Alba de Céspedes e la cura per il non detto: la notte delle donne

Ritratto di Alba de Céspedes, frame estratto dal documentario RaiCultura

Alba de Céspedes è stata una donna intellettualmente impegnata che, nel corso del 1900, ha saputo porre le basi per una spinta rivoluzionaria.

Ho scelto di iniziare con il sorriso. Con le pieghe leggere che prendono vita lì, alla coda degli occhi, il rossetto che forse è uscito dai bordi e la luce sulla pelle che divora tutto il resto, che lo inghiotte.

Notte

Tutti i giorni cerco l’etimologia di almeno una parola perché la radice, secondo me, è sempre la base da cui partire e proprio oggi mi sono imbattuta in quella di notte. Notte è una parola di cui si aveva bisogno, era una parola urgente. Bisognava dare una forma a quello spazio quasi completamente nero, privo di tutto e non sempre pieno di puntini luminosi, bisognava dare una forma a quell’insieme di sensazioni che toglievano il fiato e a uno spazio claustrofobico.

Le persone scelsero notte, che deriva dall’accusativo di nox, noctem. Non trovo una conferma certa ma i libri raccontano di una radice sanscrita nac– e da qui neco ovvero uccidere, far morire. Serviva una parola per spiegare cosa succedeva alla luce inghiottita e notte, dunque, mi sembra un buon punto da cui partire per parlare di nomi scomparsi dai nostri scaffali per anni, persone che hanno contrastato una cultura opprimente e che non sempre sono riuscite a farcela. Vorrei raccontare di alcune donne che tra il 1800 e il 1900 hanno provato a far valere i loro pensieri, le loro attitudini e bisogni, fino a scomparire lì dove muore il giorno.

Storia in parallelo

Alba Carla Lauritai de Céspedes y Bertini o, più comunemente, Alba de Céspedes, nasce nel marzo 1911 a Roma, l’anno della grandi Esposizioni Universali per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. La capitale viene investita del compito di raccontare le Arti e la Cultura; a Torino spetta invece Industria e lavoro e Firenze si occupa di floricultura e ritratti dalla fine del 1600 al 1861. Alba de Céspedes nasce sotto un’aria di grande fermento che prende una piega diversa: il vento di cambiamento per Alba non è lo stesso che soffia sulle pagine di storia di quegli anni.

Sposa di quindici anni, cede alla pressione della fede nuziale e a diciassette diventa madre del suo unico figlio. Anche qui, come per la notte, c’è un senso di urgenza del fare. Il 1928 è un anno bisestile, l’anno in cui partorisce e lo stesso in cui il dirigibile Italia precipita sul Polo Nord. Si fanno le prove tecniche per una televisione a colori e si scopre la penicillina come antibiotico. Un anno come un altro, sembrerebbe. L’unica costante è la voglia e il bisogno di scrivere che l’ha accompagnata da quando, a 5 anni e mezzo quasi 6, componeva poesie che qualcun altro faceva leggere al padre, ambasciatore cubano.

Nel programma di Elena Doni e Giancarlo Tomassetti del 1980 proposto da RaiCultura, Alba de Céspedes risponde a una domanda sulla sua istruzione, un passaggio che mi porta irrimediabilmente a pensare che non si studia per un attestato, ma per il bisogno e l’urgenza – di nuovo – di nuove parole.

Pensi che io non ho neppure la licenza elementare. Io ho sempre studiato a casa con delle vecchie signorine, con delle maestre di francese, delle maestre di spagnolo, delle maestre di italiano. Non ho nessun titolo di studio. A me è mancato molto.

Elena Doni la racconta così

Una scrittrice, una romanziera di successo, ma non solo questo. Anche una giornalista che ha saputo portare lucide testimonianze sul suo tempo. E una donna, che ha anticipato umori e insofferenze di questi anni.

Il suo tempo

Che tempo era quello di Alba de Céspedes? Un tempo certamente lungo, fatto di guerre mondiali, di delitti d’onore, di donne come strumento e non come persone. Un tempo dove non bastava provenire da una famiglia agiata per assicurarsi il diritto allo studio; bisognava che fosse anche di larghe vedute.

Il nonno, Carlos Manuel de Céspedes, fu il primo rivoluzionario cubano a guidare il popolo verso l’indipendenza. Il 18 ottobre del 1968, dopo anni di lotte, dichiara la libertà di tutti gli schiavi. Un uomo che studiò legge, che scelse di perdere un figlio per mano dell’esercito spagnolo pur di difendere la sua patria. Giusto o no, non spetta a me decidere, ma riconosco che ci vuole coraggio e forza di volontà per essere da sempre la nieta del Padre della Patria, la nipote.

È molto pesante, sai, essere la nipote di Carlos Manuel de Céspedes. Perché è un’eredità che ci costringe ad essere in un determinato modo fin da bambini.

Fotografia di Rhenia studio d’Arte, cm. 24×17,7, dedica autografa a penna a “Karin De Laval” Roma maggio 1941.

Il suo tempo è quello in cui, da bambina, si aspettava di essere sgridata dal padre per la sua prima poesia.

Lui mi disse, serio, serio come forse non lo conoscevo, sei tu che hai scritto questa poesia? e dissi papà non lo faccio più, ti prometto non lo faccio più. E lui mi disse eh no, lo farai ancora pobrecita. Perché capì che scrivere era un mestiere difficile e forse era anche suggerito da una condizione riflessiva per la quale lui mi diceva pobrecita. Però era molto contento.

