Train Dreams è un film diretto da Clint Bentley e candidato agli Oscar 2026. Tratto da un racconto del 2011 di Denis Johnson, la pellicola narra le vicende umane di Robert Grainer (Joel Edgerton). Ma è anche uno spaccato di vita che attraversa la dura quotidianità dei lavoratori e i cambiamenti in corso nell’America del XX secolo.
Train Dreams è elegantemente diretto da Clint Bentley, che ha co-scritto la sceneggiatura con il suo frequente collaboratore Greg Kwedar.
Robert Grainer (Joel Edgerton) è uno dei tanti braccianti dell’Idaho che hanno dato disponibilità per le grandi costruzioni in atto come la ferrovia di Spokane. E’ diventato un taglialegna, costretto ad assistere ai soprusi verso colleghi cinesi. Lo stereotipo del razzismo tipico della classe operaia rurale americana durante l’ondata di immigrazione di inizio secolo. Lungo la strada, si innamora della testarda e bellissima Gladys Oakley (Felicity Jones), costruisce una baita e mette su famiglia
Natura deturpata
In questo tragico sfondo di fatica e sofferenza si crea un legame di fratellanza fra colleghi, ma al tempo stesso gli operai stessi sono vittime e carnefici di disboscamenti in grande quantità. Una natura selvaggia deturpata che non manca di far sentire il proprio disappunto con cadute di rami o, peggio ancora, con un pauroso incendio. Sarà questo che colpirà la famiglia di Robert e che cambierà per sempre la sua vita.
Train Dreams è uno dei successi del Sundance Film Festival dello scorso anno ed, senza dubbio, uno dei film più interessanti candidati ai prossimi Oscar 2026. Il film è spettacolare sia dal punto di vista visivo che sonoro. Non è lungo, ma ha uno spirito epico. L’effetto – amplificato da un’abile maestria artigianale e da una predilezione per i dettagli anche negli angoli più sfocati di un’inquadratura – lascia senza fiato. Foreste secolari si estendono fino ai bordi più alti dell’inquadratura. Il paesaggio è costellato di montagne polverose, orizzonti nebbiosi e, a volte, colline desolate e morte. Persino i volti scoscesi degli uomini in primo piano sembrano mappe di territori inesplorati.
Il design delle cose
La narrazione del film ci immerge ancora di più nella vita di Robert Grainer, nei suoi momenti di disperazione. Ma soprattutto, coi personaggi che appaiono nella sua vita, ci immergono nella sensazione che siamo parte di un meccanismo. “Il mondo è intricatamente cucito insieme”, osserva un brizzolato ed eccentrico esperto di esplosivi (interpretato da un William H. Macy che ruba la scena). “Ogni filo che tiriamo, non sappiamo come influenzi il design delle cose”.
Più tardi, quando Grainier si ritrova fuori passo con la natura sempre più meccanizzata e impersonale del suo lavoro, passa accanto a un orso morto, gettato in cima a una catasta di legna, segno che il nostro desiderio di domare e imbrigliare la natura selvaggia porta inevitabilmente alla sua distruzione. Ma la solitudine e le sofferenze lo portano ad aspettare un segnale, come confesserà a Claire Thompson, funzionaria del Servizio Forestale degli Stati Uniti, col quale finalmente si aprirà. Ma sarà la meraviglia e il lasciarsi andare la risposta tanto attesa, in una vita che continua, malgrado tutto.
Echi di Malick
Il paragone più ovvio qui sarebbe con l’opera di Terrence Malick (in particolare quando si tratta di rappresentazioni della natura) e con ramificazioni malickiane come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik. Ma rimanda a film dove il confine fra realismo rurale e spirituale è sottile: viene in mente l’integrità morale del vecchio di Una storia vera di David Lynch o il viaggiatore errante del libro “Strade Blu” di William Least Heat-Moon. E se vogliamo, un altro comune denominatore diventa I cancelli del cielo, il fallimento del mito del Sogno Americano.
Train Dreams è uno sguardo meraviglioso su un’epoca passata che, allo stesso tempo, possiede una sorprendente immediatezza. Nel suo senso più ampio, il film si interroga su cosa renda la vita degna di essere vissuta. Attraverso l’interpretazione sottilmente tormentata di Edgerton, la narrazione di Patton, la fotografia estatica di Adolpho Veloso, il film ci trascina nel triste e inesprimibile desiderio di pace e scopo di Grainier.
Il film coglie la natura stessa della trascendenza: la forma del mondo ci appare solo quando è troppo tardi. O, come osserva un uomo morente a un certo punto del film, guardandosi intorno nella notte che si sta addensando: “È bellissimo”. Quando gli viene chiesto a cosa si riferisca, risponde semplicemente: “Tutto. Ogni singolo istante”. Oltre alla fotografia stupenda e alle riprese mai banali, nota di merito anche alla colonna sonora per pianoforte, archi e fiati di Bryce Dessner, membro della band The National e che si sta affermando come uno dei grandi (e immediatamente riconoscibili) compositori cinematografici.
a cura di
Beppe Ardito

