The Smashing Machine è il nuovo biopic diretto da Benny Safdie, con Dwayne Johnson, Emily Blunt e Ryan Bader come protagonisti. Presentato all’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film uscirà nelle sale italiane domani, mercoledì 19 novembre, distribuito da I Wonder Pictures.
The Smashing Machine è il biopic sul lottatore delle MMA Mark Kerr, incentrato sul periodo della sua vita che va dal 1997 al 2000.
Interpretato dalla star Dwayne “The Rock” Johnson, il film ha fatto piacevolmente discutere grazie all’accoglienza ricevuta a Venezia, con tanto di standing ovation per l’attore e successivi rumors in merito ad una sua candidatura agli Oscar.

Ma si trattata veramente di una così impressionante interpretazione e, più in generale, in film risulta un’opera valida? Scopriamolo insieme!
La trama
Mark Kerr (Dwayne Johnson) è una stella in rapida ascesa nel mondo delle arti marziali miste. Tifato e idolatrato, ha una moglie (Emily Blunt) che lo ama e una carriera pronta al decollo.
Ma cosa succede quando un’atleta abituato a mantenere la calma e l’equilibrio non riesce più a sostenere i ritmi stressanti e i dolori fisici causati dallo sport? Cosa succede quando una persona fiera della sua integrità e machista si ritrova ad affrontare e ad ammettere pubblicamente di nutrire delle paure e delle debolezze?
Infine, cosa succede quando una persona che non tollera neanche il pensiero di perdere subisce la sua prima sconfitta?
Perché Mark Kerr è importante?
Trattandosi di biopic, è necessario spiegare chi sono Mark Kerr e Mark Coleman (Ryan Bader), co-protagonista del film.
Ad oggi le MMA in America sono una realtà sportiva di tutto rispetto, con un business solido e contratti per gli atleti che sfiorano anche i milioni come importi. Nonostante la violenza della disciplina, la UFC (la federazione di MMA più famosa e redditizia attualmente) continua ad fare ascolti, avere risonanza mediatica e introiti elevati, portando alcuni dei suoi atleti ad essere conosciuti pubblicamente anche al di fuori dell’ottagono (come Ronda Rousey e Conor McGregor).
Il successo delle MMA e gli elevati stipendi dei suoi agonisti sono da attribuire in modo non troppo indiretto a Mark Kerr e Mark Coleman. Se ci si ferma a guardare il confronto tra vittorie e sconfitte di questi due atleti si potrebbe rischiare di non comprendere la loro importanza. Soprattutto nel caso di Mark Kerr che, dopo un record di 11 vittorie e 0 sconfitte, ebbe un improvviso tracollo che lo portò a chiudere la carriera sul 15-11. Ciò che rende importante Kerr è stato l’impatto mediatico che la sua presenza e il suo carisma fisico portarono alle arti marziali miste.

In quegli anni le MMA erano uno sport molto più di nicchia. A causa di pagamenti irrisori, gli atleti spesso si spostavano in Giappone per lottare nella PRIDE (all’epoca la federazione più importante). Similmente a come accadde con il wrestling grazie ad Hulk Hogan, l’atleta di Toledo fu un pioniere della disciplina. Un precursore, capace di attirare pubblico, diventare una star televisiva a tutti gli effetti grazie alla vittoria di diversi titoli e guadagnarsi il soprannome di “Smashing Machine”.
Con i loro sacrifici, gli allenamenti pesanti, il sangue versato e i colpi subiti lui e Mark Coleman hanno costruito le fondamenta che hanno reso grandi e rispettate le arti marziali miste nel mondo, nonché offerto maggiori garanzie economiche agli atleti.
The Smashing Machine
The Smashing Machine non punta a raccontare tutta la carriera di Kerr, ma si concentra sulla sua fase più critica. Il film parla del tracollo psichico ed emotivo che ebbe l’uomo a seguito della sua prima sconfitta (successivamente dichiarata no contest).
Questo trauma è affrontato con una profondità e una maturità invidiabili, senza retorica e buonismi. La pellicola mostra, infatti, la reazione di una persona talmente abituata a vincere e talmente fiera della sua forza da sentirsi un dio, crollando come un castello di carte alla prima difficoltà.
Lo stile registico ha una fortissima componente documentaristica. La telecamera spesso a mano segue silenziosamente il suo protagonismo nelle mura di casa e negli spogliatoi delle arene, come se fosse un terzo personaggio presente in scena. La musica enfatizza i combattimenti rendendoli quasi fastidiosi da seguire, mentre il sonoro è di pregevole fattura, capace di far provare allo spettatore il dolore di ogni singolo colpo andato a segno.
Aldilà della chiacchierata performance di The Rock, ogni interprete è in parte e contribuisce alla costruzione di questo mosaico. In particolare, Emily Blunt avrebbe meritato a sua volta la standing ovation a Venezia, poiché mette da parte la sua tipica eleganza e compostezza, uscendo dalla sua confort zone con un personaggio esteticamente coatto, kitsch e quasi volgare (e risultando estremamente credibile e convincente).
Non è da escludere neanche per lei una candidatura agli Oscar, dopo quella ricevuta per Oppenheimer del 2024.