Nel suo tempo il mestiere di scrivere non era un lavoro se a farlo era una donna. Si trattava di un passatempo, di un vizio, di un modo per passare le giornate ma non certo un mestiere. Alba de Céspedes lo sapeva ma forse sapeva anche che non sarebbe stato sempre così, non per lei. E ne prese coscienza quando, inviando un racconto al Giornale d’Italia, si ritrovò pubblicata con la firma A. de Céspedes, per non mostrare pubblicamente che si trattava di una donna. Elena Doni, sempre proseguendo l’intervista, le chiede

E quand’è che riuscì a imporre il suo nome di donna, Alba?

Eh… l’articolo dopo. Perché gli ho detto che sennò non avrei scritto più.

Quindi l’antifemminismo del Giornale d’Italia si lascia vincere abbastanza presto.

Si si, il secondo articolo. Subito dissi guardi però, qui non è il mio nome. Fui però molto sorpresa quando, al contrario, mi pagarono, perché io pensavo non mi avrebbero mai pagato.

Lucide testimonianze

Non si accontenta di raccontare le donne come corpi che si muovono tra prole e giacche inamidate dei mariti. La sua sensibilità e il suo occhio attento e probabilmente libero da molti preconcetti, la spinge nel cuore delle case, a raccontare di famiglia e di drammi domestici, di voci imponenti che urlano dentro e di chi quella voce l’ha persa, forse del tutto; scrive dei dubbi degli uomini sulle loro donne. Ma Alba de Céspedes riesce a empatizzare, a provare ciò che altre donne non hanno mai conosciuto. Nel maggio del 1968, qualche mese prima che suo nonno liberò gli schiavi a Cuba, lei scriveva una raccolta di poesie in francese, le Chanson de filles de Mai, tradotta due anni dopo da lei stessa, dal titolo Le ragazze di Maggio. Questi sono alcuni versi di Lettera a una madre.

Mamma,
comprendimi
fin d’ora:
dovrai ben comprendermi,
un giorno,
anche gli altri dovranno.

[…]

Mamma, perdonami
di non aver sposato
il ragazzo del quarto piano
che aveva un bell’avvenire assicurato
all’Esattoria Comunale.
Perdonami per la veste nuziale
che non potrai
comperarmi.
Non sono quella
che sognavi,
ma non sono nemmeno
quella che tu piangi.

Sono una figlia
come tante altre:
una sconosciuta
che ti somiglia
e fa una vita
che non ti piace.

Siamo tutti così,
per i genitori,
ma per ogni figlio
la propria madre
è una madre straordinaria.

Mamma, addio, o arrivederci,
come vorrai.
Puoi sempre chiamarmi
da Marion: lei sa
dove trovarmi.
Ti voglio bene, mamma,
come possiamo amare
oggi: senza commozione
e senza pietà.

Il problema con le famiglie…

Per quanto sia possibile dedurre che esista in Alba de Céspedes un forte astio nei confronti delle famiglie, così non è. Carla Lonzi, fondatrice nel 1970, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, del movimento Rivolta femminile, definisce un’immagine molto chiara di ciò che si può nascondere nei non detti di cui si prende cura Alba. In Sputiamo su Hegel e altri scritti, edito da La nave di Teseo, si legge

“Ci colpisce un’immagine significante del passato: da una parte una scala di cui l’uomo sale orgogliosamente i gradini, dall’altra una scala viene percorsa all’inverso dalla donna che la scende faticosamente. Quel po’ di orgoglio che le è concesso in una fase della sua vita non le basta per sorreggerla fino alla sua conclusione”

Frame di Nessuno torna indietro, regia di Alessandro Blasetti, 1945, tratto dall’omonimo romanzo di Alba de Céspedes

Nel romanzo Quaderno proibito, del 1952, emerge questa stanchezza, queste briciole di orgoglio che trovano però la forza di esprimersi nella figura di una donna che, quei gradini, fa di tutto per percorrerli in salita. La forza della disobbedienza quando, dal commerciante di tabacco, le viene detto che è proibito acquistare qualcosa che non sia tabacco. Ma lei vuole quel piccolo quaderno nero, vuole il suo diario. Insiste, lo ottiene. E nel momento in cui esce da quella porta ha bisogno di nasconderlo da tutti. Nessuno spazio è concesso alle donne, nessuno spazio alla madre di famiglia. Ma il desiderio è più forte, il bisogno di un momento per scrivere, di una stanza tutta per sé (Virginia Woolf lo aveva ben chiaro) in cui fermarsi lasciando fuori ogni altra voce: è quello, quel desiderio, a farle salire i gradini come un uomo.

…e quello con i figli

Forse appare più chiara la necessità di Alba de Céspedes di indagare quella famiglia lì dove si riunisce, dove i ruoli sono ben più che definiti. Con la raccolta di raccolti Invito a pranzo, che Cliquot pubblica nel 2024 ma che già aveva visto la luce nel 1955, siamo seduti in queste case con ospiti d’onore, sotto l’occhio dello straniero che giudica. Fra le mani, i lembi di tovaglia aggrovigliata per contenere e scaricare la rabbia e il senso d’impotenza. In altri racconti di questa raccolta si torna sempre alla tavola come fosse l’unico luogo di riscatto, l’unico momento di coraggio per dire ciò che si pensa fra le pieghe di un tovagliolo, tavole dove non si è invitate; tavole da vivere da sole, nascoste. Ma anche tavole dove ci si ribella, si disobbedisce e solo grazia alla forza di vita nella vita, quella di una gravidanza.

Per quante vite deve passare, una donna, per raccogliere la sua voce e dire di essere se stessa.

a cura di
Ylenia Del Giudice

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