“Il sogno del villaggio dei Ding”, la mortalità della vendita del sangue raccontata da Yan Lianke

Il sogno del villaggio dei Ding è uno dei due principali capolavori dello scrittore cinese contemporaneo Yan Lianke. Controverso e divisivo, il racconto dalle tematiche altamente politiche è stato censurato in Cina, ma pubblicato ad Hong Kong e tradotto in diverse lingue affermando l’autore a livello internazionale

Il sogno del villaggio dei Ding è un romanzo doloroso e destabilizzante, la cui scrittura è stata particolarmente sofferta dallo stesso autore. Le vicende trattate nel racconto sono lo specchio realistico della tragedia avvenuta in Cina tra gli anni Ottanta e Novanta nella provincia dello Henan, dove l’epidemia di AIDS aveva sterminato cittadine intere ignare della pericolosità di questa malattia. A causare la viralità letale del contagio non è stato lo stile di vita squilibrato o l’eccessiva promiscuità degli affetti, bensì una politica massacrante e senza logica che promuoveva la vendita di sangue come mezzo di arricchimento facile.

Il governo istituì delle vere e proprie campagne per alimentare questo mercato sregolato e le conseguenze furono talmente macabre e massicce, che il Partito preferì insabbiare l’accaduto al fine di nascondere la sua colpevolezza. Il sogno del villaggio dei Ding rende esplicito il delicato e impari rapporto tra governatori e governati che accecati dal guadagno per sfuggire da condizioni di povertà estrema firmano inconsapevolmente la loro condanna a morte.

Nonostante la pubblicizzazione della vendita di sangue da parte dei funzionari pubblici, a persuadere i contadini ad accettare la mercificazione del proprio corpo sono stati “il maestro” e “l’imprenditore” del villaggio, che fungono da autorità informali, con lo scopo ultimo di accumulare denaro a discapito della vita dei più poveri. Il precario rapporto tra individuo e istituzioni presenta la delicata condizione esistenziale dei cinesi negli Ottanta e Novanta, alle prese con la lapidaria economia capitalistica e l’assenza dei valori tradizionali.

Una fiala di sangue per garantire la ricchezza

Il romanzo si svolge in un villaggio rurale dove i contadini vendono il loro sangue per poche decine di yuan, attratti dalle promesse di benessere sostenute da un funzionario pubblico. L’iniziativa sembra portare inizialmente a una certa prosperità, con la costruzione di case di addirittura due piani, e il primogenito del Maestro Ding, Hui Ding, ne approfitta per arricchirsi, guadagnandosi il favore del partito. Tuttavia, nel corso degli anni, chi ha venduto sangue inizia ad ammalarsi gravemente di una febbre che porta alla morte, a causa dell’uso di siringhe e aghi non sterilizzati.

La malattia, che sembra essere una forma di AIDS, si diffonde rapidamente e il villaggio incolpa Hui Ding per il suo ruolo nel commercio del sangue. La tragedia colpisce anche la sua famiglia, con la morte del figlio appena adolescente, avvelenato per ripicca. Il Maestro Ding, rispettato e influente, decide di accogliere i malati nella scuola del villaggio, ormai vuota, per contenere il contagio.

Nel frattempo, il figlio minore del Maestro Ding, Liang, intraprende una relazione segreta con Lingling, una giovane donna sposata, e poi ripudiata dal cugino di Liang, a causa della malattia. Senza alcun tipo di rimorso per aver promosso queste pratiche mortali, Hui Ding si arricchisce ulteriormente con la compravendita di bare, divenute sempre più richieste a causa delle morti continue, e che portano allo spopolamento completo del villaggio.

Copertina de Il sogno del villaggio dei Ding, nottetempo
La colpa di due figure “istituzionali” a confronto

Il “sogno” del villaggio dei Ding è quello di migliorare la propria condizione economica, un desiderio che porta gli abitanti a vendere il proprio sangue sacrificando la stessa vita. Questo atto macabro si sviluppa in un crescendo di eventi ai limiti del normale come a voler evidenziare la follia disumana che spinge le persone a vendere il proprio sangue, anche a costo della morte. La stessa compravendita del fluido corporeo viene descritta dall’autore all’inizio del romanzo come “un eccesso di delirio, un boato improvviso” che ha portato alla diffusione della terribile malattia.

