Il Cinema Ritrovato Edizione XL, giorno 8: “Sanshiro Sugata”, “L’innocente” e la lezione di cinema di Lav Diaz

Nel penultimo giorno di festival si oscilla tra esordi e conclusioni di carriera, il tutto condito da una buona dose di curiosità per la lezione di cinema di Lav Diaz. 

Siamo al penultimo giorno di festival, la stanchezza comincia a farsi sentire, eppure le opere proiettate continuano ad essere di altissima qualità. Oggi ho iniziato con l’esordio di un grosso nome del cinema giapponese, Akira Kurosawa, che, già in Sanshiro Sugata, ha fatto sentire la sua personalità registica. Ho proseguito poi con la chiusura della carriera di Luchino Visconti, L’innocente, un film straordinario nella forma e nei contenuti. Infine, ho partecipato alla lezione di cinema di Lav Diaz, regista filippino Leone d’Oro a Venezia nel 2016 per The Woman Who Left

Ma entriamo subito nel vivo. 

“Sanshiro Sugata” (Akira Kurosawa, 1943)

Cinema Modernissimo, ore 9.00. Ho iniziato questa penultima giornata di festival con il primo lungometraggio del regista giapponese Akira Kurosawa (I sette samurai, Rashomon): Sanshiro Sugata. Tratto dalla biografia sportiva di Tsuneo Tomita, il film segue l’educazione pratica ed interiore di Sanshiro Sugata, primo mitico campione di judo. Il restauro che ho avuto modo di vedere è la versione completa dell’opera di Kurosawa, comprendente anche 12 minuti di girato ritenuti perduti per anni

Perché Kurosawa ha scelto proprio questa storia per la sua pellicola di esordio? Innanzitutto, c’è una ragione molto pratica. Il regista era infatti convinto (a ragione) che un racconto sulla disciplina del judo potesse soddisfare sia i censori che il pubblico. Da un lato, i censori non potevano rifiutare un film su un orgoglio nazionale come il judo e, nel 1943, erano alla ricerca di opere capaci di esaltare la combattività del Giappone. Dall’altro, il pubblico aveva fame di storie che trasmettessero un senso di vitalità.

Non bisogna però trascurare l’evidente predilezione di Kurosawa per i protagonisti in fase di formazione, personaggi che lo accompagneranno per il resto della sua carriera. Così, anche Sanshiro Sugata è appena un debuttante sulla scena del judo, eppure, proprio per questo, è impossibile non tifare per lui. Ogni scontro ha un carattere completamente diverso dal precedente ma, dopotutto, ciascuno di essi ha una lezione specifica da impartire al giovane protagonista. 

Un’opera prima di invidiabile bellezza con già al suo interno molte caratteristiche tipiche della regia di Kurosawa come, per esempio, una natura viva e animata. Non è un regista che conosco a fondo, ma, sicuramente, uno che vorrei approfondire. 

“L’innocente” (Luchino Visconti, 1976)

Cinema Modernissimo, ore 10.45. Dopo la sorpresa di Morte a Venezia, ho deciso di inserire in programma un altro film di Luchino Visconti, vale a dire L’innocente, la sua ultima pellicola. L’opera è basata sull’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, ragion per cui ci si potrebbe aspettare di immergersi nuovamente nell’universo de Il Gattopardo, realizzato da Visconti nel 1963. E invece, pur muovendosi nella stessa dimensione aristocratica, L’innocente adotta un approccio diverso, dimostrando l’enorme versatilità del regista, un autore che non ha mai diretto un film uguale ad un altro.

L’innocente è dunque il punto di arrivo di un percorso autoriale e le conclusioni raggiunte da Visconti sono a dir poco nefaste. A differenza di altri suoi film, qui non viene lasciato alcun barlume di speranza: l’essere umano è talmente concentrato su sé stesso e la propria volontà di potere da rimanere tagliato fuori dal tempo, dalla società e dalla vita stessa. La condanna verso il mondo dell’aristocrazia è inequivocabile e, con un finale netto e brutale, inizia un’apertura verso un nuovo tipo di vita.

