“La poesia è per tutti, anche se non di tutti”

“La poesia è per tutti, anche se non di tutti”
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La poesia di Gisella Blanco è un fiume in piena: appassionata e appassionante. L’autrice non si è tirata indietro di fronte alle domande di quest’intervista che, così, è diventata un momento di scambio fruttuoso e non scontato.

A volte sono solo sensazioni a pelle, istintive, ma non per questo vanno prese sottogamba. La sensazione è che questa donna abbia veramente qualcosa da dire, un’energia estiva e vulcanica. 

Quest’energia viene racchiusa nella raccolta Melodia di porte che cigolano, edita dalla NO EAP Eretica Edizioni. È poesia provocatoria, dura, forte, ma incredibilmente sensibile ed emozionante.

Ci si aspetterebbe, come nei più telefonati cliché, una poesia d’amore da parte di una donna, uno struggimento per un incompiuto, un amore finito, e invece no. 

Gisella ha scelto la strada più spontanea e vera, quella che la rispecchia.

Una strada fatta anche di curve e tornanti oscuri. Ma è tramite questa tortuosità che si può far propria l’esigenza di cambiamento, con amore e rispetto di sé e del mondo. 

Innanzitutto, complimenti per la tua raccolta di poesie Melodia di porte che cigolano. Come mai questo titolo?

Grazie, sono felice che la mia silloge sia stata, per voi, una piacevole lettura. Il titolo è nato tanti anni fa.

Un cambiamento radicale e profondo, così come il movimento di una porta rimasta chiusa per tanto tempo, non può che aversi attraverso un immancabile stridore. Una necessaria resistenza che, alla fine dello sforzo, renderà tutta la melodia di una magnifica apertura.

Così è stato concepito il primo messaggio della silloge volto, immediatamente, a turbare e infastidire.

Com’è nata la tua silloge?

Si tratta di una raccolta di poesie vecchie e nuove, è un incipit, l’inizio di un discorso con i miei lettori, con le persone e, in particolare, ma non solo, con le altre donne.

Mi piace pensare che io cominci a dire, poi mi fermi e sia il lettore a continuare questo nostro discorso che poi diventa un dialogo intimistico, personalizzato, prezioso perché dotato di individualità e, quindi, di unicità.

Sono incredibilmente innamorata dell’umanità, per questo la bistratto, la maltratto, la scuoto. È uno dei miei modi di prendermene cura. 

Hai per caso un “metodo” o una “routine” nella scrittura di poesie? O segui il sentire del momento?

A volte, mentre cammino per strada, mi fermo e scrivo. Di notte, davanti alla finestra e con un bicchiere di vino rosso, mi metto a scrivere anche per ore. Non c’è un momento preciso, non esiste e non potrebbe esistere una routine.

Se capita che mi svegli di notte con l’impellenza di scrivere, con l’impeto di queste parole che mi sembrano voler uscire dalla mia carne, mi devo alzare per fermarle su carta.

Quello che scrivo di getto rimane lì, a fermentare, fino al giorno in cui mi dedico al labor limae, spendendo ore alla ricerca della parola esatta che imprima nel testo ciò che voglio dire e che lasci la possibilità, a chi mi legge, di esprimere ancora di più.

Mi piace dire che la poesia è il mio istinto letterario di sopravvivenza: senza, mi sentirei sprecata, dimezzata e senza artigli. 

Quali sono le poesie della raccolta a cui sei più affezionata?

Ogni poesia ha una sua collocazione interiore, una ragione di vita indipendente dalle altre. Ogni poesia ritrae una me in un determinato frangente e con una specifica proiezione nel mondo, perché nessuna delle mie composizioni è un monologo.

Ci sono tre poesie che sono dedicate a soggetti specifici, a cui corrispondono tre immagini create da un caro e bravissimo amico grafico, Francesco Mitelli: queste tre mi stanno molto a cuore.

Ma le mie preferite sono quelle più spiccatamente femministe come Insonnia e la durissima Salvezza, in cui le figure femminili spiccano rispetto a quelle di entità maschili che, liberamente, si possono intendere come dei o come mortali padri-padroni. Se si vuol leggere qualcosa di molto appassionato e liberatorio, consiglio Solstizio d’Estate.

