Ozzy Osbourne se ne è andato a 76 anni. Ha fatto in tempo a salutare i propri fan e a celebrare la propria vita musicale e quella dei Black Sabbath, in quella Birmingham da dove tutto è nato
Ozzy Osbourne se ne è andato il 22 luglio 2025, a 76 anni. È passato davvero poco tempo da quel 5 luglio 2025, una data già di per sé storica e che ora assume un ulteriore significato. Il Prince of Darkness per eccellenza ha fatto giusto in tempo a salutare i propri fan, quelli dei Black Sabbath e più in generale ogni singolo amante del rock e del metal. Da tempo voleva realizzare un concerto conclusivo: più che celebrare sé stesso, per salutare e ringraziare chi gli ha permesso di vivere una vita e una carriera incredibile.
Facile parlare ora, spendere belle parole quando qualcuno non c’è più. Ha avuto momenti oscuri, è stato difficilmente domabile, ma è innegabile che la sua figura abbia influenzato ben più di una generazione. Dagli esordi coi Black Sabbath alla carriera solista durante la quale è riuscito a circondarsi di musicisti incredibili (Randy Rhoads, Zakk Wylde, Vinny Appice, Tommy Aldridge, Jake E. Lee, Robert Trujillo, Mike Inez, Gus G., Mike Bordin, Chad Smith, giusto per citarne alcuni), Ozzy Osbourne ha stabilito un numero consistente di opere di alto calibro che sono entrate nella vita di tanti, tantissimi ragazzi, adulti e novelli non-più-giovani. Non è retorica, è un dato di fatto.
Personaggio della musica, personaggio “pop”, inteso come popolare, appartenente alla cultura pop. Anche chi non ha mai ascoltato una sola nota di “Paranoid” o di “Crazy Train” conosce il nome di Ozzy Osbourne, vuoi per le leggende metropolitane, vuoi per quella fortunatissima operazione televisiva meglio conosciuta come “The Osbournes”, dove il Prince of Darkness e la sua famiglia venivano seguiti dalle telecamere di Mtv durante la vita quotidiana (celebre – almeno per il sottoscritto – il momento in cui Ozzy non riesce a capire come diamine funzioni il telecomando del nuovo televisore).
Vederlo negli ultimi anni sempre più debilitato a causa della vita sregolata che pian piano ha presentando il conto e di un Parkinson che lo ha messo sempre più in difficoltà, è stato un po’ doloroso. Perché si vedeva nei suoi occhi il voler essere sul palco, cantare, esibirsi dal vivo. Perché è quello che l’ha fatto rimanere vivo, da sempre. Musica e concerti, soprattutto concerti. Si vedeva sempre, ogni volta che l’argomento saltava fuori.
Vederlo il 5 luglio 2025 su quel palco, su quel trono, vederlo stringere come un ossesso l’asta del microfono come per dire “È vero, è reale, facciamolo ancora. Facciamolo di nuovo, finalmente” per alcuni è risultato patetico. Per me – e molti altri – è stato tenero e commovente. Perché vedere un settantaseienne riappropriarsi per un momento e per l’ultima volta (ne era consapevole) di tutto ciò che ha sempre amato, è stato un regalo reciproco. Non voleva avere il rimorso di essersi ritirato dalle scene per forze di causa maggiore così, senza un ultimo saluto. Sono riusciti a farlo contento. Quello sguardo incazzato e determinato alla fine di “Paranoid”, ultima canzone suonata con gli amici Geezer, Tony e Bill, quel “Rimanete su questo cazzo di palco” è la cosa più commovente che potessi mai vedere da Ozzy. Un ardore per voler ringraziare come si deve chi si è fatto in quattro sempre: il pubblico.
La tenerezza incredibile quando Geezer Butler torna dopo poco con una torta col faccione di Ozzy, per ringraziarlo da parte di tutti. La felicità e le lacrime di Osbourne non riprese dalle telecamere dopo.

Non avrà rimpianto (quasi) nulla Ozzy, così come non rimpianse nulla il suo amico Lemmy: entrambi hanno voluto essere sul palco, fino alla fine.
Col sorriso che gli si stampa in faccia di tanto in tanto, ripensando a quel desiderio realizzato, all’ultimo concerto che è riuscito a fare. All’ultimo saluto ai fan. All’ultima “suonatina” con un po’ di amici, su un palco. Lo immagino così, zio Ozzy.
Grazie.
a cura di
Andrea Mariano

