The Peripheries: “La periferia non è un luogo da cui allontanarsi”

Con “Too Cool For School” i The Peripheries tornano a interrogarsi su cosa significhi essere ribelli in un presente in cui gran parte dell’esperienza passa attraverso schermi, piattaforme e algoritmi. Il singolo parte da un immaginario adolescenziale legato alla scuola e alla ribellione, ma lo trasforma in una riflessione sulla necessità di uscire dalle proprie bolle e recuperare una dimensione collettiva, anche attraverso la musica dal vivo. Un tema che attraversa tutto il percorso della band e che ritroviamo anche nel prossimo album, Dérives, dove le coordinate new wave, darkwave e post-punk diventano punti di partenza più che confini.

Per i The Peripheries la “periferia” non è soltanto un luogo geografico, ma una condizione da cui osservare il presente, attraversando migrazioni, tecnologia, alienazione e contaminazioni artistiche. È anche il modo con cui la band prova a costruire una propria scena senza chiudersi dentro una definizione, scegliendo collaborazioni e incontri come parte integrante del percorso. Abbiamo parlato con loro di ribellione, generi musicali, rapporto con la scena contemporanea, pubblico e concerti, ma soprattutto della necessità di continuare a creare spazi di condivisione in un’epoca sempre più individuale.

  1. “Too Cool For School” parte da un’immagine molto legata alla ribellione adolescenziale, ma poi la porta dentro una contemporaneità fatta di isolamento, social e senso di immobilità. Quanto è cambiato, rispetto alla vostra idea iniziale, il significato di essere “ribelli” oggi?

Too Cool for School nasce da esperienze vissute realmente. In Inghilterra avere una band a scuola era normale: si iniziava con le cover, poi arrivavano i pezzi propri e le prime occasioni per suonare davanti agli altri. La musica era uno spazio in cui sperimentare e trovare una propria voce, e quella che oggi chiameremmo ribellione non veniva necessariamente repressa.

Oggi, invece, gran parte dell’esperienza musicale passa attraverso dispositivi, piattaforme e algoritmi, diventando sempre più individuale. Per questo crediamo che suonare insieme abbia un significato ancora più forte: creare qualcosa con altre persone è un modo concreto per recuperare una dimensione collettiva.

Anche la ribellione può avere una forma diversa: non necessariamente andare contro le regole, ma uscire dalla propria bolla, spegnere lo schermo e tornare a incontrarsi. In questo senso, Too Cool for School parla della possibilità di creare uno spazio per imparare, sperimentare e stare insieme, uno dei motivi per cui siamo felicissimi di girare un video con i ragazzi del Centro Preformazione Attoriale di Ferrara con il regista Davide Roca.

  1. Nel brano la scuola sembra diventare quasi una metafora di un sistema più ampio, nel quale ci si sente incasellati e incapaci di uscire dal proprio posto. Vi interessa ancora l’idea della musica come strumento per sottrarsi a queste categorie, oppure oggi vi sembra che anche la musica alternativa abbia sviluppato i propri recinti?

Generi e sottogeneri possono aiutare a orientarsi, ma non dovrebbero diventare confini rigidi. La contaminazione è sempre stata una delle forze più vitali della musica e dell’arte in generale.

All’inizio siamo stati associati a darkwave, new wave e post-punk, ma non abbiamo mai voluto identificarci completamente con un genere. Preferiamo considerare queste categorie come coordinate, non come definizioni. Un punto di partenza, non una destinazione. Ci interessa continuare a esplorare influenze diverse e lasciare che la nostra musica evolva. È una direzione che abbiamo seguito fin da A Shadow Passing Over e che oggi è parte della nostra identità. Il prossimo album, Dérives, ne è la dimostrazione.

  1. Avete sempre insistito sul fatto che la vostra non vuole essere una riproposizione nostalgica della New Wave, ma un modo di recuperarne lo spirito collettivo e trasformarlo nel presente. Vi capita mai, però, di sentirvi fuori tempo rispetto alla scena musicale contemporanea, proprio perché avete scelto di non inseguirne linguaggi e meccanismi?

Il modo in cui la musica viene scoperta e condivisa è cambiato profondamente. Playlist, social e piattaforme offrono possibilità straordinarie, ma non devono diventare il centro dell’esperienza musicale. Fare musica significa soprattutto entrare in relazione con altre persone. Non è un caso che suonare, cantare e ballare insieme segnano tutti i momenti significativi della vita umana.

