Un’analisi politica di Attack on Titan: il peso del sangue e il silenzio della memoria

In un panorama narrativo spesso dominato da eroi che superano le avversità attraverso la forza di volontà, Attack on Titan sceglie una modalità diversa, quasi crudele, per raccontare la fine della civiltà

In un panorama narrativo spesso dominato da eroi che superano le avversità attraverso la forza di volontà, Attack on Titan (進撃の巨人, Shingeki no kyojin) sceglie una modalità diversa, quasi crudele, per raccontare la fine della civiltà. Questo approfondimento nasce dalla collaborazione con Zipaki, una piattaforma che si pone l’obiettivo di valorizzare la cultura del fumetto e del manga, dove potrete leggere i volumi di questa serie.

Fu pubblicato per la prima volta in Giappone nel 2009, mentre in Italia arrivò grazie Planet Manga nel 2012, concludendosi poi nell’ottobre 2021. L’opera di Hajime Isayama, è ben lontano dall’essere un semplice shōnen di successo, si configura come uno studio atmosferico sulla deumanizzazione e sul peso di una memoria collettiva che si fa catena. Il valore dell’opera è testimoniato da un consenso critico immediato: nel 2011 ha ricevuto la nomination per il premio Manga Taishō, ha vinto il Premio Kōdansha come miglior manga per ragazzi ed è stata candidato alla sedicesima e diciottesima edizione del Premio culturale Osamu Tezuka. Tuttavia, dietro i numeri e i riconoscimenti, si cela una narrazione dove la politica non si manifesta solo nei trattati, ma si sedimenta nei gesti di chi è stato ridotto a strumento.

La trama

Attack on Titan si apre in un mondo in cui l’umanità sembra essere stata quasi completamente annientata da creature gigantesche chiamate Titani. I sopravvissuti vivono all’interno di tre mura concentriche: Maria, Rose e Sina, che li proteggono da una minaccia percepita come esterna, incontrollabile e priva di logica. La storia segue Eren Jaeger, un ragazzo cresciuto con l’idea che oltre quelle mura non esista più nulla se non pericolo. La sua vita cambia radicalmente quando un attacco improvviso rompe l’equilibrio fragile della società in cui vive, portando alla distruzione di una delle mura e alla perdita di ciò che per lui rappresentava casa. Questo evento diventa il punto di origine di una volontà precisa: eliminare ogni Titano.

Nei primi archi narrativi, la trama si sviluppa come una lotta per la sopravvivenza. Eren, insieme a Mikasa e Armin, entra a far parte dell’esercito, affrontando una realtà molto diversa da quella che immaginava. Il nemico appare inizialmente chiaro, quasi naturale nella sua funzione: i Titani sono ciò che minaccia l’umanità, e combatterli diventa un dovere.

Con il progredire della storia, però, questa certezza inizia a incrinarsi. La narrazione si sposta gradualmente da una struttura semplice, umani contro mostri, a una costruzione molto più complessa, in cui emergono verità nascoste, manipolazioni politiche e una realtà esterna che ribalta completamente la percezione iniziale del conflitto. Il mondo oltre le mura non è vuoto. Esiste, ed è organizzato. E soprattutto, ha una propria versione della storia.

Da questo momento, Attack on Titan cambia natura. La minaccia non è più qualcosa di distante o incomprensibile, ma assume una forma umana, riconoscibile, inserita in dinamiche di potere, propaganda e guerra. Il conflitto si espande, diventando globale, e coinvolge non solo eserciti, ma intere popolazioni cresciute con narrazioni opposte. La traiettoria di Eren segue questa trasformazione. Quella che nasce come una reazione a un trauma personale si sviluppa progressivamente in qualcosa di più ampio, legato non solo alla sua storia, ma a quella del suo popolo. Le sue scelte iniziano a riflettere una tensione sempre più evidente tra libertà e distruzione, tra sopravvivenza e responsabilità.

Più che raccontare una guerra lineare, Attack on Titan costruisce un sistema di conflitti intrecciati, in cui ogni rivelazione modifica il significato degli eventi precedenti. La domanda centrale smette di essere chi sia il nemico, e diventa piuttosto cosa renda qualcuno tale.

Il trauma come motore della violenza

In Attack on Titan, il trauma individuale di Eren Yeager ovvero la morte traumatica della madre divorata da un titano, si evolve in un motore esplosivo per la violenza su scala globale, trasformando il dolore personale in ideologia genocida. Vanessa Halim e Stefanus Suprajitno, in un paper del 2022 intitolato Dehumanization in Attack on Titan, collegano questo processo alla disumanizzazione intergenerazionale subita dagli Eldiani, dove il risentimento accumulato per secoli di oppressione genera un ciclo di ritorsioni, simile a dinamiche post-traumatiche in conflitti etnici reali. Il trauma non è solo catalizzatore emotivo, ma politico: perpetua la propaganda di Marley, che ritrae gli Eldiani come minaccia eterna, alimentando la guerra perpetua.

La teoria di Lammers e Stapel (2011) sul potere che amplifica la disumanizzazione spiega come il trauma dei potenti (Marley) giustifichi l’aggressione contro i deboli (Eldiani), negando empatia e umanità. Qui, il trauma collettivo degli Eldiani, confinati in ghetti e usati come armi, ribalta il ciclo: Eren interiorizza il dolore come eredità, spingendo al Boato della Terra come “risposta terapeutica” distorta. Haslam (2006) rafforza questa lettura, notando come il trauma riduca l'”altro” a entità animalistica, privandolo di moralità e razionalità.

