Se solo potessi ti prenderei a calci racconta la parabola vertiginosa della vita di Linda, terapeuta alle prese con la figlia malata, un marito assente e una quotidianità che sfugge al suo controllo. Mary Bronstein costruisce il ritratto di una donna sull’orlo del collasso, sostenuto da una prova dirompente della protagonista che regge l’intera narrazione.

A 17 anni da Yeast, il suo primo lungometraggio a costo zero, la regista Mary Bronstein firma una delle pellicole di A24 più discusse e chiacchierate del 2025, If I Had Legs I’d Kick You, finalmente in uscita anche in Italia con il titolo Se solo potessi ti prenderei a calci.

La pellicola, fin dalla sua anteprima al Sundance Film Festival dello scorso anno ha visto incrementare il suo passaparola e ha generato un fortissimo interesse a livello mondiale.

L’abbiamo vista infatti presente al Festival internazionale del cinema di Berlino dove la protagonista Rose Byrne si è aggiudicata il prestigioso Orso d’argento per la miglior interpretazione. Lo stesso è accaduto ai Golden Globe dello scorso gennaio dove ha trionfato come Migliore attrice in un film commedia o musicale e per ultima non poteva mancare la nomination ai prossimi Oscar che si terranno a marzo, dove sembra che solo Jessie Buckley con Hamnet (qui la nostra recensione) possa contenderle l’agognato premio.

Rosa Byrne sembra dunque aver convinto il mondo intero che la sua prova sia decisamente tra le migliori dell’anno, ma è tutto merito suo o ci troviamo di fronte un grande film nel quale lei è solo uno di numerosi elementi vincenti? In attesa di scoprirlo, ricordiamo l’uscita fissata per il 5 marzo, nelle sale italiane con I Wonder Pictures.

La trama

Il film segue la parabola vertiginosa di Linda (Rose Byrne), una terapeuta di mezz’età stressata dalle infinite sfide della sua vita quotidiana e dall’assenza del marito, capitano di crociera, via per lavoro, che la lascia sola a prendersi cura della loro figlia.

La piccola infatti ha una patologia congenita, e fin dalla sua nascita spetta a Linda garantirle un’assistenza continua, monitorando costantemente le sue condizioni di salute e prendendosi la responsabilità dei macchinari medici che provvedono alla sua alimentazione, perennemente controllata.

Spetta a lei prendere tutte le decisioni difficili, lasciata in balia di sé stessa, senza alcun tipo di supporto, anche quando il soffitto del suo salotto crolla allagando tutto l’appartamento.

Finita a trasferirsi momentaneamente in un motel dovrà trovare il modo di barcamenarsi tra lavoro, la figlia, una paziente scomparsa e una sequela di circostanze che la porteranno sempre più a perdere il controllo.

Il racconto di una spirale senza uscita

If I Had Legs I’d Kick You, è un titolo davvero emblematico, perché nel racconto non c’è nessun personaggio monco e privo di arti. La nostra mente subito crea associazioni come quella del tenente Dan, il personaggio storico di Forrest Gump (1994) interpretato da Gary Sinise, che dopo aver perso le gambe in guerra diventava un concentrato assoluto di rabbia e frustrazione.

Nel film di Mary Bronstein, questo concetto assume un significato molto più simbolico e chiaro: assistiamo a una gigantesca parabola di impotenza dove Linda non riesce ad assumere il controllo della propria vita, sentendosi sopraffatta da tutto ciò che le circonda, tanto da portare quasi a compiere dei gesti estremi.

Il suo è un viaggio in discesa verso un crollo nervoso totale, che mette in mostra quanto un personaggio forte come il suo – ma mai retorico e moralista – finisca a cedere quando troppo è troppo.

Un’odissea nella paranoia di questa donna e delle sue esperienze, quasi frammentate nel caos di incontri inaspettati, situazioni al limite del tollerabile e personaggi che la trattano senza il minimo rispetto, in una quotidianità che sembra andare ben oltre le 24 ore giornaliere.

