Bruce Dickinson, The Darkness & more – Metal Park, Romano d’Ezzelino (VI) – 8 luglio 2024

Bruce Dickinson, The Darkness & more – Metal Park, Romano d’Ezzelino (VI) – 8 luglio 2024
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Tra sole, caldo, umido, poi pioggia, pioggia battente e infine fresca brezza, siamo usciti vivi dalla prima giornata della prima edizione del Metal Park. Bruce Dickinson in forma, The Darkness che mettono d’accordo tutti (tranne il Signore, che manda acqua dal cielo senza fare complimenti) e… ma, aspettate, vi raccontiamo tutto

8 luglio, navigatore che ti propone tre percorsi diversi e infine sceglie quello con “più chilometri ma più breve” (e più pedaggi… grazie Google). Ma non siamo qui a cincischiare sulle disavventure di un disadattato digitale. Siamo qui per raccontarvi la prima giornata della prima edizione del Metal Park, con Bruce Dickinson, cantante degli Iron Maiden, in veste di headliner solista.

Location

Trenta gradi e sole imperioso ci accolgono a Villa Ca’ Cornaro, location scelta per questa due giorni di metal ben congegnata: 8 luglio un bill per amanti sia del metal classico, sia di sonorità che virano più sul rock/hard rock, 9 luglio tenebre, doppia cassa e pogo con Emperor, Cavalera, Coroner, Dark Tranquillity e tanta bella gente che ti urla in faccia quanto ti vuole bene.

Noi siamo presenti solo nella prima giornata, ma prima di immergerci nel turbinio delle esibizioni, gozzovigliamo un po’ in giro. Ci guardiamo un po’ intorno, vogliamo una birra: token. I maledetti token. C’è da dire, quantomeno, che il tutto è organizzato e calibrato per ridurre al minimo la spiacevole situazione di trovarsi a fine serata con un pezzo di plastica impossibile da spendere.

Prezzi in linea con i festival attuali, anzi leggermente meno esosi (una birra Forst 3 token, l’equivalente di 6 euro; una porzione di patatine fritte o un bicchiere di vino 2 token, ovvero 4 euro). Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: un po’ perché avevamo una sete bestiale, dall’altra perché la presenza di un punto per l’acqua potabile gratuita (anche se calda), varie possibilità di cibarie, un palco enorme e un’acustica ragionevolmente buona (un plauso ai tecnici del suono, una volta tanto), ci siamo sentiti immediatamente a casa

La famigghia rock e metal. Letteralmente.

Ci sentiamo a casa, dicevamo. Un po’ in famiglia, una famiglia molto ampia. Ecco, “famiglia” è un termine adatto per questo Metal Park. Dalle prime impressioni, l’età media dei presenti si aggira dalla quarantina in su; quasi scontato, data la scaletta di artisti che saliranno sul palco.

A un occhio più attento, tuttavia, ha sorpreso anche un altro aspetto: non sono pochi i rockettari e metallari più agee accompagnati da figli di quindici, sedici, dieci anni (i più piccoli sempre con tappi per le orecchie o cuffie antirumore, un’accortezza non da poco e per nulla scontata). Coppie con figli, mamme e zie tatuate che saltano e ballano con le figlie e nipotine che ridono e si divertono, un papà che si gode gli Stratovarius con il figlio che, nonostante il tutore alla gamba, si gode il power metal finlandese.

È bello vedere dal vivo il passaggio di testimone di una passione non solo trasmessa, ma anche e soprattutto condivisa.

Entriamo nel vivo: Moonlight Haze

Ma bando alle ciance: entriamo nel vivo dei concerti. Ad avere l’onore e l’onere di aprire le danze sotto un sole sorridente (o col ghigno), i Moonlight Haze. La band italiana, autrice di un power metal robusto, si danno da fare e si prodigano per una performance d’alto livello. Un bellissimo benvenuto per chi sta ancora entrando al Metal Park, peccato per l’ancora esiguo numero di persone presenti.

Le sorprese hanno un nome: Tygers of Pan Tang

A seguire, una delle sorprese della giornata, almeno per chi scrive. Già, perché i Tygers of Pan Tang sono una istituzione nel mondo dell’Heavy Metal britannico, ma sono sempre stati un po’ “quelli tamarri”, che godono di buon occhio anche e soprattutto a chi è abituato all’hard rock anni ‘80.