Trovo molto coraggioso il fatto di non fare poesia d’amore, ma di scegliere temi più scomodi, provocatori, e anche più oscuri. Come mai questa scelta?

Se oggi si pensa – a torto o a ragione, non sta a me dirlo – che la poesia sia malamente abusata da persone che ne scrivono tantissima senza criterio, è perché non si fa altro che scrivere poesie d’amore, spesso mal riuscite, forzate, scontate.

In questa fase della mia vita, sento tutta l’urgenza di occuparmi di temi che, pur avendo alla base sempre l’amore – per sé stessi e per gli altri – riguardano tematiche sociali complesse, scomode, che fanno arrabbiare.

Il mio intento è di spronare a un cambiamento individuale e collettivo rispetto a condizioni sociali odiose.

Il patriarcato bigotto, la misantropia, il disprezzo per le donne, le fedi religiose che tolgono dignità al potenziale umano. Ci dobbiamo riprendere in mano tutta la nostra grandezza gentile, anche attraverso la poesia.

Tratto anche di brutte faccende come la morte e i lutti, che conosco bene per il mio vissuto personale, e cerco di ricavarne insegnamenti e valvole di salvezza spirituali. In fondo, è sempre di amore che tratto, in modi diversi.

Per leggere poesie d’amore più esplicite, benché mai sdolcinate e sempre graffianti, dovrete attendere la prossima silloge! 

Non pensi che, specialmente in Italia, la donna scrittrice venga più presa in considerazione solo se scrive d’amore o di frivolezze?

Aggiungo che la donna scrittrice viene presa più in considerazione se è carina e scrive d’amore: un pacchetto tanto succulento quanto scontato. Sull’immagine non mi pronuncio, ognuno ha la sua ma sulla scelta di cosa scrivere non avrei mai potuto seguire la moda o, peggio ancora, quest’ottica commerciale e profondamente maschilista.

Preferisco fare il contrario, fregarmene dei canoni consueti e dire la mia al modo che ritengo opportuno ed esattamente in questo momento storico che mi appartiene ed a cui appartengo.

Praticamente tutto il mio progetto editoriale è di difficile accettazione sociale. Scrivo poesia che è il genere meno letto e meno recensito; non scrivo poesia d’amore; tratto temi che fanno paura.

È una sfida, un esperimento sociale, un modo di mettere subito in pratica quello che scrivo ed in cui credo fermamente. A ogni giornalista ed ogni redazione che ha scelto di parlare di me e di darmi spazio, nonostante tutte queste difficoltà, va tutta la mia gratitudine. Ogni lettore che mi dedicherà il suo tempo sarà motivo di enorme ispirazione.

Perché fare poesia, al giorno d’oggi?

La poesia, a mio avviso, è uno dei pochi codici comunicativi in cui è possibile dire qualsiasi cosa, anche concetti cattivi o molto duri, in modo assolutamente non violento.

Una donna deve potere e sapere difendere i suoi diritti, la sua innata dignità in modo forte, veemente ma mai violento, se no cadiamo in una nuova supremazia di forza che non serve ad alcuno.

È l’empatia che può stravolgere i canoni in modo positivo, che può creare reti di sostegno profondo e nuova consapevolezza. Tutto questo io lo vedo possibile anche grazie alla poesia che può e deve arrivare a tutti.

La poesia è per tutti, anche se non di tutti.

Non sempre democratica nella forma, è del tutto democratica nella sua profonda sostanza, quella che sta oltre ogni parola. È una grande responsabilità.

Quali sono i tuoi poeti preferiti e che ti hanno influenzato di più?

I miei maestri stilistici sono gli ermetici, Gatto e Quasimodo soprattutto. Prevert e Eluard per le poesie d’amore. Mi hanno fatta innamorare dei loro versi per poi decidere di scrivere altro e lasciare a loro il grande compito di parlare d’amore.

Alda Merini per il suo spirito di donna forte e, insieme, fragilissima. Pasolini per i contenuti, Baudelaire per le forti tinte noir e truculente che non ci si aspetterebbe da una giovane donna.

