Divine Comedy – recensione in anteprima della nuova commedia iraniana

Divine Comedy (Komedi-e elāhi) è il nuovo film di Ali Asgari, in concorso all’82esima Mostra internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Nelle sale italiane da oggi, giovedì 15 gennaio, grazie a Teodora Film.

Divine Comedy di Ali Asgari si dimostra fin da subito negli intenti come uno dei film più coraggiosi dell’anno. Raccontare e denunciare la spietatezza e l’inutilità della censura non è mai facile, ma scegliere di farlo attraverso la commedia, in uno Stato attualmente sotto regime, è veramente qualcosa che pochi riuscirebbero a portare a fare.

Asgari parla di sé e di cosa rappresenti per un’artista la sua opera con una commedia piacevolmente leggera e positiva. Una satira piena di ottimismo e umanità a discapito della gravità dei temi trattati.

Trama

Bahram (Bahram Ark) è un regista da sempre vittima di censura da parte del Governo iraniano. Ritrovandosi per l’ennesima volta la sua opera vietata a causa dei motivi più disparati – dall’utilizzo della sua lingua madre all’interno della pellicola fino alla presenza di un cane, ritenuta “indegna” -, frustrato ma ben determinato a prendersi la sua rivincita, decide, aiutato dalla sua produttrice ed amica Sadaf (Sadaf Asgari), di trovare qualcuno che possa, anche solo per una singola volta, proiettare illegalmente il suo film.

L’intimo rapporto tra l’artista e la sua opera

Attraverso il suo protagonista, Divine Comedy descrive egregiamente l’intimità che un qualsiasi tipo di artista (in questo caso un regista) presenta con le sue creazioni. Bahram non accetta di piegarsi al sistema e di creare pellicole che non senta sue pur di farle proiettare. Le sue opere parlano di sé e il condividerle con il pubblico lo aiuta a sentirsi vivo, accrescendo la sua consapevolezza di meritare un posto nel mondo.

Con Divine Comedy Asgari non lascia spazio a libere interpretazioni su questo punto. Un’opera trasformata da mani esterne non è più figlia del suo autore e, a riconferma di questo concetto, tra i vari scambi che il protagonista avrà, risulterà focale quello con il fratello, anche lui regista, ma di film commerciali e approvati dal sistema.

L’ombra della censura per ogni minimo aspetto controverso

Se il rapporto tra artista ed opera è un concetto intimo, la critica e la satira che il film fa parlando di censura invece non lo sono. Senza scendere mai nel drammatico, Divine Comedy racconta divinamente l’oppressione politico-religiosa che vige attualmente in Iran.

Le critiche che Bahram riceve da parte del funzionario del Ministero della Cultura per la sua pellicola sono proprio l’aspetto più assurdo e – pertanto – comico del film. Come la già citata presenza del cane, a dimostrazione di una sagace meta-satira, proprio in Divine Comedy.

Il discorso della censura all’interno del film, per quanto circoscritto all’attuale situazione in Iran, ci riguarda tutti universalmente. Perché anche nell’attuale e “civilizzato” mondo Occidentale oggi più che mai ci ritroviamo a subire in maniera sempre più passiva casi del genere, soprattutto in ambito artistico e nel mondo dello spettacolo.

Un recente esempio tutto italiano può essere il trattamento riservato a Loro di Paolo Sorrentino, proiettato, sì, in sala, ma mai in onda in televisione o streaming e senza in edizione home video ufficiale disponibile in Italia dopo che il film fu acquistato da Mediaset.

Stile del film

Se i messaggi sociali risultano tutt’altro che semplici, lo stesso non si può dire per lo stile estetico del film, aspetto che, tuttavia, non rappresenta necessariamente un difetto.

Aldilà delle scene in vespa a fare da stacco (chiaro omaggio a Nanni Moretti), Divine Comedy è un agglomerato di scene a telecamera fissa. Ogni dialogo e confronto che il regista, singolarmente o insieme alla sua produttrice, ha con gli altri personaggi è rappresentato come un unico pianto sequenza, senza tagli ma anche senza movimenti. Una ripresa ferma, quasi a rappresentare metacinematograficamente un’entità che spia le intenzioni dissidenti dei suoi protagonisti.

Funziona come scelta stilistica per il tipo di tono che la pellicola vuole assumere, ma ovviamente è limitante da un punto di vista puramente tecnico e ritmico, risultando non molto scorrevole nonostante duri poco più di un’ora e mezza.

Il protagonista

A rendere però sostenibile le lunghe scene c’è il protagonista del film, splendidamente interpretato da Bahram Ark. Senza ovviamente nulla togliere a tutti gli altri personaggi, divertenti e ben funzionali in scena, Bahram rimane sempre il punto focale e l’elemento più apprezzabile.

Questo personaggio è stato già descritto varie volte come un Woody Allen arabo e personalmente non mi sento di dissentire. L’apparente insicurezza, la testardaggine, le contro risposte, fino all’estetica, alle espressioni e alla gestualità, sono tutte di stampo alleniano. Questo stile, inoltre, è presente anche nella regia e nelle scelte musicali al suo interno.

In conclusione

Divine Comedy è un film più che apprezzabile. Non un capolavoro o uno dei film più impattanti dell’anno appena trascorso, ma un’opera che merita assolutamente la visione in sala. Un’ottima denuncia sociale e un forte grido rivoluzionario, rappresentato con il genere più leggero, ma diretto possibile: la commedia.

a cura di
Andrea Rizzuto

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Sirāt – la recensione in anteprima di uno dei migliori film dell’anno
LEGGI ANCHE – Primavera – la recensione in anteprima del film con Vivaldi in uscita questo Natale

Related Post