Esce oggi al cinema Domani interrogo, tratto dall’omonimo libro di Gaja Cenciarelli, che pochi giorni fa è tornata anche in libreria con il suo nuovo Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio). Qui l’autrice e insegnante “abbandona” le amate aule che fanno da sfondo ai suoi libri per approdare su un terreno diverso, quello della Storia, recente ma anche quella (terribilmente) contemporanea.
Le voci che parlano in prima persona nel libro sono tre. La prima è una donna che vive a Roma ai giorni nostri, alle prese con la perdita: della madre qualche anno prima, del padre e infine della casa in cui ha vissuto per tutta la vita, poiché non potendosi più permettere l’affitto viene sfrattata. Queste perdite hanno un effetto sulla sua identità e sul suo modo di abitare il mondo, inizia ad avere problemi di salute e difficoltà a farsi capire da chi la circonda.

E’ una donna diventata povera, senza una casa e con duemila euro sul conto che si esauriranno dopo i primi due affitti. E sembra che il concetto di povertà, su cui gli amici ironizzano declamando il conto che piange o il non poter andare in vacanza, non venga compreso fino in fondo. Un concetto e una condizione contro cui è necessario lottare, se si vuole letteralmente sopravvivere.
Poi c’è Adolfo Wasem. L’altra voce narrante (un personaggio realmente vissuto) viene da un tempo piuttosto lontano: siamo nel 1972, Adolfo Wasem scrive – o meglio, immagina di farlo – una sorta di diario, in Uruguay. E’ un prigioniero politico ed è stato rapito dai militari durante la dittatura: scopo dei rapimenti, la tortura. I prigionieri venivano infatti buttati in cunicoli sottoterra chiamati calabozos, stretti e bassi, dove, isolati, subivano le peggiori angherie. Per sopravvivere Adolfo cerca piccoli segni di umanità, un poco di aria che trapela dalla porta o dalla finestra, le parole nei giornali stracciati nella latrina, i pochi oggetti che abitano lo spazio con lui.

Infine c’è Sonia: moglie di Adolfo e madre di loro figlio, anche lei rapita mentre era con Adolfo, e anche lei racconta la sua storia in prima persona. Per le donne la condizione è differente, non sono isolate ma tutte insieme, senza privacy. Anche loro devono subire violenze e stupri, anche lei vive nel ricordo del marito e del figlioletto sperando di potersi riunire.

Ma come si trovano a interagire due epoche così diverse e personaggi così tanto lontani fisicamente e geograficamente? Questo dovete scoprirlo leggendo il libro, perché anche così non è immediato. Quello che posso dire, però, è che anche se non si direbbe queste storie hanno tanto in comune.
Anzitutto la lotta: che sia contro un regime o che sia per riacquisire sé stessi, è sempre al fine della libertà e dell’autodeterminazione, del non accettare qualcosa di imposto dalla società o appunto da un regime folle e autoritario.
E poi l’abitare luoghi, il riempire spazi, la percezione di un luogo che era casa e di colpo non lo è più, o di un luogo che è prigione e che per non impazzire deve diventare “casa”.
Tante analogie, tante profonde similitudini fra persone lontane, perché nei momenti di disperazione mettiamo in atto strumenti di salvaguardia di noi stessi in fondo molto simili fra loro. Una lettura forte, forse non per tutti – l’immaginario delle torture è molto vivido; ma così illuminante su una parte di Storia di cui non si parla molto, così potente sulla resistenza umana, da sperare abbia un enorme successo nei prossimi mesi.
a cura di
Martina Gennari