Con Bukowski condivido lo spassionato amore per i gatti, immediatamente dichiarato con le citazioni iniziali che, essendo “eretici” sia io che la mia casa editrice, sono tre anziché una come da convenzione.

Qual è la poesia di un altro autore che ti fa dire “Avrei voluto scriverla io!”?

Sinceramente rispondo: nessuna. Leggo tanta poesia e tantissime volte ne rimango affascinata, inebriata, travolta. Proprio dopo la lettura di poesie meravigliose, spesso accade che chiudo il libro e mi metto a scrivere. Quindi sono immensamente grata ad ogni poeta che mi spiazza con le sue composizioni, perché è come se aprisse un ulteriore varco nella mia interiorità da cui fuoriesce qualcosa di me che, prima di quella lettura, non esisteva.

Si tratta di un impulso, una scintilla che schizzando finisce molto più lontano dal posto da cui era partita. Come potrei avere invidia per la creazione di qualcun altro, che avrà provato lo stesso stupore e lo stesso slancio immaginifico che provo io quando scrivo?

Posso solo trarne continuo sprone ad andare oltre, ad arrivare all’indicibile.

Leggo nella tua biografia che sei “parecchio anticlericale, buddista”. Che cosa ti ha spinto prima di tutto a sviluppare una posizione anticlericale?

Sono nata al sud, in una società dove il patriarcato va, talvolta, di pari passo a un’interpretazione della religione cattolica molto fuorviante e molto pericolosa.

Osservo con attenzione la società nelle sue sfaccettature, mi rendo conto di come la Chiesa, in quanto stato, abbia un’indebita latente influenza negativa sulla autonomia statale, ideologica e legislativa, italiana che giustifica con un potere spirituale che, a mio avviso, ha sempre avuto connotati meramente temporali.

Mi appello alla concezione di una società veramente laica. Essere laici, o anche essere atei non vuol dire non avere valori. Penso che il costrutto etico di una persona che si sia liberata da dogmi religiosi possa essere estremamente forte e molto radicato.

Naturalmente rispetto ogni fede, purché il rispetto venga ricambiato: se non viene ricambiato, il mio rispetto rimane – mi è connaturato – ma mi difendo bene.

Con la maggior parte dei chierici non vado d’accordo, perché ne contesto approccio ed ideologia.

Anche sotto questo profilo, sono molto irreverente e senza paura alcuna di oppormi a ciò che ritengo ingiusto. Eretica.

E che cosa ti ha spinto ad abbracciare il buddismo?

Non è una religione, ma una filosofia religiosa. Fornisce una spiegazione della vita senza vincoli se non il rispetto della vita stessa, non ha dogmi, ma invita a sperimentare le condizioni esistenziali che stanno alla base dell’esperienza buddista e, soprattutto, non prevede l’esistenza di un dio.

Faccio parte della Soka Gakkai, associazione culturale che si rifà alla branca del buddismo più recente, laica, non sono monaci, e senza gerarchie. Ognuno può sperimentare l’illuminazione qui ed ora, a capofitto nella propria vita, perfino le donne!!! Queste sono le cose che mi hanno spinta a studiare il buddismo di Nichiren Daishonin e, poi, abbracciarlo.

Dopo i primi quindici anni di vita in cui sono stata cattolica, ho abbandonato l’idea di un dio esterno e superiore, ricorrendo ad un necessario e ragionevole agnosticismo.

Fino ad adesso, nessuna altra religione o filosofia religiosa mi corrisponde più del buddismo, perché punta sul valore dell’uomo, così com’è.

Quanto ti influenza il tuo percorso di studi giuridici nelle tematiche trattate nelle tue poesie?

Mi hanno definita giudice monocratico nelle mie poesie. Penso che la mia formazione, umanistica e giuridica, influenzi abbastanza le mie composizioni. Mi diverto ad inserire inusuali termini giuridici in contesti di linguaggio ermetico ricercato.

Oltre alla forma, a livello contenutistico i miei studi mi hanno fatto crescere nella consapevolezza dell’uomo come cittadino, spiegandomi l’importanza di una visione d’insieme in cui ognuno è utile all’altro.

