Anemone è film che segna il ritorno alla recitazione del pluripremiato attore Daniel Day-Lewis sotto la regia di suo figlio Ronan, al suo esordio. Vincitore del premio Migliore Opera Prima alla sezione parallela di Alice Nella Città, tenutasi durante la Festa del Cinema di Roma 2025. In uscita nelle sale italiane il 6 Novembre.
Daniel Day-Lewis oggi è una di quelle poche certezze che nel cinema riescono a mettere tutti d’accordo. Unico uomo ad aver vinto 3 Oscar come protagonista, ha sempre saputo stregare pubblico e critica grazie alle sue performance intensissime, alla sua formazione di stampo teatrale e alla sua assoluta devozione al metodo attoriale, che lo hanno portato a entrare nei personaggi e calarcisi per mesi interi.
Dopo aver lavorato con Paul Thomas Anderson ne Il Filo Nascosto nel 2017, l’attore aveva deciso però di ritirarsi dalle scene.
Con grande clamore, quindi, è giunta la notizia del ritorno sugli schermi di Day-Lewis per il film Anemone. Un’opera che lo vede protagonista e co-autore della sceneggiatura, insieme a suo figlio Ronan, qui al suo esordio da regista di un lungometraggio.
Sarà riuscito dunque Anemone a colmare il vuoto di otto anni lasciato da quanto gigante della Settima Arte?

La premessa
Siamo nel nord dell’Inghilterra. Jem (Sean Bean) è un fervente credente di mezza età che vive con la compagna Nessa (Samantha Morton) e con i figlio di lei, Brian (Samuel Bottomley).
Brian sta vivendo un momento di smarrimento e di confusione, ha da poco pestato a sangue un suo compagno di scuola. Jem vede come unica soluzione la scelta di intraprendere un viaggio alla ricerca di suo fratello Ray (Daniel Day-Lewis), nonché reale padre di Brian. Forse l’unica persona che potrebbe aiutarlo a ritrovare la sua pace.
Il suo obiettivo è dunque di riportare a casa Ray, dopo che quest’ultimo ha abbandonato da anni la propria famiglia e la propria casa, preferendo una vita da eremita, in isolamento nelle boscaglie inglesi.
Cosa l’abbia spinto a un gesto tanto estremo ci viene svelato gradualmente nella pellicola, dove il racconto dei suoi traumi fa emergere un passato tormentato e legato a doppio filo a quello del fratello.

La storia di un padre e di un figlio
Anemone si pone fin dalle primissime sequenze come un film molto ambizioso, che vuole esplorare i legami tra padri e figli, quasi inducendo a pensare che gravi su di loro una sorta di maledizione di famiglia.
Il conflitto interiore dei due appare parallelo fin da subito, capiamo come la pellicola voglia essere per entrambi un viaggio personale di autoanalisi, dove vengono messi sotto una lente tutti i loro problemi che li hanno nel tempo logorati interiormente.
In tutto questo ovviamente è impossibile non accorgersi della forte componente metatestuale della pellicola: Brian è il motivo per cui Ray potrebbe rimettere in discussione la volontà di interrompere il proprio autoesilio e tornare a casa, così come nella realtà è stato proprio il regista Ronan a convincere suo padre Daniel a tornare a recitare, nonostante avesse pubblicamente detto di volersi ritirare.
Troppi traumi, poca direzione
Nella prima mezz’ora tutto indica allo spettatore che Anemone voglia sviscerare temi riguardanti la fede e contrasti ideologici, ed è legittimo pensarlo visto che il prologo ci introduce al film con dei disegni rudimentali che accennano agli scontri tra cattolici e protestanti che hanno diviso l’Irlanda. Lo stesso Jem ci viene mostrato la prima volta in un momento di preghiera, ma in realtà la questione viene presto lasciata da parte per dare spazio ad altro.
Si fa accenno anche a presunti abusi genitoriali, al ruolo che gli inglesi hanno ricoperto con l’annessione dell’Irlanda del Nord al Regno Unito, al clima di terrore perpetuato dall’IRA e gradualmente Anemone si rivela essere nient’altro che l’ennesima reiterazione di un discorso sulla distruzione psicologica e del trauma post guerra, seguendo il solco che Taxi Driver ha creato in questo filone.
Non che questa sia una tematica non meritevole di essere indagine di centinaia di pellicole, ma che oggi è stata usata anche per film molto più complessi e strutturati come The Master di Paul Thomas Anderson o anche commedie nerissime come Riders of Justice. Ogni conflitto ha certamente avuto la sua dimensione e ha lasciato i propri scheletri nell’armadio, ma cinematograficamente il modo di raccontarli, a prescindere da una certa guerra o un determinato paese, ha sempre portato a reiterare certi schemi e soluzioni molto simili tra loro e Anemone non finisce mai per brillare con buone nuove intuizioni.

