Serpenti ha partecipato alla sezione Spotlight di Venezia83 ed è arrivato in sala dal 10 settembre. Diretto da Roberto De Paolis, che lo ha co-sceneggiato insieme ai fratelli D’Innocenzo (Favolacce, Dostoevskij), il film ha per protagonista un femminicida che vuole pagare per il suo reato, ma non viene preso sul serio. Nel cast Alessandro Borghi, Valeria Golino e Pietro Castellitto.
“La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria“. Questo è un aforisma del 1956, tratto dal Diario notturno di Ennio Flaiano. Settant’anni dopo, si può dire che la situazione non sia cambiata affatto.
Roberto De Paolis e i fratelli D’Innocenzo, co-sceneggiatori, la fanno comparire a schermo all’inizio del film per indicare immediatamente il tono con cui verrà trattata la vicenda.
Serpenti (sezione Spotlight di Venezia 83, in sala dal 10 settembre) parte da una premessa per niente leggera: Paolo Marra è un uomo che ha ucciso la moglie e si presenta in commissariato per costituirsi. Quello che segue è uno sviluppo grottesco, che richiama da una parte Il processo di Kafka per la sua paradossalità, dall’altra Un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri per la sua analisi tagliente del sistema penale italiano.

Ciò che risulta è una commedia nera in grado di strappare in modo inaspettato – e un po’ colpevole – qualche sorriso, risultando tuttavia estremamente amara. L’opera riesce a parlare dell’attualità italiana senza sventolare manifesti, ma mostrando in maniera impietosa le contraddizioni sia della legge che dell’animo umano.
Il labirinto del commissariato
A differenza di Josef K, il protagonista di Serpenti non ha dubbi di sorta riguardo al proprio reato, esplicitato fin dalla magnifica carrellata di apertura. Sempre all’opposto del primo, Paolo vuole pagare per quello che ha fatto. Non vi è riflessione sul suo atto, egli stesso non ha idea dei motivi che lo hanno spinto a un’azione così estrema. Rimane solo la volontà di togliersi un peso dalla coscienza: Paolo non vuole confrontarsi, rifiutandosi anche di rientrare a casa sua.
L’ingresso nel commissariato labirintico e claustrofobico (nonostante i campi larghi), fatto di corridoi vuoti e di un colore giallo che richiama una backroom, corrisponde al passaggio in un’altra dimensione, con le sue regole e i suoi tempi. Le richieste del protagonista rimbombano nell’indifferenza e nella burocrazia di un sistema che non ha tempo di ascoltarlo.
La premessa di consegnare un uxoricida alla giustizia si trasforma così in una farsa grottesca, in uno sfoggio di perizia che si concentra sui tecnicismi delle procedure e i dettagli del reato, ai quali si finisce per dare paradossalmente più importanza che al delitto stesso. Lo Stato è auto-assorbito: è il cittadino ad essere a servizio della sua macchina, non il contrario.

Dante senza Virgilio
Paolo Marra si confronta con tre personaggi che potrebbero offrirgli un confronto, ma le loro parole si dimostrano più dei monologhi che delle conversazioni vere e proprie. L’umanità di Serpenti si parla, ma non si ascolta vicendevolmente. Lo stesso protagonista è in realtà poco incline all’ascolto, non fa che ripetere la propria colpevolezza, passando da un tono dimesso che ritiene dovuto a una crescente frustrazione per non sentirsi ascoltato.
Gli interlocutori di Marra non sono veri collocutori. Non lo è il poliziotto di Alessandro Borghi, distratto dai suoi fatti privati, impegnato a compilare con dovizia i moduli più che a soffermarsi sul reato che gli viene presentato. Le prove sono fondamentali, senza di esse non c’è reato, nemmeno di fronte a una confessione. Borghi rappresenta perfettamente l’apatia delle forze dell’ordine, per le quali è di maggiore importanza registrare correttamente l’indirizzo per non perdere tempo durante la perquisizione del luogo del reato.
Anche l’avvocato difensore, interpretato da Pietro Castellitto, è un personaggio che trasuda cinismo e untuosità dietro la sua apparenza impeccabile di difensore dei diritti del proprio cliente. Attraverso la sua parlantina sciolta, la legge viene distorta. Il suo aberrante monologo, con cui presenta a Paolo una linea alternativa per scagionarlo, mette a disagio per la sua glacialità.
Infine, il personaggio di Valeria Golino certifica l’ulteriore discesa nel grottesco della vicenda. Da cartomante, il suo discorso viene snobbato inizialmente da Paolo, che pratica ciò che subisce a sua volta – nei confronti dell’unico personaggio femminile rilevante, tra l’altro. Le implicazioni della loro improbabile seduta, tuttavia, portano a sviluppi che evidenziano sia le contraddizioni del sistema giudiziario italiano, sia le parti nascoste dell’animo umano.