C’è anche un altro importante aspetto del mio percorso giuridico che viene fuori: la padronanza degli strumenti per difendere, in modo legittimo, ancora una volta non violento, propri diritti.

Più conosciamo gli strumenti che abbiamo, più siamo in grado di difenderci.

Ciò vale in ogni tribunale, anche quello della vita, in cui siamo sia giudici sia imputati.

Quali sono i tuoi progetti per promuovere la raccolta Melodia di porte che cigolano? Immagino che in questo momento fare delle presentazioni in libreria sia parecchio difficile…

Prima del lock-down stavo prendendo accordi per organizzare delle presentazioni a Palermo e a Roma. Adesso che è possibile, ma non so se sia giusto, sto spostando lo spazio comunicativo sul web. Ho registrato un’intervista con una amica giornalista, Elisabetta Colangelo, che stiamo facendo girare sui social. Ho in cantiere delle registrazioni su programmi radio regionali.

Tra qualche settimana, registrerò un reading affiancata da una lettrice d’eccezione che tradurrà e leggerà alcune poesie in un’altra bellissima lingua: per sapere quale, dovrete attendere!

Mi sono armata di microfono e treppiedi per registrare brevi video-letture. Con il mio ufficio stampa Qalt stiamo lavorando tantissimo, ogni giorno fino a sera, per promuovere, diffondere, vociferare, provare a sfondare tutte le porte chiuse che si incontrano.

Ho un sito web, una pagina Facebook, un profilo Instagram e uno Twitter: condivido quotidianamente contenuti, foto e pensieri.

Un’iniziativa che mi piace molto è quella dell’album con tutte le foto inviatemi da chi ha acquistato il libro e lo tiene fra le mani, a casa sua, nella sua bottega, con i suoi strumenti artistici: le mie preferite sono quelle con gli amici a quattro zampe!

Insomma ho una valanga di idee, iniziative, progetti, anche riguardanti le librerie. Voglio rendere questo difficile periodo una grande opportunità.

Hai scritto nuove poesie in questo periodo di lockdown?

Ho circa 200 nuove poesie, da rivedere. Almeno una cinquantina sono nate in questo ultimo lasso di tempo ma, come ormai immaginerete, non ho ceduto alla tentazione di scrivere del virus: troppo scontato.

Ho scritto dell’idea di fragilità e di morte che ci ha suggerito questo virus e di tutti gli antidoti etici e spirituali che possiamo creare e sperimentare per volgere a nostro vantaggio quanto ci è accaduto.

È stata una esperienza terribile, ma abbiamo sperimentato un senso di globalità necessaria che molti prima ignoravano. L’ideale di autonomia a tutti i costi è una finzione sociale: siamo tutti interconnessi, che ci piaccia o no e il Covid ci ha sbattuto in faccia questa condizione, fornendoci lo spunto per capire che la potevamo volgere a nostro vantaggio (e, almeno in parte, lo abbiamo fatto molto bene). 

Grazie per il tuo tempo, sentiti libera di salutare i lettori di The Soundcheck come preferisci! 

Sono felice di avere risposto a queste domande appassionate ed appassionanti. Ringrazio con tutto il cuore la redazione di The Soundcheck.

Come sempre, quello che conta è ciò che arriva a chi legge e dove si può arrivare in questo dialogo silenzioso e prezioso tra autore e lettore.

Vi lascio con una delle mie poesie preferite. Il mio più profondo augurio per ognuno di voi, per questa estate che è alle porte. 

Solstizio d’Estate

L’estate è fragore caldo 

di spensieratezza assente, 

latente, 

è brusio leggero di aria lieve, 

parole primitive, 

immagini d’altri tempi 

in una stretta 

digiuna di avvenire, 

avvinghiata a cose perdute 

e granitica 

di questa ora 

tremante di emozioni misconosciute, 

grida di rondini 

cieli pacati 

labbra rivelate 

mani sconce. 

E noi 

distesi immobili, 

quasi morti 

di grandezza irrisolta.

a cura di
Alessandra Leoni

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