Dall’ultimo concerto a Monza sono passati otto anni. Otto lunghi anni di lutto per i fan e i membri dei Linkin Park. Ma ora sono di nuovo qui
Il Kintsugi è l’arte di riparare i pezzi di ceramica attraverso una pasta composta con polvere d’oro e i Linkin Park questa filosofia la conoscono molto bene, non solo per l’origine nipponica del fondatore Mike Shinoda.
La rottura del vaso è stata, come tutto l’ambiente rock e non solo conosce, la drammatica morte di Chester Bennington che avrebbe generato una crepa irreparabile nella coscienza collettiva se non fosse per un’amica, un’artista che ha saputo interpretare e rispettare l’intensità dell’anima di Chester: Emily Armstrong, nonché la colatura d’oro che affianca la crepa.
Dieci minuti prima del concerto comincia il count down per il nuovo viaggio “from zero”,
il primo brano però è “Somewhere I Belong“, che è una coccola malinconica per i fan, per i settantottomila fan per essere precisi. Emily ai maxischermi sembra preoccupata e anche vocalmente imprecisa ma come biasimarla, è il suo primo tour e la pressione è pesantissima. Il pubblico però l’ha accolta con molto calore e, man mano che lo show prosegue, si scioglie sempre di più. Sì, anche per il caldo infernale.
Si entra nel vivo
Un climax ascendente fino ad arrivare a “Waiting for the End”, quando più che lo sbigottimento in molti si sono lasciati andare ad un pianto disperatissimo: “The hardest part of ending is starting again” recita uno dei testi più evocativi della band che riecheggia dentro di noi, in particolare l’ultimo scream acido e bruciante di Emily, come un urlo disperato di dolore. Emblema, inoltre, della rinascita fenicia della band.
Il concerto è diviso in quattro atti: inception, creation, break e kintsugi proprio per ribadire il viaggio, la diatriba e la rinascita dopo la morte.
Potentissimo il momento di smarrimento in “Lost” dove Emily ha dimostrato di poter essere carezzevole come probabilmente avrebbe voluto Chester, considerando la sua versione. Scivola nel vuoto del buio e tutti noi ci perdiamo insieme a lei nella nostalgia dei ricordi, in una dimensione confusionaria in cui sentiamo le canzoni della nostra vita con un’altra voce. Perché i Linkin Park fanno parte dell’adolescenza di molti che sono cresciuti con i video di Drangon ball e Naruto con le loro canzoni ma la versione live dei brani è molto fresca e contemporanea nonostante gli iconici strepitii dei vinili degli anni 2000.

Conclusioni
I Linkin Park di oggi sono la nostra Emptiness Machine che riparte da zero, una macchina che è partita e che raccoglierà il nuovo: il presente.
a cura di
Edoardo Iannantuoni

