Deftones, “Private Music”: il serpente che cambia pelle ma non l’essenza emotiva

Ci sono album che ti colpiscono come un urlo improvviso. Altri che scivolano via come animali notturni, lasciando soltanto la pelle abbandonata sul terreno. “Private Music”, decimo capitolo dei Deftones, appartiene a questa seconda specie

A volte un album arriva come un ricordo sfocato, sospeso tra passato e presente. È questo il caso del nuovo lavoro dei Deftones, “Private Music”: un fuzzed-out memory, un’eco lontana che pulsa tra perdita e consolazione. È il suono di un’intensità che non tornerà più uguale, eppure continua a vibrare con forza.

Chi segue i Deftones è ben a conoscenza che non sono più i ragazzini di Sacramento che nel 1995, con “Adrenaline”, si dividevano tra nu-metal e hip-hop con un DJ sul palco. Oggi, sono ancora tra le band più rispettate e influenti degli anni ’90, capaci di riempire arene e attirare un pubblico giovane, che li scopre per la prima volta e si innamora dei loro riff drop-D.

La trasformazione da outsider nu-metal a protagonisti dell’avant-rock non è stata tanto una semplice evoluzione artistica, quanto il frutto di un cambiamento culturale: la sensibilità collettiva verso l’autenticità e l’emotività ha finalmente trovato nei Deftones il proprio centro di gravità.

“Private Music” raccoglie decenni di esperienza senza tradire le radici. Chino Moreno (voce e chitarra) alterna un cantato etereo e pulito a momenti aggressivi e graffianti, talvolta alla Joe Casey dei Protomartyr o Kendrick Lamar nei suoi scatti sarcastici.

Abe Cunningham (batteria) esplode in ritmi jazz, potenti e mai convenzionali, mentre Stephen Carpenter (chitarra) cesella riff pesanti quanto romantici, curati nei minimi dettagli, con amore per i toni ruvidi e la texture, come un pittore davanti a un dipinto “spazialista” di Mark Rothko.

Frank Delgado, il buon vecchio DJ ora neo-manipolatore di rumori e atmosfere, disegna sfumature sonore che vanno dal soffice rotary phone di Departing the Body alla tensione sospesa di CXZ.

Montagne e ossessioni

“Private Music” non è un album che si concede subito, al primo ascolto: è un’esperienza sonora che sfida l’ascoltatore a rallentare, a riflettere, a immergersi nelle sue profondità. Non è un ritorno rivoluzionario, ma una lenta trasformazione, come un animale che respira con calma e si adatta a un mondo che cambia.

Chino Moreno, con la sua voce, non racconta storie, ma evoca immagini, stati d’animo, sensazioni. Le sue liriche sono come affioramenti di una coscienza tormentata, dove ogni parola è un frammento di verità nascosta.

In My Mind is a Mountain, la frase «My mind is a mountain, I climb it every day» non è solo una dichiarazione d’intenti: è una lotta quotidiana contro i pensieri e le paure, una costante ascesa mentale. Il concetto di montagna si estende metaforicamente all’idea di una mente che non si ferma mai, che deve sempre affrontare la fatica di un cammino solitario, ma necessario.

Questa tensione tra fatica e desiderio di liberazione diventa ancora più evidente in I Think About You All the Time, dove l’ossessione non è solo un pensiero ricorrente, ma una ripetizione che si trasforma in una cantilena tossica: «I think about you all the time, I think about you all the time…». L’ossessione qui è palpabile, circolare, un mantra che cresce fino a diventare verità per chi lo vive, costringendo l’ascoltatore a entrare nella spirale di pensieri di Chino.

In Infinite Source, invece, la voce diventa preghiera: «Just say you’re down, and pull me close». È una supplica e una minaccia allo stesso tempo, un abbraccio che potrebbe soffocare.

Tessuti e cicatrici

C’è anche un filo sotterraneo che serpeggia attraverso l’intero album: il simbolismo animale. In questo scenario di ferite lente, torna un’immagine che accompagna i Deftones fin dagli esordi: quella degli animali come totem emotivi.

Se in “White Pony” (2000) il cavallo era l’emblema della fuga e del sogno lucidissimo, se in “Diamond Eyes” (2010) il gufo rappresentava lo sguardo notturno e il potere della visione, “Private Music” sceglie un animale strisciante, silenzioso, a tratti borderline: il serpente albino.

Una creatura che muta pelle, non per vanità ma per sopravvivenza. Non esplode, non corre: si adatta, si nasconde, si trascina nel buio con grazia letale. È l’animale perfetto per raccontare un disco che non urla ma striscia dentro, che lascia tracce invisibili ma permanenti.

Misticismo inquieto

L’album è come un affresco sonoro dove ogni elemento, anche il più sottile, ha un ruolo fondamentale. In Milk of Madonna, le strofe cupe e le aperture più luminose creano un contrasto che travolge. La canzone è una liturgia di energia carnale e delicatezza, quasi un rosario laico, come se stessimo osservando un corpo che lotta tra il dolore e il desiderio di redenzione.

In Departing the Body la presenza di campioni elettronici e delay creano un tassello sonoro che sembra fluttuare nell’atmosfera. Un suono che non si aggrappa a nulla, ma che avvolge come una nebbia. Anche qui, come in Locked Club, il suono sembra vivere di vita propria, come un organismo che si evolve mentre si ascolta. In Souvenir, il ricordo non è solo una reminiscenza, ma una cicatrice che resta sotto la pelle: «A scar I wear beneath my skin».

Con Ecdysis, la band sembra spogliarsi, come un serpente che lascia la propria pelle dietro di sé. Ma la metamorfosi non è completa: il corpo, pur essendo mutato, non è mai veramente liberato e la trasfigurazione non rappresenta mai la fine, ma un processo in continua evoluzione.

Il diario senza serratura

A chi conosce la storia dei Deftones, “Private Music” appare come una mappa emotiva del loro percorso. Se “Around the Fur” (1997) era tutta rabbia e sudore, “White Pony” aveva il sapore del sogno lucidissimo, “Koi No Yokan” (2012) quello della premonizione amorosa, e “Ohms” (2020) la forza della resurrezione, questo nuovo album si muove in un territorio più sfumato, a metà tra il mondo e il suo riflesso.

Non c’è l’urgenza di reinventarsi, ma la lucidità di chi ha imparato a lasciar andare. Laddove i dischi precedenti cercavano di fuggire dal dolore, dal caos e dalla forma, “Private Music” sembra invece accettare il tempo, le sconfitte, il silenzio. In questo senso, è forse il loro lavoro più adulto, non per maturità tecnica, ma per consapevolezza emotiva.

Un album coeso, evocativo e replayable, capace di catturare la nostalgia di chi li ricorda da adolescenti e l’ammirazione dei nuovi fan. È il suono di un’esperienza musicale unica, perfetta nella sua imperfezione evocativa: il diario senza serratura di una band che continua a sorprendere.

a cura di
Edoardo Siliquini

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Bush, “I Beat Loneliness”: manuale di sopravvivenza per cuori in overdrive
LEGGI ANCHE – Willie Peyote – Rock in Roma – 8 luglio 2025

Related Post