Mombao – racconto sulla realtà virtuale di Rust, argilla e il calore degli umani

Mombao – racconto sulla realtà virtuale di Rust, argilla e il calore degli umani
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Loro sono i Mombao, un duo di stanza a Milano stranissimo: “solo” synth e batteria, dove cantano entrambi, riprendono canti e melodie popolari e li re-interpretano in chiave elettronica. Un loro live è praticamente un viaggio mistico, dove non esiste palco ma si circonda la band per prendersi la musica letteralmente addosso. In questo periodo dove live non se ne vanno, i due hanno pensato bene di fare un concerto all’interno di un videogioco.

Ecco come è andata!

Che cosa c’è in Rust che può avere a che fare con il mondo dei Mombao?

In realtà non molto: Rust è un gioco molto violento e spesso la community dei giocatori è molto aggressiva, quindi è probabilmente uno dei videogame più difficili dove provare a costruire un palco virtuale e fare un concerto live con degli avatar, considerando che si rischia di venire ammazzati ogni 5 minuti da qualcuno con il mitra, da un orso o da un elicottero.

Ma forse per quello ci è piaciuto: siamo grandi fan delle situazioni surreali, perciò fare un concerto virtuale professando pace e amore in un gioco in cui tre quarti delle persone si ammazzano a prima vista ci è sembrato decisamente surreale . Ci siamo convinti immediatamente.
Di sicuro un fattore comune che abbiamod ato per scontato è la nudità, in qualche maniera il fatto che suoniamo mezzi nudi e coperti di fango e il nascere nudi con una pietra in mano hanno qualche punto di contatto che ci ha fatto accendere delle lucine nella capoccia.

Che poi, passo indietro, chi siete e come nascete?

Siamo i Mombao, siamo un duo, suoniamo mezzi nudi e coperti di argilla al centro della stanza e ci piace che il pubblico si scassi ballando tutto intorno.
Facciamo un genere che potrebbe essere chiamato “musica popolare archetipica del futuro”, una supercazzola per dire che prendiamo elementi di musica popolare da diverse culture e li mescoliamo ri-arrangiandoli per voci, percussioni ed elettronica; il risultato è una musica antichissima che proviene dal futuro di un territorio culturalmente inesplorato eppure figlio di una cultura che ci sembra familiare.

La quarantena ci ha spinto a cercare soluzioni alternative ai live. Queste soluzioni rimarranno? Ce ne sono che varrebbe la pena mantenere o sono solo compromessi?


Per ora i concerti in live streaming non sembrano un’alternativa davvero convincente sul lungo termine, almeno per quello che facciamo noi; è davvero difficile ricostruire virtualmente la comunità temporanea che si crea ad un concerto dal vivo, e in più la tecnologia attuale non permette a due musicisti di suonare assieme a distanza perché c’è sempre un ritardo di segnale che rende impossibile suonare allo stesso tempo. Nel prossimo periodo vorremmo capire in quale forma sarà possibile proporre musica dal vivo rispettando il distanziamento sociale.

Grimes dice che entro pochi anni i live fisici saranno cosa superata, di sicuro per l’elite della valle al silicone sarà così e non credo ci tireremmo indietro dal provare l’esperienza di questo show futuristico però il fango, il sudore e le orecchie che fischiano, per ora, sono qualcosa a cui vorremmo evitare di dover rinunciare.

Quanto ci avete messo per arrivare al punto di un “live”?

Beh, con l’espansione potevamo costruire un pianoforte e una batteria, però per costruirli servono pezzi di metallo, scrap e un tavolo da lavoro, per fare un tavolo da lavoro serve una fornace, per fare una fornace serve pietra e legna, per fare pietra e legna serve l’accetta, per costruire tutto serve una base e nel frattempo ti uccidono, muori di fame, incontri orsi, muori di sete e chiunque ti ruba tutto ciò che hai costruito appena può.

Insomma fra imparare a giocare, capire cosa bisognava fare, convincere la community a risparmiarti, mettere insieme tutto quello che serve e poi, alla fine, capire con che sistema si potevano risolvere tutti i problemi di latenza e quindi far comunicare Ableton e i device midi esterni con Rust, direi che tre settimane abbondanti in un bel team sono state assolutamente necessarie.

Fresh Silk è un brano che avete già suonato dal vivo? Qual è la sua storia?

Si, Fresh Silk nasce da una residenza artistica alla Casa della Musica di Trieste di, ormai, un anno fa. Quell’estate abbiamo potuto passare dieci giorni in una sala prove nella città natale di Anselmo e abbiamo suonato, fatto il bagno e siamo andati in osmiza (delle trattorie tradizionali del carso in cui si mangiano cibi del territorio, si beve un sacco e si cantano canzoni popolari triestine). Fresh Silk nasce lì, l’abbiamo cantata in gibberish per un anno, poi, quando abbiamo deciso di registrarla, abbiamo lavorato di preproduzione in un’altra residenza artistica all’isola d’Elba, “L’elba del vicino”.

Lì eravamo ospiti di una comunità di suore e suonavamo in un edificio per conferenze semi-abbandonato, circondato di palme di plastica con un riverbero chiesastico splendido, alternavamo il lavoro di registrazione a splendidi bagni e mangiate di fichi. Poco prima di entrare in studio da Giacomo Carlone nel suo, ormai celebre, “Supermoon studio”, abbiamo sostituito il gibberish con una poesia di Damon. Si potrebbe continuare a parlare molto di quel brano e dei suoi tanti piccoli aneddoti, ma ci fermeremo qui, per ora.

Cosa vi manca di più del mondo reale? 

Probabilmente il contatto fisico con altre persone e il calore di altri corpi umani. E poi il live, quell’energia speciale e potente che si crea tra i musicisti e il pubblico e quella sensazione di comunità che ne nasce. E’ un’energia troppo sottile per poter essere ricreata virtualmente – per fortuna – e siamo sicuri che ci sarà una grande fame di musica dal vivo quando tutto questo strano periodo sarà concluso.

a cura di
Giulia Perna

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