Con un colpo di scena inaspettato, Woman Unknown della regista May el-Toukhy ha vinto il Leone d’oro per il Miglior Film all’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Ecco la recensione in anteprima di The Soundcheck.
Quando partecipi ad un festival di cinema come quello di Venezia sei già consapevole in partenza che, difficilmente, riuscirai a vedere tutto. Quest’anno, però, stringendo i denti e incastrando le proiezioni, sono riuscita a visionare ben 18 dei 21 film In Concorso, tra cui, ovviamente, il vincitore del Leone d’oro.
Definire la vittoria di Woman Unknown inaspettata è dire poco, soprattutto tenendo in considerazione che andava a scontrarsi con opere come Wild Horse Nine di Martin McDonagh, Possible Love di Lee Chang-dong e il documentario Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor.
Eppure, in qualche modo, questo film non considerato tra i papabili vincitori è riuscito ad aggiudicarsi ben due premi, ovvero il Leone d’oro e la Coppa Volpi per la Miglior Attrice. Tra l’altro, questa situazione specifica non è nemmeno così semplice da raggiungere: da regolamento, vincere un secondo premio oltre al Leone d’oro è possibile solo in caso di voto unanime da parte della giuria. In altre parole, la performance dell’attrice protagonista Mathilde Arcel è stata talmente notevole da convincere tutti i giurati.

Oltre ad essere un film sulla guerra ambientato dopo la sua fine, a dimostrazione di quanto i suoi strascichi siano dolorosi, Woman Unknown ha anche un potente taglio femminista. D’altro canto, era anche l’unico dei film In Concorso ad avere una regia al femminile, un fatto che ha scatenato non poche polemiche a seguito della sua vittoria. Insomma, si tratta indubbiamente di un’opera al centro di vari dibattiti, ragion per cui bisogna procedere con ordine.
Una storia di donne “sconosciute”
Come ha dichiarato la regista May el-Toukhy, Woman Unknown vuole dare voce a figure femminili che raramente hanno potuto raccontare loro stesse. In particolare, il film adotta la prospettiva di una delle cosiddette collaboratrici orizzontali, ovvero quelle donne europee che, durante la Seconda Guerra Mondiale, intrecciarono relazioni con i soldati degli eserciti occupanti. Al termine del conflitto, queste donne subirono umiliazioni pubbliche e condanne, sfociando spesso e volentieri in punizioni corporali violente.
Tenendo conto di questo contesto, ecco che la paura paralizzante della protagonista non è poi cosa da poco. In un dopoguerra danese anarchico e patriottico, Marie (Mathilde Arcel) sta per compiere una scalata sociale sposando il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Il trauma della guerra è, però, ancora vicino e la sua passata relazione con un soldato tedesco una minaccia troppo grande per il futuro che sta cercando di costruire. In un mondo in cui lo stigma di essere una collaboratrice orizzontale è considerato pari ad un crimine, c’è davvero da chiedersi perché Marie sia disposta a tutto pur di tenere quella parte della sua vita segreta?
Alla luce di queste considerazioni, il titolo stesso del film, Woman Unknown, può essere letto in due modi. Restando ancorati alla vicenda narrata, Marie è volontariamente una “donna sconosciuta”, qualcuno che desidera ardentemente nascondere una parte di sé da chi le sta attorno. Ma, allo stesso tempo, Marie è la rappresentante di un intero gruppo di “sconosciute”, donne che la Storia tende a dimenticare e che, invece, meritano di raccontare la propria esperienza di vita.
Il corpo femminile
La vicenda di Marie è intervallata da punizioni pubbliche delle collaboratrici orizzontali riconosciute. Queste donne non solo vengono messe a nudo privandole dei vestiti e dei capelli, ma subiscono anche violenze fisiche in mezzo ad una folla assetata di sangue. Si può dunque affermare che il corpo femminile diventi in questo film un vero e proprio campo di battaglia: bisogna punirlo per essersi lasciato “possedere” dal nemico.
Queste scene di attacco sono l’incarnazione più violenta delle paure della protagonista che, in caso emegesse la verità, perderebbe tutto ciò che ha costruito. A colpire particolarmente è forse, però, il genuino entusiasmo della folla di fronte alle punizioni.
D’altro canto, bisogna anche considerare quanto le regole di comportamento imposte alle donne siano particolarmente soffocanti. Da sempre, infatti, la sessualità femminile è considerata problematica e motivo di giudizio morale, specialmente se ritenuta sopra le righe. In Woman Unknown si racconta proprio di donne punite a causa di un loro desiderio sessuale non giustificabile dalla norma.

Ecco, dunque, che il corpo delle donne diventa il centro di uno scontro tra due forze: da un lato il desiderio, dall’altro la dura repressione della norma. Il risultato? Una punizione fisica che fa da manifesto ad uno stigma sociale.
Le polemiche sulla vittoria
Nonostante i temi trattati possano essere interessanti, la vittoria di Woman Unknown ha generato una serie di polemiche. Di fatto, in molti si sono chiesti se la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal (The Bride) non abbia scelto di premiare il film in quanto unico con una regista donna. Naturalmente, la Gyllenhaal non ha esitato a negare queste accuse, insistendo invece su quanto quella di May el-Toukhy sia genuinamente un’opera meravigliosa.
Personalmente, non intendo entrare in questo dibattito senza avere conoscenza delle dinamiche interne alla giuria. Tuttavia, mi pare anche evidente che l’esistenza stessa di queste polemiche sia lo specchio di una questione più spinosa: perché il genere di chi sta dietro la macchina da presa continua ad avere tutto questo peso?
Nel riportare la vittoria di Woman Unknown tantissime testate hanno insistito nei loro titoli sulla questione di genere. Tra chi parla di rinvicita fenminile e chi insiste sul fatto che May el-Toukhy sia stata l’unica regista donna In Concorso, mi pare evidente che la narrazione dietro questa vittoria abbia preso una direzione netta.
Forse, più che continuare a chiedersi se il Leone d’oro sia stato assegnato con l’intento di mandare un messaggio politico femminista, avrebbe più senso domandarsi perché nel 2026 una vittoria del genere possa ragionevolmente essere analizzata in questi termini.
In conclusione
Quella di Woman Unknown è una vittoria che ha sorpreso tutti nel bene e nel male e, sicuramente, continuerà a generare dibattito quando Lucky Red distribuirà il film nelle sale italiane in data ancora da definirsi.
Detto questo, Woman Unknown non è un film perfetto, ma, allo stesso tempo risulta molto coerente nei suoi temi e nel modo in cui essi vengono raccontati. Che l’ennesima storia ambientata nel secondo dopoguerra convinca o meno, è indubbio che la prospettiva delle collaboratrici orizzontali sia innovativa e, pertanto, il film merita almeno una visione.
a cura di
Claudia Camarda

