Un quarto di secolo, una reunion e un tour per celebrare tra i migliori dischi d’esordio di una band in assoluto. In scena i Quintorigo con John De Leo e quella voce fuori dal coro di chi vuole tornare rospo
L’afa non ha voluto saperne di allentare la presa nemmeno a settembre e, alla Città dell’Altra Economia, la prima parte della serata ha mantenuto un’aria quasi da concerto sinfonico: posti seduti e platea composta… prima che il rospo tornasse a gracidare.
Tra il pubblico circolava anche una febbre improvvisa, una di quelle linee di troppo che affettuosamente sono pronte a rovinarti il week-end. Quasi un anticipo di quello che sarebbe successo sul palco romano, dove la febbre sarebbe tornata, in altre forme, più di una volta.
Perché di questo, in fondo, si è trattato: la chiusura del tour con cui i Quintorigo, riuniti nella formazione storica con John De Leo alla voce, hanno celebrato i venticinque anni di “Rospo“, l’album che li portò a Sanremo nel 1999, conquistando il Premio della Critica “Mia Martini” nella sezione Nuove Proposte, e che regalò loro la Targa Tenco per la Miglior opera prima.
Per l’occasione, il quintetto è al completo: John De Leo alla voce, Valentino Bianchi al sax, Andrea Costa al violino, Gionata Costa al violoncello, Stefano Ricci al contrabbasso.
Nessuna chitarra elettrica, nessuna batteria
Eppure, di cameristico, c’è stato ben poco.
Dopo un breve intro strumentale, il live è partito nel modo più quintorighiano possibile: un innesto tra la Danza delle sciabole di Aram Khachaturian e Purple Haze di Jimi Hendrix. Due mondi lontanissimi, la sala da concerto sovietica e il club psichedelico di fine anni Sessanta, tenuti insieme dallo stesso gesto fisico: l’arco sulle corde spinto fino alla distorsione.
Da lì la scaletta ha attraversato buona parte del repertorio storico del gruppo: Nero Vivo, Malato Sano, Momento Morto e Zapping, tutti brani legati ai primi tre capitoli della discografia – “Rospo” (1999), “Grigio” (2000) e “In cattività” (2003) – fino a una Fever spogliata all’osso. Quest’ultimo pezzo, reso celebre da Peggy Lee ma inciso anche da Elvis Presley, si è ridotto all’essenziale quando sul palco sono rimaste soltanto la voce di John e il contrabbasso di Stefano.
E, con il caldo che ormai sembrava avere un proprio impianto audio, anche la febbre tra il pubblico sembrava rispondere all’appello.
Dopo Grigio e Precipitango, il concerto ha rallentato per il momento più significativo della serata, non soltanto sul piano musicale. Prima di Deux Heures de Soleil, la band ha preso la parola per un pensiero rivolto al genocidio in corso a Gaza e, più in generale, contro ogni guerra. Anche il brano scelto sembrava dialogare con quella dedica.
Deux Heures de Soleil riprende l’immagine, mutuata da una vecchia canzone francese, di un sole somministrato col contagocce: poche ore di luce concesse dentro una giornata altrimenti grigia. Una piccola quantità di sollievo in mezzo a qualcosa di più grande e più scuro. Sentirla arrivare subito dopo quelle parole le ha dato un peso diverso. Vent’anni e più dopo la sua nascita, la metafora aveva trovato un’altra strada per tornare attuale.
La rivincita del rospo
Successivamente, la scaletta ha proseguito con Heroes di David Bowie, altra pietra miliare dei Quintorigo, capace di reggere il confronto con l’originale proprio perché non prova a imitarlo, e con Neon-Sun, prima di tornare al cuore della serata: Rospo e Kristo, Sì!, i due brani-manifesto dell’esordio della band romagnola, capaci di far impennare il termometro, portando la febbre a un livello tale da far alzare in piedi il pubblico.
Una o due persone, poi gruppetti sempre più numerosi. Le sedie, fino a quel momento occupate con una disciplina quasi teatrale, hanno iniziato a perdere la loro funzione. Complice anche Bentivoglio Angelina (kon tutto il mio amaro), altro brano storico portato in vacanza in Liguria nel 2001 al 51° Festival della Canzone Italiana (Premio Volare per il miglior arrangiamento).
È questa una delle piccole magie dei live dei Quintorigo: per un’ora puoi stare seduto ad ascoltare un violoncello, un contrabbasso e un violino come se fossi in una sala da concerto. Poi parte una canzone che conosci da almeno due decadi e improvvisamente la sedia diventa un ostacolo.
È successo definitivamente nei bis, proprio su La nonna di Frederick lo portava al mare, entrata di diritto tra i brani più apprezzati della serata, e sulla conclusiva cover di Highway Star dei Deep Purple. Gran parte della platea ha abbandonato le sedie e si è avvicinata al palco, chiudendo la serata in piedi, come in un “concerto rock tradizionale”.
Con una differenza non proprio trascurabile: sul palco, di rock band tradizionale, continuava a non esserci praticamente nulla.

Ci sono voluti quasi trent’anni perché il tempo “restituisse una biografia” ai Quintorigo. Alle soglie del duemila erano la stranezza di Sanremo, il gruppo difficile da collocare, quello che sembrava arrivato dalle uscite d’emergenza con un frontman con le treccine. Oggi li guardiamo con una forma di deferenza che allora probabilmente non avrebbero ricevuto: sono diventati un pezzo di storia della musica italiana.
Il paradosso è che la loro musica sembra invecchiata meno di chi la ascolta. Forse perché non ha mai avuto davvero un’età anagrafica o perché il loro modo di vivere la musica continua a funzionare proprio grazie all’assenza di una casella in cui sistemarli definitivamente.
Tra strumenti a fiato e d’arco elettrificati con pedaliere ed effetti analogici per strumenti a corda e una voce che non si limita ad accompagnare l’ensemble ma spinge, spezza e tira le note giù per il collo, si passa dal teatrale al grottesco, da una session jazz d’avanguardia a un’opera rock che strizza l’occhio al prog e al minimalismo, senza soluzione di continuità.
E poi il rospo, quel rospo, che ha preferito rimanere nel fango pur di non cedere al compromesso del principe azzurro omologato, rivendicando con fiera anarchia il diritto di essere unici, liberi e fuori dal coro. Nel 1999 era difficile immaginare che sarebbe rimasto lì così a lungo, a gracidare mentre il vecchio conio perdeva definitivamente il suo valore. A Roma, venticinque anni dopo, siamo rimasti in piedi ad ascoltarlo nella sua piccola grande rivincita sul tempo.
Scaletta
- Intro
- Danza delle sciabole (Aram Khachaturian) \ Purple Haze (The Jimi Hendrix Experience)
- Nero Vivo
- Malato Sano
- Momento Morto
- Zapping
- Fever
- Grigio
- Precipitango
- Deux Heures de Soleil
- Heroes (David Bowie)
- Neon-Sun
- Rospo
- Kristo, Sì!
- Bentivoglio Angelina (kon tutto il mio amaro)
- La nonna di Frederick lo portava al mare
- Highway Star (Deep Purple)
a cura di
Edoardo Siliquini

