualcuno però abbiamo introdotto in Italia la stand up comedy come movimento organizzato. È stata questa la grande forza di Satiriasi.

Che ruolo hanno avuto in questo i social?

Penso che abbiano contato tantissimo. Innanzitutto perché hanno iniziato ad avere diffusione i monologhi sottotitolati dei comedian americani. Quindi ci si è potuti accorgere che esisteva dell’altro. Poi anche l’arrivo dei ventenni nel mercato live ha cambiato le cose.

Io ieri ho fatto spettacolo a Taranto e su 60-65 persone presenti il 90% erano sotto i 25 anni. Ragazze e ragazzi che magari a 12-13 anni guardavano gli spettacoli di Satiriasi. I social quindi hanno velocizzato un po’ il naturale processo della comicità italiana. Ma grazie a loro è stato fatto un salto importante.

Quindi secondo te c’è stata anche un’esigenza sociale e generazionale di staccarsi da un certo tipo di comicità televisiva?

Guarda, la comicità come tutte le forme d’arte segue la vita e segue la società. Zelig nei primi anni 2000, così come Drive In nei ’90, erano la comicità giusta per quel tempo. I tempi però cambiano e nel momento in cui la gente si rende conto che fa fatica ad arrivare a fine mese e che c’è un sacco di roba che non va, non c’è più voglia di sentirsi presi per il culo.

Il cabaret cerca di farti dimenticare i problemi. La stand up comedy ti ricorda che ne hai un sacco ma che non sei da solo. Questa è la definizione che io do alle due forme di comicità. Poi i giovani non li acchiappi più con i tormentoni. Li acchiappi con cose di vita vera.

a cura di
Angelo Baldini

Per ulteriori informazioni riguardo le date del tour visita la pagina Facebook di Pietro Sparacino o di The Comedy Club.

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Angelo Baldini

Nato a Napoli nel 1996 studia Giornalismo e cultura Editoriale presso l'Università degli studi di Parma. Collabora con Eroica Fenice di Napoli e con ParmAteneo. Crede in poche cose: in Pif, in Isaac Asimov, in Gigione e nella calma e nella pazienza di mia nonna Teresa.

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