A volte un film non è solo un film, ma un racconto di vita che si interseca con la storia che studiamo sui libri di scuola. My Father’s Shadow è un racconto che si interseca tra la vita di una famiglia e la repressione nigeriana dopo le elezioni del 1993.
Diciamocelo subito: ci sono esordi che fanno rumore perché urlano, e poi ci sono quelli come My Father’s Shadow che invece ti sussurrano all’orecchio per 90 minuti e ti lasciano un macigno sullo stomaco.
Akinola Davies Jr., al suo primo lungometraggio, non cerca il colpo a effetto fine a se stesso, ma ci porta dritti nel 1993, in una Nigeria che sta trattenendo il fiato per delle elezioni che cambieranno tutto. E noi lì, in mezzo a quella polvere e a quel caos, ci sentiamo un po’ come i protagonisti: persi, affascinati e con quella strana malinconia di chi sa che certe giornate non torneranno più.
Un film che è un po’ memoria personale e un po’ ritratto politico, ma senza mai diventare una lezione di storia noiosa. Sin dal primo trailer ritroviamo tutto questo, uno spoiler utile a farci capire cosa dovremo affrontare una volta arrivati al cinema: un viaggio nei sentimenti di un bambino, nel peggior momento della sua vita: l’inizio di una vera e propria guerra civile.
Due fratelli, una città enorme e un padre inafferrabile
La trama è di quelle semplici, che sulla carta sembrano poca cosa ma sullo schermo diventano vita vera.
Aki (Godwin Egbo) e Remi (Chibuike Marvelous Egbo) sono due ragazzini che vivono in un villaggio remoto e che il padre, Folarin, lo vedono col binocolo. Lui lavora a Lagos, la metropoli che inghiotte tutto, e quando finalmente decide di portarli con sé per una giornata in città, sembra l’inizio di una grande avventura. Ma non è la gita a Disneyland.
È un viaggio dentro le contraddizioni di un uomo che cerca di essere un padre, mentre il mondo intorno a lui sta letteralmente andando a fuoco per la tensione politica. Tra corse in moto, cibo di strada e silenzi pesanti, i due fratelli scoprono chi è davvero quell’uomo che chiamano papà: un eroe o solo un altro sconfitto dalla vita?

Regia, estetica e quel mostro di bravura di Sope Dirisu
La regia di Akinola Davies Jr. è qualcosa di magnetico: non si limita a piazzare la macchina da presa; la fa respirare insieme alla città. C’è un’intimità quasi violenta nel modo in cui inquadra i volti, alternando momenti di puro realismo documentaristico a sequenze che sembrano uscire da un sogno febbrile.
E qui scatta l’applauso per la fotografia (spesso granulosa, materica), che riesce a farti sentire quasi l’odore di Lagos, il caldo appiccicoso e la vitalità disperata delle strade.
Ma il vero motore immobile del film è lui: Sope Dirisu. Se in Gangs of London faceva a botte con tutti, qui lavora di sottrazione in modo magistrale. Il suo Folarin è un uomo spezzato, pieno di dignità e vergogna, e Dirisu riesce a comunicare tutto questo anche solo stando zitto o guardando l’orizzonte. E bravissimi anche i due esordienti, Godwin e Chibuike, che non recitano: sono.
La loro chimica è così naturale che ti dimentichi che c’è un copione dietro. Un plauso anche alla colonna sonora di CJ Mirra e Duval Timothy, che non invade mai la scena ma sottolinea perfettamente quel senso di “tempo sospeso”.
Conclusioni
Insomma, My Father’s Shadow è il film della vita? Forse no, ma è un esordio che ha un cuore enorme e che pulsa forte. È un racconto di formazione che sa di terra e di mare, politico senza essere retorico, intimo senza essere ombelicale. Certo, a volte si perde un po’ nei suoi stessi estetismi e il ritmo ogni tanto ne risente, ma di fronte a tanta onestà emotiva glielo si perdona volentieri.
Se cercate un film che vi faccia riflettere sul senso di paternità e sulle occasioni mancate, questo è il biglietto da staccare.
Buona Visione!
a cura di
Andrea Munaretto