La prova attoriale di The Rock
Ma com’è stata l’interpretazione di Dwayne Johnson?
Da sempre criticato dai cinefili più spinti – che lo hanno accusato di non saper recitare e di portare lo stesso personaggio in ogni film – in The Smashing Machine l’attore ha superato i suoi limiti mettendo in scena la prova della sua vita.
The Rock è e sarà sempre un catalizzatore naturale. Un concentrato di carisma che, fin dai tempi in cui militava come wrestler nell’allora WWF, risulta magnetico ogni volta che va in onda, sul piccolo come sul grande schermo. Non a caso è tuttora considerato il miglior wrestler nei promo al microfono che ci sia mai stato.
In The Smashing Machine l’attore decide di annullare quasi totalmente questa caratteristica.
Il suo Mark Kerr è calmo, quieto, gentile nei modi e profondamente fragile nel modo in cui si rapporta con gli altri. Non è machista e testosteronico (per quanto si venda come tale) e questa caratteristica metacinematograficamente decostruisce la figura di The Rock stesso.
L’attore continua a presentare dei limiti recitativi – nelle scene di pianto si capisce come la scelta di coprirgli il volto sia stata obbligata -, ma, oltre a queste piccolezze, è da lodare la volontà e il coraggio di Dwayne Johnson nel voler uscire dai propri schemi, regalando una performance di alto livello che ha assolutamente meritato gli applausi a Venezia e che meriterebbe la candidatura, anche solo come segno di riconoscimento dell’impegno mostrato.

Troppe tematiche nel calderone
Aldilà dei pregi sopracitati, The Smashing Machine non è essente da difetti, uno su tutti in particolare. Se l’accettazione della sconfitta (tema centrale della pellicola) è ben raccontata ed affrontata, a mio parere non si può dire lo stesso per le altre tematiche. La dipendenza degli antidolorifici – per quanto presente per metà della pellicola – è velocizzata e si passa quasi subito dall’inizio dell’abuso all’overdose, per poi bypassare totalmente il periodo in riabilitazione.
Anche il rapporto tossico con la moglie Dawn è raccontato in modo raffazzonato, con un continuo saliscendi tra momenti teneri e litigate furiose. E anche la stessa dipendenza da antidolorifici della donna risulta tirata fuori dal cilindro quasi casualmente, senza una costruzione narrativa precedente adeguata.
In conclusione
Senza troppi giri di parole, The Smashing Machine è un film che deve essere assolutamente visto in sala. Un biopic registicamente fuori dagli schemi, che sviscera la psicologia del suo personaggio ed è in grado di regalare allo spettatore una lezione di vita mai banale e scontata.
Una straordinaria catarsi che trascina nell’abisso il suo protagonista, tra abuso, depressione e rapporti tossici. Fino a farlo risalire in cima, dove la vittoria non è semplicemente un risultato sportivo ma una nuova consapevolezza. Come la capacità di accettare un fallimento con un grandissimo sorriso.
a cura di
Andrea Rizzuto