Tutto vero e confermato sul palco, ma il livello di coinvolgimento ha sorpreso il sottoscritto: nonostante la calura, nonostante il sudore che sta trasformando da grigia a nera la t-shirt degli Alice In Chains, il gruppo di Robb Weir ci sa ancora fare e merita una buona dose di rispetto e un brindisi per inaugurare la seconda birra salvifica della giornata.

Rhapsody of Fire e birre salvifiche

Ci spostiamo nuovamente nelle lande del power metal, stavolta più sinfonico, dai tratti più fantasy. I redivivi Rhapsody Of Fire salgono sul palco cocente del Metal Park e accolgono i meritati applausi. La band di Alex Staropoli, forte del nuovo album “Challenge the Wind”, nell’ultimo lustro sta costruendo una nuova fase, grazie anche all’apporto di Giacomo Voli (voce pazzesca, tra le migliori e tra le più duttili del panorama musicale) e Roberto De Micheli (anche suo merito di unire stilemi classici della band con soluzioni più personali nella scrittura e composizione dei lavori).

Il sottoscritto continua a pensare che meriterebbero un seguito più corposo, ma qui a Villa Ca’ Cornaro hanno ottenuto applausi e apprezzamento strameritati.

La quota rock (di classe): Richie Kotzen

Breve sosta per mangiare qualcosa, pensare all’orgoglio e al coraggio di molti che portano ancora i capelli lunghi pur non avendo più il crine folto come 20 o 30 anni primi, e si torna ad adocchiare il palco. Fa il suo ingresso Richie Kotzen, chitarrista tra i più talentuosi della sua generazione e che ancora oggi è un piacere ascoltare, tra una “Remember” e una “Fooled Again”. Il buon Kotzen, oltre ad avere un background chitarristico variegato tra Poisons, Mr. Big e la recente collaborazione col chitarrista degli Iron Maiden Adrian Smith, ha anche una voce incredibile. Unite tutto questo e mettete in dubbio il vostro amore per qualsiasi altra cosa.

Piazzalo sul palco alle dieci di mattina, alle tre del pomeriggio, alle otto di sera o all’una di notte: vedrai sempre il buon Kotzen sorridente e grato di essere lì, a suonare.

Una botta di anni ‘80 (e microfoni): Michael Monroe

Conosciuto per la militanza negli Hanoi Rocks (che altro non era il suo progetto musicale personale), Michael Monroe porta sul palco del Metal Park ‘24 l’hard rock anni ‘80 nella sua forma più pura, tamarra e al contempo di classe. Scusate il seguente francesismo: a lui non frega un cazzo di essere nel 2024. Microfono con filo chilometrico che si incastra nelle casse spia, microfono lanciato a terra per il nervoso, sorriso verso il pubblico, cambio microfono. Prego ripetere.

A parte queste scenette, a parte il cambio di cappelli a seconda del brano suonato, è una goduria vedere il cantante finlandese e la sua band in grande spolvero. Un’energia incredibile che lo porta persino a scalare parte della struttura laterale del palco, trovando approvazione del pubblico, applausi e cellulari puntati su questo sessantaduenne che ha ancora energia da vendere. E quando compare il celebre sassofono (in “Oriental Beast”, per esempio), è sempre una sorpresa accorgersi di quanto questo connubio particolare sia dannatamente vincente ancora oggi.

Michael Monroe è l’incarnazione vivente del Rock n’ roll che oggi non esiste più, ma lui non ne vuole sapere e continua imperterrito nella sua missione: tamarreide e sleaze a più non posso. A noi, un po’ a tutti, va benissimo così.

Stratovarius e l’elettrocardiogramma fisso sui 180bpm

Sudore della fronte e dell’alopecia che inevitabilmente madre natura ti sta donando anno dopo anno sempre più, sguardo all’insù e chi non c’è più? Il sole, che inizia a giuocare a nascondino con le nuvole. Non sa ancora che perderà, ma questa è un’altra storia. Cambio palco relativamente rapido e passiamo nuovamente nei meandri del power metal, questa volta finnico.

Gli Stratovarius salgono sul palco abbastanza carichi e fa piacere notare sin da subito che il cantante Timo Kotipelto sia in gran forma. Scherza col pubblico, riesce a mantenere le note e calca da una parte all’altra il palco del Metal Park. Ovviamente le ovazioni maggiori vengono raccolte per i pezzi storici come “Speed of Light”, “Black Diamond”, “Legions” e “Hunting High and Low”, ma anche brani del passato più recente come “Unbreakble” sono ben recepiti dal pubblico presente.