Non ci interessa inseguire ascolti e follower o adattarci ai meccanismi delle piattaforme. Preferiamo costruire nel tempo un rapporto autentico con chi ascolta la nostra musica. Se questo significa essere “fuori tempo”, lo accettiamo. Non perché rifiutiamo il presente, ma perché continuiamo a credere nella dimensione umana dell’esperienza artistica. Ed è per questo motivo che abbiamo messo al centro di Dérives le collaborazioni con altre artiste, come le RampiCanti in Beograd oppure la violoncellista Jenny Burnazzi in Archangel e Gradually, then all at once.

  1. “Too Cool For School” parla anche di una generazione che rischia di rimanere bloccata nell’immobilità. Voi, che avete un percorso e un’identità musicale già molto definiti, vi siete mai chiesti se il vostro pubblico di riferimento sia cambiato? Vi sentite ancora parte di una scena oppure osservate quella scena un po’ dall’esterno?

Entrambe le cose. Più che appartenere a una scena, oggi sentiamo l’esigenza di allargare e definire la nostra, mantenendola aperta a nuove influenze e persone.

Il nostro pubblico è cambiato insieme alla nostra musica, soprattutto quando ci siamo allontanati dalle coordinate più riconoscibili del post-punk. Per noi, però, questa evoluzione è sempre stata parte del percorso. Abbiamo spesso scoperto che il pubblico è più curioso e aperto di quanto ci aspettavamo. Per questo immaginiamo una scena come uno spazio d’incontro tra mondi musicali diversi, non come un ambiente chiuso.

Più che costruire un recinto, ci interessa creare un punto d’incontro con una propria identità, ma senza barriere.

  1. C’è una cosa interessante nel vostro progetto: da una parte avete un immaginario molto riconoscibile, che guarda dichiaratamente a una certa storia del post-punk e della New Wave; dall’altra continuate a parlare di presente, periferie, migrazioni, alienazione e tecnologia. Quanto è difficile evitare che il vostro stesso immaginario diventi una gabbia?

Il rischio esiste, ma pensiamo che proprio il nostro immaginario possa aiutarci a evitarlo. Per noi la new-wave è soprattutto un atteggiamento: muoversi su un terreno di confine, aperto a nuove influenze. È questo il senso di periphery: non tanto un sobborgo, quanto un territorio di passaggio in cui le cose possono incontrarsi e trasformarsi.

La periferia attraversa tutta la nostra discografia, ma non è solo geografica: è anche un modo di guardare il mondo e stare ai margini delle categorie consolidate. Può essere un luogo concreto, come Murmansk o Jurmala in Mechanical Reproductions, una condizione emotiva, come in A Shadow Passing Over, Celia o Gradually, then all at once, oppure uno strumento per parlare di fenomeni contemporanei: il techno-feudalesimo in Westphalia, il colonialismo in Archangel e le migrazioni in Ceuta.

Per noi, quindi, la periferia non è qualcosa da cui allontanarsi per raggiungere un centro. È uno spazio aperto a influenze, persone e idee diverse.

  1. Questo singolo parla di una frustrazione individuale che trova una possibile risposta soltanto quando diventa esperienza condivisa, soprattutto dal vivo. Dopo i concerti e il percorso fatto finora, avete avuto la sensazione che il pubblico sia davvero alla ricerca di questo tipo di esperienza collettiva, oppure vi sembra che oggi anche andare a un concerto rischi di essere un’altra forma di consumo individuale?

Di nuovo, entrambe le cose. I Grandi Eventi sono sempre più legati a produzioni imponenti, costi elevati e a un’esperienza che spesso continua sui social. Allo stesso tempo, crediamo sia fondamentale mantenere vivi i luoghi più piccoli, locali in cui il rapporto tra artisti e pubblico può essere diretto e imprevedibile. Nei nostri concerti sentiamo ancora molto desiderio di questo tipo di esperienza.

Cerchiamo di coinvolgere il pubblico fisicamente, non solo attraverso l’ascolto. Quando suoniamo Mr Xanax o Pesach, Carlo a volte lascia il palco e canta in mezzo alle persone. A Bergamo e Gorizia ci è capitato invece di improvvisare versioni unplugged di Gradually, then all at once, sogniamo di fare una performance di A Shadow Passing Over in un luogo pubblico.

Sono momenti che ci ricordano perché crediamo nella dimensione dal vivo: quando palco e pubblico smettono di essere due mondi separati, può succedere davvero di tutto. Anche cantare Snow a dieci centimetri da una coppia che ha limonato davanti a noi per tutto il concerto.

a cura di
Cristina Cerioni

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