Il nuovo disco di Fabi è un paesaggio mentale. Un luogo in cui entri piano, togli le scarpe e resti un po’ con te stesso. Anche se brucia
A cinquantasette anni, Niccolò Fabi non torna: diserta. Sceglie di non esserci dove tutto scalpita per farsi vedere. Scompare senza proclami, senza sinfonie orchestrali né countdown social. In un tempo in cui anche la fragilità deve gridare per avere un posto, lui si sfila.
Sale in una baita tra le montagne della Val di Sole – legno vivo, un lago ghiacciato davanti e brandine per dormire – e ne esce con “Libertà negli occhi”, un album che non assomiglia a una novità discografica ma a una sottrazione radicale.
Lontano dai riflettori, vicino alla sorgente. E soprattutto, senza aspettarsi nulla in cambio. Lo dice lui stesso: queste canzoni, ascoltate da solo a casa, non sembravano nemmeno “meritare di essere pubblicate“. Poi è arrivata la condivisione. E con lei, il senso.
Dallo stil novo ai delay
Si comincia con Alba, che più che un’apertura sembra un’increspatura. Una lunga parte strumentale, liquida, e poi quella frase, sola, che rimbalza come una goccia dentro una grotta: “io sto nella pausa che c’è tra capire e cambiare“.
È già tutto lì. Fabi non prende posizione: ci accompagna sul ciglio, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non abbiamo il coraggio di fare. È un disco che non spiega ma sospende, e proprio per questo ti ancora.
Musicalmente, Alba si apre con synth e sonorità che evocano paesaggi islandesi – una sorta di Sigur Rós in punta di piedi – per poi lasciar spazio a delay di chitarra e a una tessitura elettronica che ha il sapore dell’ambient casalingo. Ma non è mai artificiale: è suono che viene dal freddo, da una stanza piena di strumenti suonati con pudore.
Il brano, come l’intero album, lavora sulla dinamica bassa e sulla profondità timbrica più che sull’impatto. Una forma di post-rock intimo, con reminiscenze del primissimo Bon Iver ma senza autocompiacimento: tutto è al servizio della fragilità.
Più che uno studio, un esperimento condiviso con sei anime e nessun copione. In questo laboratorio montano, Fabi ha coinvolto Roberto Angelini, Alberto Bianco, Filippo Cornaglia, Emma Nolde, Cesare Augusto Giorgini e Riccardo Parravicini. Complici più che musicisti.
L’amore capita, uno dei brani più densi, lo conferma:
Non è tanto la mancanza di promesse
quanto il vuoto di coraggio un po’ meschino
che ti fa tener lontana un’occasione
e allo stesso tempo non sai lasciarmi andare
a qualcuno tu dovrai pur rinunciare
L’amore, per il cantautore romano, non è epica né terapia. È la cosa che accade quando non sei pronto. O magari proprio perché non lo sei. E su questa riflessione, si erge un intreccio di chitarre elettriche e acustiche che oscillano tra l’arpeggio e il loop, mentre la sezione ritmica – delicata, quasi trattenuta – lavora più per sottrazione che per incastro.
In Al cuore gentile, parafrasi moderna di Guido Guinizelli, la gentilezza non è più solo un valore morale: è una grammatica emotiva, ma anche un gesto politico. Fabi riprende le radici medievali e le fa vibrare dentro un’armonia acustica che strizza l’occhio alla world music, grazie a percussioni leggere e bordoni armonici che danno al brano un respiro ancestrale.
Libertà negli occhi, title track dell’album, racchiude uno sguardo limpido, quasi infantile dove Fabi torna bambino senza cadere nella nostalgia:
Disegniamo sopra un foglio bianco
i nostri mostri e supereroi
tanto il finale della nostra storia
lo decidiamo solamente noi
Qui il piano elettrico e le tastiere svolgono una funzione narrativa: accompagnano la voce come una seconda ombra, lasciando emergere il testo senza invaderlo. Il brano ha un andamento quasi cinematografico, come se ogni strofa fosse un’inquadratura lenta su una memoria sfocata.
Nessuna battaglia è il brano più coraggioso – nonché interessante – dell’album. Qui non c’è nemico, solo metamorfosi. Non c’è dramma, solo l’onestà di ammettere che a volte restare è più rivoluzionario che lottare:
Quello che cerco non è una guarigione
non si può guarire da se stessi
non è una malattia
è solo una nuova evoluzione
un’altra forma della nostra sostanza
nessun nemico, nessuna battaglia
La base è minimale: un beat quasi impercettibile, un pattern di chitarra effettata che si muove in controtempo e qualche texture elettronica appena accennata. L’atmosfera evoca il Mark Hollis solista, con quella stessa delicatezza che sa diventare vertigine.
In Chi mi conosce meglio di te, il dialogo vocale tra Fabi e Angelini è accompagnato da un reticolo di corde e delay che crescono lentamente, senza mai esplodere. Un crescendo che resta sempre sotto pelle. Il suono è secco, mai ruffiano, con un’eleganza lo-fi che ha più a che fare con la profondità che con la produzione.
Lo stesso vale per Custodi del fuoco, dove tastiere vintage e innesti elettronici danno al brano una struttura fluida, sospesa. È la canzone che forse meglio racconta il punto d’equilibrio raggiunto dal disco: tra elettronica narrativa, cantautorato artigianale e spiritualità laica.
Disertare l’urgenza, tra chitarre lente e verità sottili
“Libertà negli occhi” non è un album da tenere in sottofondo. Chiede spazio, attenzione, lentezza. È un disco che non ti spiega cosa provare, ma ti resta accanto finché non lo scopri da solo.
E mentre lo attraversi a passo lento, tra le montagne, le pause, i silenzi che sanno di neve e malinconia, ti accorgi che non si tratta di un disco che ti viene incontro. Ma se scegli di tendergli la mano, scoprirai che ogni canzone è un piccolo tassello di un sentire più grande: un puzzle emotivo dove niente è urlato, ma tutto resta.
La vita va dove va il tuo sguardo
E allora serve solo questo: imparare di nuovo a guardare.
Magari in silenzio, magari un po’ tremando.
a cura di
Edoardo Siliquini

