Il 24 agosto 2026, Motta è tornato a Cesena con il tour dedicato ai dieci anni de “La fine dei vent’anni”
Partito a maggio da Faenza e passato in questi mesi da festival come MI AMI, Spring Attitude, Flowers e tanti altri, il tour per i dieci anni de “La fine dei vent’anni” arriva quasi alla fine della sua estate alla Rocca Malatestiana di Cesena.
Un’ora e mezza di concerto che, senza esagerare, sembra durarne quaranta. È stato tutto così veloce e intenso, che non sembrava vero fosse già finito…
Il concerto
“La fine dei vent’anni” viene suonato per intero e la prima cosa che colpisce è quanto queste canzoni cambino dal vivo. Gli arrangiamenti sono più sporchi, potenti, a tratti quasi violenti. Le canzoni entrano dentro in maniera diversa e riescono a scombussolare molto più di quanto facciano ormai le loro versioni registrate.
Una buona parte del merito va alla band. Con Motta ci sono Roberta Sammarelli al basso,Giorgio Maria Condemi alla chitarra,Cesare Petulicchio alla batteria e Francesco Chimenti alle tastiere e al violoncello.
Sono tutti incredibilmente presenti sul palco. Motta passa dalla chitarra al suo ormai iconico rullante. Corre, urla, suona con una rabbia che sembra non essersi ridimensionata di un millimetro in dieci anni. Il risultato è un concerto intenso, pieno, in alcuni momenti quasi orgasmatico.
Poi c’è lei: Roberta Sammarelli.
Da quando ha lasciato i Verdena non ha evidentemente perso niente della sua presenza scenica. Per buona parte del concerto ero sinceramente indecisa se guardare lei o Motta. Insieme funzionano benissimo: suonano con la stessa fisicità e sembrano continuamente cercarsi sul palco, mentre intorno a loro bastano luci e una scenografia minimale per riempire completamente la Rocca.
In mezzo a tutta questa intensità c’è anche spazio per uno dei momenti più teneri della serata, quando compare un corpo di ballo decisamente particolare formato dalle bambine di Sammarelli e dai figli degli altri componenti della band.
Il concerto continua e Motta presenta un nuovo brano che, almeno per ora, si chiama “Sopravvissuti”. Finalmente abbiamo la conferma che il nuovo disco esiste e ci sta lavorando da quattro anni.
E dalle premesse possiamo dire: cazzo, sì!
Prima de “La fine dei vent’anni”
A Cesena però la storia di Motta parte molto prima del 2016. Durante il concerto si torna anche agli anni dei Criminal Jokers, la sua prima band, e alle persone che gli hanno permesso di iniziare a suonare quando arrivava qui senza avere nemmeno la patente.
Tra queste c’è Libero Cola, che Motta ha ricordato anche parlando del rapporto costruito negli anni con Cesena. All’epoca con i Criminal Jokers suonava nel Cesenate addirittura più che a Pisa, passando dal Nero su Bianco all’Officina 49 e incontrando alcune delle persone che sarebbero rimaste nella sua storia.
E il pensiero inevitabilmente va anche al Vidia e a tutti quei live club che continuano a resistere nonostante la situazione complicata che vivono ormai da anni.
Forse questa parte mi tocca più del dovuto, visto che ai live club ho dedicato anche la mia tesi di laurea, ma tendiamo spesso a dimenticare quanto questi posti siano fondamentali.
Prima dei festival, dei grandi palchi e dei tour sold out c’è quasi sempre qualcuno che decide di far suonare una band che ancora non conosce nessuno. E ogni tanto è bello che qualcuno se ne ricordi.
Dieci anni dopo
“La fine dei vent’anni” è uno dei dischi che ho ascoltato di più quando avevo 18/19 anni, finivo il liceo e mi approcciavo alla prima parte della vita adulta.
All’epoca probabilmente molte cose non le capivo fino in fondo. Le cantavo, mi piacevano e alcune mi sembravano già perfettamente aderenti alla mia vita, ma oggi mi rendo conto che non avevo ancora vissuto buona parte delle cose di cui parlavano.
Adesso ho ventisei anni. Ventisette tra qualche mese. E quanta gente ho visto in questi 7 anni!
Ci sono stati l’università, il lavoro, le relazioni andate bene e quelle finite male, i traslochi, le persone che sono rimaste e quelle che inevitabilmente si sono perse per strada. La mia fine dei vent’anni sembra non essere più così tanto lontana.
E alcune delle incertezze di allora continuano tranquillamente a seguirmi.
Cercare parcheggio, almeno, è diventato un po’ più semplice. E gli amici a cui dire “andiamo via” ci sono ancora. In alcuni casi sono persino gli stessi.
Ed è forse questa la parte più bella di trovarsi dieci anni dopo a cantare questo disco con le amiche di sempre, quelle con cui ancora oggi si finisce a parlare degli stessi dubbi, delle stesse relazioni e delle stesse paure che attraversano quelle canzoni.
Il disco di esordio di Francesco Motta probabilmente continua a funzionare proprio per questo. È nato parlando di un’età precisa, ma non è mai rimasto intrappolato lì dentro. Perché alcune insicurezze appartengono ai vent’anni, altre scopri semplicemente che ti accompagneranno ancora per un po’.
Passano gli anni, cambiano parecchie cose. Altre, fortunatamente o sfortunatamente, rimangono esattamente dove le avevamo lasciate.
a cura di
Martina Giovanardi