Il protagonista de L’innocente, Tullio, è un libertino meschino e anche piuttosto ipocrita. Insomma, un ruolo a dir poco sgradevole che, infatti, ha procurato un po’ di complicazioni in fase di audizione. Molti attori si rifiutarono infatti di interpretare il personaggio proprio a causa di questi tratti così spigolosi da risultare crudeli. Dopo una serie di rinunce, arrivò però coraggiosamente Giancarlo Giannini (già doppiatore di Helmut Berger nel resto della filmografia di Visconti). Ad oggi l’attore continua a ritenere L’innocente una delle vette della sua carriera. 

Tra scenografie e costumi mozzafiato e una trama oscura e coinvolgente che parla tanto di desiderio quanto di distruzione, l’ultimo film di Visconti conferma ancora una volta la grandezza del suo regista. Ad un giorno dalla fine del festival mi concedo di decretarla una delle mie pellicole preferite di questa edizione. 

In conversazione con Lav Diaz

Cinema Modernissimo, ore 17.45. Con una birra Moretti in mano e una dedica ai corpi dispersi in Venezuela, il regista filippino Lav Diaz si è presentato in sala per una conversazione sul suo rapporto con il cinema. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un autore radicale nell’estetica e nella politica: i suoi film  si concentrano sempre sulle contraddizioni sociali e politiche del suo Paese, ma anche del resto del mondo. Sono opere stilisticamente provanti per lo spettatore, dal momento che tendono ad avere durate lunghissime e ad operare un lavoro sperimentale sulla percezione del tempo. Eppure, nonostante le difficoltà, hanno anche una vocazione pedagogica di educazione e attivazione degli spettatori. 

“It [cinema] must be a discourse about the human condizioni. Be a motherfucking prophet!” 

Lav Diaz

La relazione di Lav Diaz con il cinema è iniziata molto presto. Figlio di un cinefilo che lo trascinava ogni weekend a vedere film in bianco e nero in una città vicina, non c’è da sorprendersi che oggi abbia una predilezione per il bianco e nero anche nelle sue produzioni. Il momenti di svolta è però arrivato durante i suoi studi, quando ha capito che il cinema poteva essere usato come strumento di cambiamento e rivoluzione. Eppure, i suoi film tendono ad essere una rappresentazione veritiera del passato, ragion per cui ci si può domandare quale sia il suo rapporto con il presente. In realtà, nella visione di Lav Diaz, passato, presente e futuro non esistono e ciò che cattura il cinema è un “ora” avulso dal tempo.

“We can only move forward as human beings if we know the past well”.

Lav Diaz

Nonostante l’uso del bianco e nero e le storie ancorate nel passato, Lav Diaz è probabilmente uno dei registi più ottimisti nei confronti dell’avanzamento tecnologico. Dopotutto, ha sperimentato in primis i vantaggi che ne possono derivare: ha infatti avuto modo di dirigere i propri film a suo piacimento grazie all’abbassamento dei costi derivato dall’avvento del digitale. Così, si proclama favorevole all’uso dell’intelligenza artificiale, purché ciò avvenga in modo responsabile.

“It [AI] is the new frontier, the next evolution for cinema. We should embrace it, but it should be done responsabilly”

Lav Diaz

E il futuro di Lav Diaz cosa prevede? Il suo prossimo progetto, correntemente in lavorazione, sarà ambientato tra la fine del Sedicesimo secolo e l’inizio del Diciassettesimo. Nel 1565 le Filippine diventarono infatti colonia spagnola e venne avviato un processo di conversioni al cattolicesimo. Il film di Diaz si concentrerà nello specifico sulle numerose morti subite dal popolo filippino durante la costruzione obbligata di fortezze e Chiese. Sarà un altro film a colori come Magellan? Avrà nuovamente attori europei (come accaduto per la prima volta proprio con Magellan)? Non resta che attendere di vederlo.

A domani per le ultime notizie da Il Cinema Ritrovato!

a cura di
Claudia Camarda

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