Da oggi disponibile su Netflix, Ogni maledetto fantacalcio vede nel cast Antonio Bannò, Giacomo Ferrara, Enrico Bonello, Silvia D’Amico e Caterina Guzzanti. Il film, diretto da Alessio Maria Federici, unisce comicità e mistero nel tentativo di abbracciare amanti del pallone e non, ma sa tanto di occasione sprecata.

I rituali scaramantici, la pizzata prima dell’asta, le prese in giro, gli sguardi assassini lanciati al collega fantallenatore che rilancia sul gong per soffiarti il tuo pupillo. Perché sì, durante l’asta, quelle persone che hai a fianco non sono più amici, ma rivali. Fantallenatori incalliti con cui ridi e scherzi ogni giorno, ma che in quelle quattro ore (o più), diventano nemici, pronti a pugnalarti alle spalle.

C’è chi passa tutta l’estate a prepararsi, sfogliando il listone dei calciatori, analizzando pro e contro di ogni possibile acquisto, preparando dettagliate tabelle Excel su numeri e statistiche, guardandosi perfino ogni singola amichevole delle squadre di Serie A. C’è poi chi arriva all’asta completamente impreparato, volendo acquistare giocatori che non gravitano nemmeno più nel nostro campionato. Ci sono i pessimisti cronici e gli esaltati, i sognatori e i pragmatici. E sì, ci sono anche quelli che arrivano a contendersi perfino Pavoletti.

Descrivere con parole adeguate cosa davvero significhi il fantacalcio è impresa ardua, soprattutto se non lo si vive dall’interno. A un primo sguardo, in effetti, sembra di trovarsi davanti a un gruppo di pazzi: 8 o più persone riunite intorno a un tavolo, munite di carta, penna e calcolatrice, che per ore non fanno altro che ridere, infamarsi e parlare a voce alta.

Fantacalcio e mistero

Si cimenta nell’impresa titanica di raccontare questo goliardico mondo, Alessio Maria Federici con il suo Ogni maledetto fantacalcio, disponibile da oggi su Netflix.

Il regista decide di raccontare l’universo fantacalcistico con ironia, giocando sui cliché del caso, ma sovvertendone alcuni – come la ragazza fantallenatrice Andrea (Silvia D’Amico). Strizzando l’occhio agli amanti del pallone, infarcisce la storia di riferimenti calcistici e condisce il tutto con alcuni piacevoli camei: Giuseppe Pastore (il tuttologo che viene cacciato dal colloquio), Gianluigi Pardo e anche Diletta Leotta che, come Margot Robbie ne La Grande Scommessa, spiega ai profani cosa sia e come funzioni il fantacalcio. Lo so, è un paragone forte e piuttosto azzardato.

Nel tentativo di interessare anche coloro che non amano questo mondo e tutto ciò che lo circonda, Federici inserisce nella storia un mistero. Gianni (Enrico Borello) sparisce improvvisamente, non presentandosi all’altare per il suo matrimonio. La Polizia irrompe in Chiesa e scorta fuori i suoi storici amici (nonché colleghi fantallenatori): gli ultimi ad aver visto Gianni la sera prima, durante l’addio al celibato. Interrogati dalla giudice (Caterina Guzzanti), ricostruiranno pezzo dopo pezzo quanto successo la sera precedente, cercando di dare risposta alla scomparsa del loro amico.

Ad accompagnarci nelle pieghe di questa storia, i racconti dei protagonisti: Federico (Antonio Bannò), Nicola (Francesco Russo), Simone (Giacomo Ferrara) e Jacopo (Francesco Giordano).

Bonus e malus

Il film gioca su un’ironia grottesca e sopra le righe, mettendo in scena una passione ludica intesa più come una religione che come un momento di svago tra amici. Gli sfottò, le prese in giro, i rilanci continui, l’acquisto di alcuni calciatori vissuto come un’ossessione. Alessio Maria Federici è bravo nel ricreare quell’atmosfera surreale ed euforica che scandisce ogni lega, ma costruisce un film scarico e fin troppo infantile.

La scomparsa di Gianni dovrebbe essere il pretesto per costruire una storia divertente, spassosa e dal ritmo coinvolgente. Il risultato, invece, sono 96 minuti di pura noia, dove a non funzionare è sia la parte comica che quella più intima e riflessiva. Il film usa (o vorrebbe usare) il fantacalcio anche come metafora di vita, dove tutto può cambiare per mezzo voto, per un’ammonizione o un rigore sbagliato, sfociando però troppo spesso nella banalità.

Ogni maledetto fantacalcio sembra accontentarsi di poco, annaspando nel disperato tentativo di strappare una risata – obiettivo quasi sempre fallito – e non sfruttando mai fino in fondo un tema, come quello sportivo, da sempre perfetto per parlare della vita.

Uno spreco di potenziale

L’occasione era ghiotta: si poteva parlare in modo più serio dell’amicizia maschile, delle insicurezze sul futuro, dell’asta intesa come fugace momento per evadere dalla nostra ordinaria e grigia realtà. Invece, sembra che Alessio Maria Federici non si sia fidato davvero del potenziale della sua storia, ripiegando su una comicità facile – che punta sulle parolacce, sulle battute sessuali, sui giochi di parole – ma che ha inevitabilmente stancato.

Possiamo dire che Ogni maledetto fantacalcio manca negli ultimi metri, nello scatto decisivo, nell’ultimo passaggio. Un materiale originale che poteva certamente essere sfruttato meglio, giocando si con alcuni luoghi comuni, ma dando anche una panoramica più seria e completa di un mondo tanto surreale quanto vero, tanto fantasioso quanto concreto.

a cura di
Alessandro Michelozzi

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