Si può affermare che i personaggi che circondano Paolo siano i serpenti del titolo, individui freddi, solitari, distaccati dalle responsabilità. Il loro punto di vista è un paraocchi che non lascia spazio a un confronto e lo stesso protagonista ricade in questo profilo più di quanto la sua ammissione di colpevolezza faccia pensare.
Delitto (senza?) castigo
Paolo, infatti, al pari dei comprimari che lo attorniano, è a sua volta un individuo non confrontazionale. Non ha intenzione di pensare a cosa gli è passato per la testa, la colpa è un peso che deve togliersi e non una responsabilità nei confronti della vittima. Alla moglie che ha ucciso non è conferito un nome, un volto o caratteristiche personali:il focus, come in molti casi di cronaca di femminicidio, si sposta sul colpevole, mentre alla persona uccisa non è data una voce.
Paolo Marra si distacca visivamente dallo stereotipo dell’uomo tossico che ricorre alla violenza, imponendo la propria presenza in altro modo, ovvero anteponendo il suo reato a ogni altra cosa. Il personaggio si pone su un delicato equilibrio tra una necessità di espiazione e una volontà di protagonismo, una performance che ispiri il supporto che sente di non aver ricevuto prima, che lo condanni senza responsabilizzarlo.
Serpenti vuole essere un film che riflette su come viene insegnato nello Stato italiano a gestire la colpa. Qui, infatti, il reato deve essere punito, ma non viene studiato per prevenire casi futuri. Non si parla del tessuto societario in cui si sviluppano i delitti, ma si preferisce considerarli eventi isolati non prevedibili.
Nessuno è responsabile. La violenza assurda del femminicidio, così insita nella nostra cronaca nera, è la cartina tornasole della società che il film espone.
Specchio distorto
Il mondo di Serpenti è un non luogo, un limbo di costante attesa, in cui la percezione del tempo e dello spazio vengono distorte. L’ambientazione prevalentemente in interni enfatizza questa mancata percezione del tempo, mantenendo un’illuminazione costante e indefinita che rende difficile determinare il momento della giornata in cui ci si trova. I luoghi dell’azione sono chiusi, limitati e creano una sensazione di prigionia.
Il lavoro di montaggio e sonoro contribuisce a creare un senso di straniamento e distorsione dell’ambiente, che comunica una situazione che si fatica a processare. Le stesse azioni vengono scomposte, frammentate, mentre la colonna sonora si compone di note dissonanti. La raffigurazione della realtà di distorce in accordo con la grottesca percezione della situazione narrata.
La firma dei fratelli D’Innocenzo sulla sceneggiatura costituisce un’identità forte. A differenza di quanto avvenuto ne La città dei vivi, presente anch’esso in questa edizione della Mostra e dal quale l’hanno invece fatta togliere.
In Serpenti ritroviamo la loro visione cruda e ricca di un umorismo nerissimo che, mischiata all’occhio sociale di De Paolis, evolve dal realismo documentario degli esordi (Cuori neri, Princess).

L’opera si rivela un esperimento ottimamente riuscito, in grado di affrontare tematiche sociali contemporanee con un’ottica alternativa. Il mondo distorto in cui è ambientato riflette sicuramente le problematiche della società italiana e dovrebbe portare a confrontarsi con le domande che nel film nessuno vuole farsi.
Serpenti ha esordito nella sezione Spotlight dell’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Attualmente in sala, è sicuramente una pellicola da non perdere!
a cura di
Luca Murgia

