Baustelle – Sequoie Music Park, Bologna – 24 giugno 2025

Parte da Bologna “El Galactico estate 2025”, il tour dei Baustelle che vedrà la storica band toscana impegnata in undici appuntamenti nei festival di tutta la Penisola

C’è qualcosa di profondamente magico nella musica dei Baustelle, nell’estetica delle loro canzoni, nel sapiente modo con cui mescolano malinconia e letteratura colta, decadenza e sonorità retrò, amore e violenza. Il pubblico presente ieri sera al Parco delle Caserme Rosse di Bologna, questo lo sa bene; nonostante un cartellone, quello del Sequoie Music Park, ricco di importanti concerti (anche internazionali), il concerto dei Baustelle era, di sicuro, tra i più attesi.

Quella magia di cui sopra era perfettamente visibile anche negli occhi degli spettatori, ora sorpresi – nello scoprire le storie di El Galactico live – ora piacevolmente riportati in altre epoche storiche con le canzoni cult della band.

L’arte di lasciare andare

Trovo sinceramente straordinaria la capacità di Bianconi e soci di raccontare storie perfettamente inserite nel contesto socio culturale di provenienza, ma al tempo stesso universali, capaci di trascendere i concetti di spazio geografico e tempo. La loro ultima fatica discografica “El Galactico” è una fotografia disillusa e decadente della società contemporanea, abilmente rivestita di poesia impegnata e colta o popolare e freak. Le canzoni dell’ultimo album sono ampiamente presenti in scaletta fin dalla prima canzone “Pesaro” a cui è affidato l’incipit del concerto (e del tour). Il pubblico dei Baustelle dimostra di conoscere a memoria i ritornelli delle canzoni, nonostante l’album sia uscito solo lo scorso Aprile: l’emozione durante l’esecuzione di “Una storia” è evidente, il ritornello di “Spogliami” ha una specie di funzione catartica, l’amara disillusione di “Lanzarote” ci porta a guardare il mare sotto un’altra prospettiva.

Mi si conceda una digressione su “L’arte di lasciare andare”, uno dei singoli che aveva anticipato, la scorsa primavera, l’uscita dell’album. Fin dal primo ascolto avevo sospettato si potesse trattare di una canzone lucidamente razionale, una fotografia d’autore sulle relazioni (complesse) dei nostri giorni, sulla difficoltà generazione di lasciarsi andare e lasciare andare.
Dopo averla ascoltata live, credo di poter confermare che la canzone ha le stigmate della canzone generazionale.

Canzoniere

Le storie, si sa, hanno bisogno di un pubblico a cui essere raccontate; tanto più quel pubblico riuscirà ad immedesimarsi nella storia, più la storia stessa avrà ottemperato al suo compito.
Ieri sera non abbiamo assistito ad un concerto, ma una sorta di Canzoniere dei nostri giorni, storie eterogenee, senza via d’uscita, senza soluzioni di continuità, tenute insieme da un’unica cornice narrativa: la penna e le sonorità dei Baustelle.

Il pubblico sperimenta in due ore ogni tipo di sensazione possibile ed immaginabile; dalla tensione per un amore ideale (“che non muore mai/ più lontano degli Dei”), alla pulsione verso gli amori dozzinali di quelli che si consumano in una notte al Primavera festival (“quando mi hai detto “ciao“/ e sei svenuta”). Si aggiunga un grande vuoto (“un gigantesco niente”) che fa da sfondo ad ogni sentimento umano ed il gioco è fatto; non ci si sorprenda, dunque, se ad un certo punto lo spettatore sperimenta una malinconia ancestrale anche per la ragazza che lo ha mollato in seconda media.

Classici moderni

Lo show, pardon la narrazione del Canzoniere, va avanti veloce tra grandi classici della band (“Il liberismo ha i giorni contati” o “La canzone del riformatorio”) e canzoni relativamente nuove, ma già iconiche (“Nessuno”, “Contro il mondo”). Il doveroso bis, richiesto a gran voce dal pubblico di Bologna, è affidato a due pezzi da novanta del repertorio dei Baustelle: l’iconica “Charlie fa surf” e la tristemente attuale “La guerra è finita”.

La notte di Bologna è abbastanza clemente con noi, le temperature si sono abbassate, le cicale si godono una meritata pausa e nel frattempo penso che, per fortuna, alla bellezza non ci si abitua mai.

A cura di
Donato Carmine Gioiosa

foto di
Moris Dallini

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