Se proprio dobbiamo trovare un difetto nell’esibizione dei nostri finlandesi preferiti, Rolf Pilve ha dato la sensazione di perdere sporadicamente il ritmo alla batteria e Lauri Porra deve smetterla di suonare il basso indossando solo un gilet.

The Darkness and the tipical English weather

Il tempo di dire “Ah, gli Stratovarius… sono tornato ai tempi del liceo” e sì, come temevamo, il sole è stato battuto, anzi abbattuto dalle nuvole: inizia a piovere. Non una pioggerellina leggera, ma goccioloni che riempiono i bicchieri. Inaspettatamente, il sottoscritto è contento. Mentre questo pensiero aleggia nella mente di chi vi sta scrivendo, i The Darkness senza annunciarsi spuntano sul palco. Nessuna intro, nessun colpo di scena: ognuno va verso la propria postazione, salutano il pubblico e inizia lo show.

Di questo si tratta: di uno show. Justin Hawkins si destreggia in chitarrismi e prove d’equilibrio, ride col pubblico, elargisce perle di umorimo britannico e dice di sentirsi un po’ a casa, visto il meteo piovoso. Si tratta anche di una sorta di miracolo, perché i The Darkness sono rock, hard rock, ma anche piuttosto lontano, almeno all’apparenza, dall’ascolto tipico dell’avventore del Metal Park.

Perlomeno, così credevo. Se Kotzen può stuzzicare il patito di chitarra, se Monroe rievoca ricordi di serate e baldorie in chi ora può grossomodo pettinarsi solo col rasoio elettrico, i The Darkness sono dei cazzoni (in senso buono) che fanno hard rock di pregevole fattura e che, con mia grande sorpresa, mette d’accordo tutti. Da chi indossa il giubbotto jeans con le toppe di Black Sabbath ed Emperor al ragazzo con la maglietta dell’Hard Rock di Pietracamela, dal metallaro con gli anfibi alla ragazza con la bandana, tutti cantano e sembrano essere incantato dagli ordini del pifferaio magico Justin Hawkins.

I brani tratti dall’album d’esordio “Permission to Land” (2003, diec… ventuno anni fa) hanno presa maggiore sul pubblico, ma in generale l’ora e un quarto di esibizione è stata sempre su livelli di coinvolgimento incredibili. Tutto questo sotto una pioggia battente che ha caratterizzato gran parte dello show. Magistrali, maledetti maghi.

Scream for me Bruce Dickinson. No, aspetta, non era così…

Ore 21:40. La situazione è la seguente: vestiti quasi asciutti, scarpe completamente fradice, birretta e un’arena che, come prevedibile, si riempie ancora di più. Questa prima giornata del Metal Park non è sold out, ma il colpo d’occhio è comunque molto importante.

Bruce Dickinson si presenta in ottima forma, con una band di supporto oramai rodata quanto basta per creare un muro sonoro di tutto rispetto. Si parte con “Accident of Birth” e “Abduction”, rispettivamente annate 1997 e 2005. Qualche piccolo problema nei volumi non impedisce di sentire come la voce degli Iron Maiden sia in grande spolvero e con l’intento ultimo di divertirsi.

Durante la serata nessun brano tratto dalla band madre ed è giusto che sia così: il cantante ha un ottimo repertorio solista che merita di essere valorizzato senza interferenze. È una prova di forza anche per se stesso, perché osservare il pubblico apprezzare “Chemical Wedding” con acuti pieni e non strozzati, la dolcezza del bis con “Navigate The Seas of The Sun” e avere la conferma che i brani tratti da “The Mandrake Project” dal vivo hanno una resa migliore e meno confusionaria, non sono aspetti così scontati.

Il pubblico presente apprezza appieno, inneggia cori, canta insieme a Dickinson e, allo scoccare dell’ora e mezza di esibizione, dopo i cerimoniali saluti e ringraziamenti dal palco, piano piano l’area del Metal Park inizia a svuotarsi. Con ordine, calma e quella sensazione, un po’ umidiccia, di contentezza. Un po’ la pioggia, un po’ l’atmosfera di essere tutti quanti in un’enorme festa tra amici e conoscenti che, per un motivo o per l’altro, vogliono condividere la propria, stessa passione.

In definitiva…

Ci incamminiamo verso l’autovettura con la bella immagine di una generazione oramai vetusta che porta in spalla la nuova, letteralmente. Che siano 50 o 15 anni, la bellezza di vedere l’entusiasmo e la sorpresa negli sguardi altrui rimane la stessa.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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