Un’analisi al contesto giapponese svela anche parte dell’ispirazione tratta dalla realtà: il trauma della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale riecheggia nel rifiuto eldiano dell’imperialismo esterno, con la serie che critica il revisionismo storico come trauma non elaborato. Mahmood (2023), in Political Representation in Animation, paragona il trauma propagandistico di Marley a meccanismi hitleriani, dove la memoria collettiva ferita legittima violenze perpetue. In sintesi, Attack on Titan illustra come il trauma, non risolto, diventi carburante politico per la barbarie.

Propaganda e costruzione del nemico

In Attack on Titan, la propaganda marleyana rappresenta uno strumento cruciale per costruire gli Eldiani come nemici assoluti, dipingendoli come “demoni” ereditari responsabili di atrocità passate, un meccanismo che riecheggia la disumanizzazione descritta da Halim e Suprajitno (2022). Attraverso narrazioni ufficiali come il mito di Ymir Fritz e il controllo dei media, i marleyani instillano un terrore collettivo che giustifica ghetti, esperimenti e guerre, trasformando la differenza biologica in minaccia esistenziale. Questo processo non solo consolida il potere statale, ma crea una “quinta colonna” interna, come criticato in analisi sul revisionismo fascista, dove minoranze interne sono demonizzate per unire la maggioranza.

La costruzione del nemico si evolve simmetricamente su Paradis: la propaganda eldiana ritrae il mondo esterno come barbaro, alimentando il nazionalismo yeagerista e il Rumbling come difesa necessaria. Nick Haslam (2006), all’interno del paper di Halim e Suprajitno, spiega come tale propaganda neghi l’umanità altrui, riducendola a “bestie” o “oggetti”, in eco della retorica hitleriana contro gli ebrei analizzata da Salam Abbas Mahmood (2023). Lammers e Stapel (2011) aggiungono che il potere amplifica questa dinamica, permettendo ai leader di ignorare l’empatia per perseguire obiettivi totalitari.

Questa dualità propagandistica riflette dibattiti su Schmitt e il “friend-enemy distinction“, dove la politica si riduce a conflitto perpetuo, criticato in contesti come il conflitto palestinese-israeliano parallelo alla narrativa di Attack on Titan. La serie denuncia come la memoria selettiva diventi trappola ciclica di violenza, con i jaegeristi che incarnano la deriva nazionalista da propaganda internalizzata.

La disumanizzazione come arma politica

Nei marleyani di Attack on Titan, la disumanizzazione degli eldiani funge da arma politica primaria per mantenere il dominio, riducendoli a “diavoli” o “bestie” prive di diritti umani, come analizzato da Halim e Suprajitno (2022) attraverso il modello duale di Haslam (2006). Questa strategia nega l’unicità umana (razionalità, moralità) e la natura umana (emozioni, agency), giustificando ghetti, sterilizzazioni forzate e uso come bambini-soldato, un processo che consolida il consenso interno e anestetizza le coscienze. Lammers e Stapel (2011) spiegano come il potere statale amplifichi questa dinamica, permettendo ai leader di perpetrare violenza senza rimorsi etici.

La propaganda marleyana trasforma la biologia eldiana (il potere dei Titani) in minaccia esistenziale, eco di meccanismi storici come la retorica nazista contro gli ebrei o il genocidio ruandese, dove i Tutsi erano “scarafaggi”. Mahmood (2023) paragona questa costruzione al discorso hitleriano, notando come la disumanizzazione serva a legittimare l’oppressione sistematica, rendendo gli Eldiani fungibili e violabili come oggetti bellici. In Paradis, il ciclo si inverte: gli eldiani disumanizzano il mondo esterno, alimentando il nazionalismo yeagerista e il Rumbling.

Zygmunt Bauman in Modernità e Olocausto (1989) rafforza questa lettura, descrivendo la disumanizzazione come pilastro della violenza moderna burocratizzata, dove la distanza emotiva rende possibile il genocidio di massa. Attack on Titan denuncia così come questa arma politica perpetui conflitti asimmetrici, con Schmitt’s “friend-enemy distinction” che riduce l’avversario a non umano per giustificare l’annientamento totale.

Lo specchio del mondo reale

Attack on Titan mostra come la violenza raramente sia un evento isolato. È il risultato di processi più profondi: propaganda, paura e disumanizzazione. Gli eldiani vengono definiti “demoni” per giustificarne l’oppressione. Le generazioni più giovani crescono all’interno di sistemi che insegnano loro chi odiare. Il trauma, invece di essere elaborato, viene trasmesso, fino a diventare identità.

In questo contesto, la figura di Eren non rappresenta una deviazione, ma una conseguenza. La sua traiettoria non rompe il ciclo della violenza: lo amplifica. Ciò che rende Attack on Titan particolarmente disturbante non è la presenza della guerra, ma la sua normalizzazione. Ogni parte del conflitto è in grado di giustificare le proprie azioni, trasformando la distruzione in necessità.

È proprio qui che l’opera si avvicina di più al mondo reale. Non perché riproduca eventi storici specifici, ma perché mette in scena meccanismi riconoscibili: la costruzione del nemico, l’uso politico della memoria, la perdita graduale dell’empatia. In Attack on Titan, il mostro non è mai solo ciò che appare. È il risultato di un sistema che, nel tempo, smette di vedere l’altro come umano.

a cura di
Rachel Anne Andres Rialo

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