Gorillaz – La recensione di The Mountain

Con “The Mountain”, i Gorillaz abbandonano l’immediatezza pop per esplorare un disco intimo e malinconico, segnato dal lutto e da una nuova sensibilità sonora

La prima impressione ascoltando “The Mountain”, è la sua sorprendente delicatezza, lontana dalle esplosioni pop che hanno definito gran parte della carriera dei Gorillaz. Le composizioni sono lente, riflessive, costruite su arrangiamenti minimali che privilegiano atmosfera e introspezione rispetto all’impatto immediato. Questo cambio di tono nasce da un’esperienza personale condivisa: Damon Albarn e Jamie Hewitt hanno perso i loro padri durante la lavorazione del disco.

L’album include anche voci inedite di collaboratori scomparsi, tra cui Mark E. Smith, Dennis Hopper e Bobby Womack. Questa scelta dona un’aura sospesa, tra inquietudine e conforto, rendendo il disco emotivamente denso ma comunque accessibile e sorprendentemente piacevole. Nonostante il peso tematico, “The Mountain” resta un ascolto coinvolgente, capace di bilanciare malinconia e melodia con grande naturalezza.

Le sonorità evocano lavori passati, ma vengono rielaborate in chiave più intima, creando un senso di familiarità che non scade mai nella ripetizione. È un disco che non cerca l’impatto immediato, ma preferisce insinuarsi lentamente, lasciando emergere le emozioni con il tempo. La scrittura musicale si concentra più sull’atmosfera che sulla struttura classica del singolo, privilegiando un flusso continuo e meditativo. Fin dai primi ascolti, si percepisce un progetto pensato per durare, più che per colpire nell’immediato.

gorillaz
Tra sperimentazione sonora e collaborazioni sorprendenti

Tra i brani più riusciti spicca “The God of Lying”, realizzato con gli IDLES, che affronta il tema della dipendenza con toni intensi e diretti. La voce di Joe Talbot è carica di dolore, mentre il contrasto con una base relativamente energica crea uno dei momenti più incisivi del disco. Il brano richiama vagamente “Clint Eastwood”, ma introduce elementi distorti che lo rendono qualcosa di completamente nuovo e imprevedibile. Anche “The Manifesto” gioca con le aspettative, iniziando con influenze indiane prima di trasformarsi in una struttura più frammentata e sperimentale.

L’ingresso postumo di Proof cambia completamente il brano, dimostrando il coraggio della band nel destrutturare la forma canzone tradizionale. “The Plastic Guru” offre invece un commento sociale più diretto, criticando la facilità con cui si credono promesse vuote, con contributi di Johnny Marr e Anoushka Shankar. Il brano cresce lentamente, mantenendo un equilibrio tra serenità e tensione, ricordando per atmosfera “On Melancholy Hill”.

“Delirium”, con Mark E. Smith, è uno dei momenti più caotici e intensi, capace di sprigionare energia nonostante la sua natura disordinata. “Damascus” unisce Omar Souleyman e Yasiin Bey, creando un incontro culturale che fonde ritmi mediorientali e sensibilità urbana occidentale. Queste collaborazioni costruiscono un universo sonoro unico, dove ogni traccia è autonoma ma perfettamente inserita nel racconto complessivo.

Un viaggio emotivo tra dolore, memoria e speranza

“The Mountain” si inserisce nella tradizione degli album che affrontano il lutto in modo profondo, senza rinunciare a momenti di luce e bellezza. Albarn canta la perdita con sincerità, ma evita di soffermarsi solo sul dolore, lasciando spazio anche al ricordo e alla gratitudine. Il disco suggerisce che la memoria, anche quando fa male, è ciò che mantiene vivi i legami con chi non c’è più.

Questa tensione tra tristezza e speranza rende l’ascolto complesso, ma anche estremamente umano e vicino all’esperienza reale del lutto. Non ci sono grandi singoli immediati, ma canzoni che crescono lentamente e si radicano nell’ascoltatore con il passare del tempo. L’assenza di hit evidenti è una scelta consapevole, che permette al disco di svilupparsi come un’opera coerente e profonda. Ogni brano contribuisce a costruire un percorso emotivo che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto.

È un lavoro che premia chi decide di immergersi completamente, lasciandosi trasportare dalle sue atmosfere stratificate. Con il tempo, molte di queste canzoni potrebbero diventare più significative di brani più immediati e radiofonici. “The Mountain” si rivela così uno dei progetti più maturi e intensi mai realizzati da Albarn.

Conclusione

“The Mountain” è un album che rinuncia all’immediatezza per abbracciare profondità e introspezione.
Un lavoro che cresce ascolto dopo ascolto, rivelando tutta la sua ricchezza emotiva, uno dei capitoli più maturi e toccanti nella storia dei Gorillaz.

a cura di
Mattia Mancini

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