Una pellicola retta totalmente da Rose Byrne

Ci troviamo di fronte a uno di quei casi dove l’interprete fa il film. Senza alcun dubbio Se solo potessi ti prenderei a calci vive in funzione della sua protagonista, una Rose Byrne mai vista così in forma, in una prova dirompente e memorabile.

E questo lo sa anche la camera da presa, che la segue, la pedina, cerca di farci entrare nella sua mente, anche con primissimi piani che sembrano voler sondare tutti i suoi pensieri intrusivi.

Tutti gli altri attori sono al servizio della sua grande performance, mai caricata, mai alla ricerca di una grande scena di pathos. Ed è il caso di un casting veramente inusuale visto che troviamo il rapper ASAP Rocky (James, il vicino del motel) che l’anno scorso ha fatto doppietta (l’altro ruolo in Highest 2 Lowest di Spike Lee) e il celebre conduttore e comico Conan O’Brien (lo psicologo di Linda).

Va detto che però, per quanto funzionali e portati bene su schermo, i loro personaggi – vista anche la natura del racconto scritto su misura di lei – non lasciano il segno e risultano. Scelte di casting che sembrano più un tentativo di A24 di sorprendere con casting insoliti ma un po’ fini a sé stessi, come era accaduto anche con il rapper Tyler, the Creator in Marty Supreme.

E se ciò non era abbastanza chiaro negli intenti della regista, a coronare ciò Mary Bronstein ha pensato un espediente registico per avere sempre il punto di vista psicologico e soggettivo di Linda: la figlia non ci viene mai inquadrata per intero. Una scelta simbolica molto precisa, finalizzata a restituire la sensazione di come per la nostra protagonista la figlia in quel momento sia solo un enorme peso, tale da non farla nemmeno percepire come una persona reale, ma solo una fonte costante di stress e ansia perenne.

Lo stile del racconto

La piccola figlia di Linda, di cui non sappiamo nemmeno il nome, è una presenza che percepiamo fuori campo con la voce e quando presente, solo parzialmente, ne vediamo le gambe o altre parti del suo corpo.

Questo contribuisce anche a creare una sensazione costante di film dove il racconto è sospeso tra realtà e onirico. Una messa in scena di questo tipo non può non portare almeno un momento a mettere in discussione la veridicità di tutto ciò a cui stiamo assistendo, come se ci fosse altro, un puzzle scardinato da riordinare.

E se a ciò ci aggiungiamo la presenza improvvisa di scene surreali che irrompono un po’ gratuitamente, il risultato sembra alludere a un film che voglia ergersi a molto di più di ciò che poteva fare brillantemente anche senza caricarsi troppo di simbolismi e vezzi artistici che a tratti stonano e confondono inutilmente lo spettatore.

Come quasi sempre con A24 ci troviamo di fronte una confezione eccellente, dalla regia, alla fotografia, alla scelta della pellicola sempre gradita, ma un po’ come Ho visto la TV brillare (I Saw the TV Glow) dello scorso anno, questo sembra essere il loro film annuale arthouse che finisce per irritare, sovrastando delle idee eccellenti con delle scelte ambigue che alterano profondamente la percezione totale della visione.

In conclusione

In un 5 marzo ricchissimo di uscite e titoli attesissimi Se solo potessi ti prenderei a calci sarà sicuramente il film preferito di molti nel lotto. Un titolo che seppur non perfetto, crea sicuramente interesse nel vedere i prossimi progetti della regista.

La tematica che viene tirata in ballo è decisamente trattata con rispetto e il ritratto di Linda risulta alla fine più che veritiero e facilmente identificabile. Perché se c’è qualcosa che si carica tutto il film sulle spalle è a mani basse la prova strepitosa di Rose Byrne.

a cura di
Alfonso La Manna

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