La città degli angeli. Racconto da Beslan, edito da Marsilio, è il libro reportage di Erika Fatland
Erika Fatland è un’antropologa, scrittrice e giornalista norvegese che ha realizzato grandi reportage in Asia e in Russia. Ne La città degli angeli. Racconto da Beslan (2024) racconta del dramma delle famiglie che hanno perso tutto durante l’attentato terroristico del settembre 2004 alla scuola numero 1 di Beslan. Durante questo evento dei terroristi ceceni hanno fatto irruzione nella scuola elementare 1 sequestrando tutti gli studenti, gli insegnanti e i genitori per tre lunghissimi giorni.
L’attentato è costato la vita a più di 300 persone e ne ha rese disabili molte altre. Oltre ad aver causato traumi psicologici inimmaginabili.
Nel suo Sovietistan (2016) attraversa l’Asia centrale per raccontare la storia delle ex repubbliche sovietiche dopo la dissoluzione dell’Urss: Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Uzbekistan.
In La vita in alto. Una stagione sull’Himalaya (2021) racconta del suo viaggio in Asia: dalle terre inesplorate della Cina e del Pakistan, fino ad arrivare all’india, al Nepal e alle pendici dell’Himalaya.
Nel 2016 è stata nominata tra le dieci voci emergenti più interessanti d’Europa dal progetto Literary Europe Live. Nel 2020 è arrivata tra le prime posizioni al premio Terzani, al premio dei librai in Norvegia e al premio Brage. Infine, nel 2021, ha vinto il premio Kapuscinski per il reportage.
il fatto di cronaca
È il 1 settembre 2004 e nella remota città di Beslan, Ossezia del Nord, nella scuola numero 1 tutti i bambini, i genitori e gli insegnanti sono in trepidazione per l’inizio di un nuovo anno scolastico.
I genitori hanno preparato i bambini di tutto punto, con abiti e cartelle nuove; la direttrice, Lidija Calieva, ha organizzato le pulizie dell’edificio, il tinteggio e il riordino delle aule. Nello svolgere i lavori si è fatta aiutare da persone che hanno lavorato anche gratis pur di far splendere l’istituto.
La chiamano la Giornata della conoscenza, o Den’ znanij, ed è una cerimonia che ha radici nell’ex Unione Sovietica. Nella vecchia Urss l’istruzione era una parte fondamentale della società. Coincide con il primo giorno di scuola e prevede che gli alunni si presentino con fiori e cioccolata per omaggiare gli insegnanti. Ci sono esibizioni canore e di danza, discorsi e sfilate. Il tutto viene seguito dai giornalisti e trasmesso sulle reti nazionali.
All’improvviso si sentono i primi spari, la gente è confusa anche se non è raro che nel Caucaso si sentano rumori del genere: la gente di queste zone è abituata a sparare anche solo per festeggiare. Poi nel cortile fanno irruzione uomini con i passamontagna e mitra che costringono la gente a raggrupparsi in palestra. È l’inizio dell’incubo di Beslan, un evento andato in onda sulle televisioni di tutto il mondo.
Il sequestro dura tre infiniti giorni e causa la morte di 334 persone, tra alunni, insegnanti, genitori e altre persone. Un evento che ha spezzato giovani vite e ha rovinato famiglie, carriere e sogni. Un fatto che è stato giudicato deplorevole dalle istituzioni ma che non ha mai visto condannati i veri mandanti. Le domande che rimangono tutt’oggi in sospeso sono: perché? Chi sono i veri colpevoli della strage di Beslan? Perché le indagini sono state insabbiate?
Tre anni dopo i fatti, Erika Fatland è decisa a recarsi nel Caucaso per intervistare le vittime e i cittadini che hanno vissuto la tragedia. La sua insegnante di russo la redarguisce: “I caucasici non sono gente normale, non ti devi fidare!” afferma concitata. Ma nonostante le continue ammonizioni, Erika è convinta a svolgere la sua tesi di laurea sui fatti di Beslan.
Così, nel 2007, in una torrida giornata d’estate, arriva nella capitale dell’Ossezia del Nord, accompagnata da due guardie del corpo. Impossibile per un occidentale recarsi in questi territori da solo. A Beslan incontra ex insegnanti, genitori che hanno perso i figli, bambini che sono stati tenuti in ostaggio e persone che lavoravano nella scuola.
Ciò che trova è rassegnazione, rabbia, disperazione e voglia di riscatto. Ogni famiglia ha reagito alla tragedia a modo suo.

Alcune testimonianze
Quel giorno la fotografa Fatima Alikova si trovava alla scuola numero 1 per scattare delle foto per il giornale locale. Si era alzata unicamente perché sua madre era la caporedattrice del giornale e non voleva deluderla. Ultimamente aveva dei pensieri un po’ bizzarri, perché era rimasta colpita da una frase letta in un libro di filosofia: bisogna sempre essere pronti a morire. Poco tempo dopo si era ritrovata implicata negli eventi di Beslan.
Aneta è un’insegnante di sociologia e il giorno dell’attentato era dentro alla scuola con le sue due figlie, Milena di un anno e Alana, di otto e mezzo. Milena era molto provata dalla situazione e Aneta era preoccupata che non ce l’avrebbe fatta. Il secondo giorno i terroristi si convincono a lasciar andare i neonati e Aneta è costretta a scegliere tra le sue due figlie. O andarsene via con Milena o restare lì con entrambe e rischiare che la più piccola muoia di stenti. Alla fine decide di andarsene assieme a Milena, ma il giorno dopo Alana muore durante gli scontri tra i terroristi e la polizia. Dopo quella maledetta mattina non è più la stessa. Va quotidianamente al cimitero di Beslan per onorare la memoria di sua figlia. Non sorride più e pensa di non meritare la vita.
Irina Chaeva invece, nell’attentato ha perso la figlia Emma, di 12 anni. Dopo quel tragico giorno le sue giornate sono sempre uguali: lei che si reca al cimitero a far visita alla tomba della sua bambina. Prima dei fatti aveva un bel lavoro nella polizia, ora è disoccupata e ha una disabilità al cento per cento.
Se potesse resterebbe accanto alla tomba della figlia tutta la notte.
La polveriera della Russia
Erika, con il suo libro-testimonianza non racconta solo un fatto di cronaca, ma anche la storia di un pezzo di mondo dimenticato. Il Caucaso, con il suo coacervo di culture e tradizioni, religioni e popoli. Una parte di Russia che il Cremlino ha sempre trattato come un mondo a sé, non meritevole di attenzioni quanto il resto del paese. Spesso definito dai media una “polveriera”, per via dei continui atti criminosi lasciati insoluti e delle numerose diatribe tra le etnie che lo popolano. La Russia dal canto suo, ha sempre agito con violenza in quelle zone disinteressandosi delle conseguenze che ne derivavano.
Erika racconta anche dei blogger e dei giornalisti che si sono interessati alla vicenda e che hanno lottato per riportare a galla la verità. Tra questi la famosa giornalista Anna Politkovskaja, che è sempre stata in prima linea anche nelle indagini sui crimini di guerra in Cecenia. Uccisa nel suo appartamento a Mosca perché sapeva troppo.
L’opera di Fatland rimane una testimonianza importante per ricordarci che ci sono eventi di cui i media occidentali non parlano più. Ma anche per tenere viva la memoria e trovare delle analogie coi fatti del nostro presente.
a cura di
Silvia Ruffaldi

