Resident Evil 3 ci ha insegnato il valore della longevità

Resident Evil 3 ci ha insegnato il valore della longevità
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Dopo lo splendido remake del secondo capitolo, Resident Evil 3 non convince quanto sperato, pur offrendo un’avventura comunque coinvolgente e terrificante al punto giusto

Raccoon City è un grottesco ed ammaliante carapace di edifici apparentemente abbandonati. Le luci al neon dei negozi illuminano pozzanghere di sangue e cumuli di viscere ammassati su pile di cadaveri. Auto devastate da una furia sconosciuta si comprimono l’una sull’altra, creando dighe che sbarrano le strade.

L’angosciante e pur suggestivo scenario creato digitalmente dal portentoso RE Engine, reso ancor più spettacolare da un gioco d’ombre quanto mai ipnotico, è la punta di un iceberg certamente imponente, ma non così profondo. Questo remake di Resident Evil 3, per sciogliere un po’ le metafore, ha indiscutibili qualità, ma ha diviso critica e parte del pubblico con un unico, indiscutibile difetto. Come un ghiacciolo al sole si scioglie in fretta, pur lasciando sul palato un gusto dolcissimo.

Se siete giocatori esperti, se non vi lasciate sopraffare facilmente dall’ansia, sei ore sono più che sufficienti per fuggire dall’orrore e raggiungere i titoli di coda. Sicuramente poco per un survival horror venduto a prezzo pieno, un rimarchevole passo falso degli sviluppatori, rei, questo è il vero peccato originale del titolo, di aver inspiegabilmente omesso porzioni d’avventura pur presenti nell’originale.

Antico nell’anima, nuovo nel corpo

Parliamo infatti di un remake in tutto e per tutto, rifacimento di un classico pubblicato sulla prima PlayStation nel 1999, concepito sull’onda del successo raccolto, un anno fa circa, dal diretto prequel della famosa saga di Capcom, anch’esso sottoposto ad un sensibile restyling che lo ha consegnato ad una contemporaneità sancita dall’adozione di una telecamera non più fissa, ma posta sopra la spalla dell’avatar.

Jill Valentine e Carlos Oliveira, avatar che controllerete a fasi alterne, si elevano a protagonisti magistralmente riprodotti digitalmente; generalmente ben equipaggiati, grazie alla generosa e puntuale erogazione di piante curative e munizioni; potenziati dall’abilità di effettuare una schivata laterale, manovra elusiva imprescindibile per contrastare le mostruosità mortalmente attratte dalla giugulare del duo.

L’obiettivo è semplice, in fondo

Raccoon City, ormai invasa dagli zombie e da mostruosità di ogni genere, è irrimediabilmente persa. Non resta altra scelta che fuggire, prima che il governo statunitense, per contenere ed insabbiare l’epidemia ordita da una multinazionale senza scrupoli, radi al suolo la città con un preciso attacco missilistico.

Non ci sarà un countdown a cadenzare la vostra avanzata, anzi il ritmo è generalmente compassato, ma sarete puntualmente incalzati da raccapriccianti presenze in ogni angolo, ostacoli che potrete eventualmente evitare nella maggior parte dei casi, mentre guadagnate l’ennesima via di fuga. Zombie, velocissimi cani e bestialità ben più letali vi attendono spesso nascosti nell’ombra, non sarebbe un gioco horror altrimenti, ma la minaccia più grande di tutte è anche quella che caratterizza meglio il remake, elemento ludico e narrativo che distinse Resident Evil 3 all’epoca del suo debutto.

Parliamo ovviamente di Nemesis, implacabile energumeno con molti tratti in comune al mostro di Frankenstein che vi braccherà sino ai titoli di coda, inseguendovi spesso e volentieri, senza che voi abbiate la possibilità di abbatterlo. Si tratta, in soldoni, di brevi sequenze in cui dovrete abbandonare qualsiasi reticenza e darvi alla fuga, pronti a schivare gli attacchi di Nemesis, correndo a testa bassa sino alla zona sicura.

Anche queste fasi sono nell’occhio del ciclone dei fan di lungo corso. Laddove nell’originale l’insperato incontro era casuale, possibile praticamente in ogni anfratto della mappa, in questo remake il tutto è limitato a pochissime situazioni predeterminate, tra l’altro ampiamente preannunciate.

L’ansia e l’adrenalina restano, ma è inevitabile biasimare gli sviluppatori, pur considerando che il problema è ravvisabile solo dalle vecchie guardie, consapevoli di come funzionava il gioco “una volta”.

Sì, perché questa problematica, esattamente come quello relativo alla contenuta longevità, è riconducibile alle pretese dei fan sull’avventura, piuttosto che all’esperienza di per sé.

Una questione estetica

Le aspettative, e i conseguenti desideri e speranze dell’utenza, dovrebbero essere un parametro impattante nell’analisi e critica di un’opera? Il remake di Resident Evil 3 ha sollevato la questione di stampo prettamente estetico, un quesito che non pretendiamo certo di risolvere in questa sede, ma che risolviamo ignorandolo parzialmente.

La produzione Capcom soffre di un level design eccessivamente lineare, su questo non ci piove, ma regala intense ore di puro divertimento. Che siano poche o meno, che il Nemesis sia eccessivamente timido, non sono questioni così fondamentali.

Di sicuro non c’è stata l’accortezza e la brillantezza dimostrata nel remake di Resident Evil 2. Sicuramente è un peccato aver eliminato intere sezioni rispetto all’originale. Ciononostante si tratta di un survival horror da cardiopalma, impreziosito da una direzione artistica di prim’ordine.

Non griderete al miracolo, ma se siete appassionati al genere sarebbe un vero peccato lasciarselo scappare.

a cura di
Lorenzo Kobe Fazio

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Lorenzo "Kobe" Fazio

Accanito videogiocatore sin da tenera età, si laurea al DAMS di Bologna, cominciando già dopo la maturità a scrivere in qualità di giornalista freelance su numerosi siti internet e riviste specializzate di videogiochi come Everyeye.it, Eurogamer.it, Badtaste.it, Game Republic, PS Mania e PlayStation Ufficiale. Recentemente ha pubblicato il suo primo saggio, Teatro e Videogiochi, scritto a quattro mani con Luca Papale ed edito da Paguro Edizioni.

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