In questo contesto così drammatico l’unica figura che potrebbe essere considerata una specie di eroe è il Maestro Ding, padre di Ding Hui, che decide di aiutare i suoi concittadini trasferendoli nella scuola per allontanarli dalle famiglie e prevenire ulteriori contagi. Gesto nobile che in realtà cela un secondo fine, ossia quello di liberarsi dai sensi di colpa. Ding Shuiyang o il Maestro Ding è, infatti, tormentato dagli incubi paranoici che lo spingono a farsi esami di coscienza dolorosi. Il Maestro si rende presto conto del suo servilismo infame verso le richieste del potere politico, a discapito della vita della sua stessa comunità.  

Se una prima lettura del romanzo potrebbe portare a considerare Ding Hui come il colpevole del massacro, il vero responsabile del disastro è proprio Ding Shuiyang. Lui, che da sempre è considerato dai suoi concittadini come il “saggio maestro”, diventa complice della corruzione politica. Arriva persino a scaricare le sue colpe su Ding Hui, il quale è, a sua volta, vittima dell’influenza di suo padre. Attraverso il legame di parentela padre-figlio, l’autore intende mostrare il lato più drammatico della corruzione istituzionalizzata, che si diffonde dalle autorità centrali fino a infiltrarsi nelle dinamiche sociali e familiari delle zone rurali della Cina.

[Il direttore dell’Ufficio Istruzione continuò]: “Sta a voi decidere se volete diventare ricchi
o restare poveri, se incamminarvi lungo la grande strada dorata che vi porterà a una vita
migliore o se imboccare il sentiero accidentato della miseria…
Voi del Villaggio dei Ding siete i più poveri dell’intero distretto, poveri al punto di non sapere che rumore fanno due monetine che sbattono l’una con l’ altra”. […]
“Pensateci bene”. Poi aveva aggiunto: “Negli altri distretti dove vendono il sangue in quantità, i villaggi sono pieni di case nuove una dietro l’altra, ma qui da voi nel Villaggio dei Ding si vedono ancora soltanto file di capanne di paglia”. […] Gli abitanti del Villaggio dei Ding si erano sparpagliati ed erano tornati a casa. Diventare ricchi o restare poveri dipendeva solo da loro. […] Il sole che tramontava tingeva la sabbia di rosso scuro, quasi marrone, il colore del sangue che scorre.

L’altra faccia del Capitalismo socialista

Il sogno del villaggio dei Ding è un’opera dissacrante ma di enorme rilevanza storica. La scrittura delicata dell’autore diventa, nel corso del racconto, caotica per rappresentare il susseguirsi degli eventi repentini devastanti. Un romanzo che cattura il lettore in una spirale oscura ma che verso la sua conclusione acquista sempre di più toni accusatori. Yan Lianke denuncia in modo ancora più esplicito il servilismo economico e la dannosa sottomissione al Partito Comunista Cinese (PCC), rivelando i meccanismi nascosti dietro la logica post-socialista cinese.

L’adozione del capitalismo e l’accentramento del potere autoritario del Partito aveva danneggiato il benessere delle masse. Lo scrittore affronta la storicità della Cina con una narrativa “psicotica”, che rielabora i rapporti storici, mettendo in discussione la superficialità dell’epoca contemporanea cinese, dominata dal capitalismo. Nel romanzo, vengono esplorate le contraddizioni della società cinese moderna riflettendo sul declino dell’immaginario socialista attraverso la vittimizzazione fisica e psicologica.

Sebbene riconosca che lo sviluppo e l’industrializzazione abbiano migliorato lo stile di vita dei cittadini cinesi, Yan Lianke analizza come questi cambiamenti abbiano corroso l’etica rurale, portando al decadimento della civiltà agricola. La modernità capitalista ha innescato un progresso basato sul desiderio individuale, che ha prodotto una destabilizzazione sociale profonda. Tutti i valori su cui poggiavano la cultura e l’etica cinese tradizionale sono andati perduti, lasciando un vuoto tale da rendere i singoli soggetti impotenti di fronte alla biopolitica delle istituzioni.

a cura di
Elisa Manzini

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