Un impianto teatrale, che sceglie di raccontare più che mostrare
La chiave che ha scelto Ronan Day-Lewis è quella di dare un’impostazione estremamente teatrale allo svelamento delle vicende che tormentano il personaggio di Ray. Perché Daniel Day-Lewis si carica totalmente il peso di Anemone sulle spalle, rendendo il film quasi interamente retto sulla forza del suo immane talento, che non va assolutamente discusso.
Il problema è che la sceneggiatura scritta dai due è estremamente dialogata, fin troppo. I traumi qui vengono raccontati e spiegati con minuzia nei più minimi particolari, riducendo a conti fatti tutto il film nei due monologhi esplicativi. Ma il cinema è il linguaggio dove è il visivo a prendere forma, il motto Show, don’t tell dovrebbe essere un mantra per tutti gli sceneggiatori. Anemone invece vive di spiegoni, senza mai mostrare nulla del passato di Ray o del comportamento violento che sta assumendo il figlio.
I due monologhi, dalla durata di 10 minuti l’uno, sono le uniche vette che la pellicola riesce a raggiungere, perché come sempre Daniel Day-Lewis regala al mondo intero una masterclass di recitazione, tanto alta che non stupirebbe rivederlo candidato agli Oscar di quest’anno.
D’altro canto, queste sequenze lasciano l’amaro perché sono le uniche risposte che la pellicola ci offre. Non che ci fosse bisogno di lunghi flashback didascalici, anche poche immagini possono fare la differenza in un racconto di questo tipo e infatti l’aveva capito anche Paul Schrader ne Il collezionista di carte (2021), film dall’anima e dagli intenti profondamenti simili.
Tra ambizione e smarrimento
Il racconto sembra a più riprese fare fatica a trovare la sua vera dimensione, perché per il primo quarto d’ora assistiamo a una totale assenza di dialoghi, con una regia asciutta che privilegia ampie inquadrature della natura e momenti di pura contemplazione. Progressivamente poi, Anemone finisce col buttare troppa carne al fuoco: tanti, troppi elementi, non sviluppati a dovere. Risulta assurdo pensare che una pellicola dalla così forte componente teatrale abbia personaggi che appaiano in due scene e totalmente irrilevanti ai fini del racconto.
Nell’ultimo atto iniziano a irrompere simbolismi gratuiti che segnano una sterzata improvvisa del tono del film. Un cambio di registro troppo repentino che fa prendere ad Anemone una piega imprevedibilmente surrealista. Vari simbolismi che, volendo decodificare, diventano troppo ridondanti di significati già espressi in modo fin troppo chiaro e che non aggiungono nulla.
L’esordio di Ronan fallisce nel trovare la sua natura, perché lì dove avrebbe tutti i presupposti per essere un perfetto film intimista, finisce per eccedere in scelte stilistiche che stonano e annacquano i buoni momenti della pellicola. Una direzione anche interessante, ma troppo fuori tono rispetto a quanto visto fino a un’istante prima. Si ha quasi l’irritante sensazione di una regia che a tutti i costi si voglia far notare, scimmiottando un certo tipo di cinema d’autore troppo gonfio e carico di simbolismi fini a sé stessi.
In questa continua ricerca dello stupore dello spettatore, non mancano certo sequenze suggestive e ammalianti, ma sempre con tempi filmici che sfiorano l’esasperante. Tagliare un minuto di troppo da ognuna di queste scene avrebbe ridotto il film di almeno mezz’ora, e la performance di Daniel Day-Lewis avrebbe lasciato molto più il segno. Così, invece, rischia di essere dimenticata, a causa di un film prolisso che sgomita a tutti i costi per cercare di essere più di quanto sia realmente.

In conclusione
Anemone è un film che può dividere, una pellicola che molti potrebbero salvare per la straordinaria – come sempre – prova del suo interprete. E per i più sensibili alle tematiche affrontate può colpire per il profondo nichilismo che la permea e per l’attenzione alla questione Irlanda-Inghilterra, trattata già con Daniel Day-Lewis nello splendido Nel nome del padre (1993).
Un film che merita – se possibile – assolutamente la visione in lingua originale, più di altre pellicole, perché il lavoro che fa il protagonista sulla voce lascia attoniti e stupefatti. Un personaggio ruvido, spietato e spigoloso, come molti dei personaggi già interpretati dall’attore inglese.
Il merito di Ronan di aver già solo riportato il padre sulla scena, basterebbe quasi a volergli bene. Ma se la sua carriera da regista non vuole limitarsi a questo, deve assolutamente comprendere che linguaggio e che tipo di cinema vuole fare, senza scimmiottare simbolismi gratuiti.
Diamo fiducia al piccolo Ronan per il futuro, perché questo esordio mostra in modo fin troppo evidente tutti gli zoppicamenti dell’inesperienza.
a cura di
Alfonso La Manna

