“Io, noi e Gaber”: il ritratto di Giorgio Gaber

Uscito nelle sale a inizio novembre (ma riprogrammato a grande richiesta in altre sale) “Io, noi e Gaber” è il docu-film di Riccardo Milani, presentato alla diciottesima Festa del Cinema di Roma, che ha sbancato il botteghino con un incasso di 433 mila euro e 12.973 spettatori. Ma qual è il segreto di questo successo?

Io, noi e Gaber – prodotto da Atomic in coproduzione con RAI Documentari e Luce Cinecittà, distribuito da Lucky Red e promosso dalla Fondazione Gaber, è un viaggio nel mondo di Gaber. Un mondo fatto non solo di canzoni ma di un artista che ha saputo raccontare le contraddizioni dell’uomo moderno, le sue fobie. E lo ha fatto con la sua voce, la sua passione, il suo corpo. Uno degli artisti italiani più lucidi e completi. Perchè Gaber è andato aldilà dell’arte entrando nella nostra vita come un terremoto.

Perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo. Bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo“.

Il film di Riccardo Milani segue il percorso artistico di Gaber col contributo di personaggi che lo hanno conosciuto e amato. Gianni Morandi, Gino e Michele, Ricky Gianco, Mogol, Jovanotti, Claudio Bisio, Fabio Fazio, Vincenzo Mollica, Michele Serra, Mario Capanna, Ivano Fossati e tanti altri. Naturalmente ci sono la figlia Dalia Gaberscik e Paolo Jannacci, fratello e sorella acquisiti per il grande legame che ha unito Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. C’è anche un cameo delicato di Ombretta Colli, moglie di Gaber.

Gli inizi

In uno stile rigoroso e che non si concede troppo alla nostalgia, Milani riprende le immagini di repertorio di un Gaber giovanissimo che si esibisce nella trasmissione “Il musichiere”. Siamo alla fine degli anni ’50 e il rock prendeva piede anche in Italia. Un rock con venature jazz perché i migliori musicisti dell’epoca in Italia suonavano quel genere.

Con l’avvento dei cantautori Gaber trova la sua cifra stilistica: canta la vita e le abitudini nei quartieri popolari di Milano. Porta Romana, il Giambellino (“La ballata del Cerutti”), il biliardo di Riccardo e la Torpedo Blu. Le osterie con la canzone “Trani a gogò” che racconta del vino “della casa”, quello più economico che proveniva appunto da Trani. Uno spaccato di vita in una città in espansione, con la forza operaia proveniente per lo più dal Sud Italia.

E poi i successi televisivi. Ma dietro il suo faccione sorridente nasceva l’inquietudine e l’insoddisfazione. Arrivò persino a dichiarare che “la tivù è violenta sia per chi la fa che per chi l’ascolta”. No, non era un delirio in stile Morgan, era la dichiarazione di uno dei personaggi più seguiti sullo schermo in quegli anni. Lo show Canzoniere Minimo condotto insieme a Caterina Caselli, si smarca già dai clichè presentando nuovi talenti. Fra questi due giovani Francesco Guccini e Francesco (che si farà poi chiamare Franco) Battiato.

Sarà Mina a invitarlo nei suoi spettacoli all’inizio degli anni ’70. Celebre il duetto del Signor G fra i due. Da qui Gaber abbraccia una nuova consapevolezza, comincia un percorso di teatro-canzone grazie all’incontro con Sandro Luporini. Nel film, Luporini, lucido pur avendo superato i novant’anni, ricorda con affetto le chiacchierate con Gaber, le discussioni sulla vita e il mondo. Tutti elementi che finiranno nel teatro canzone.

Il Teatro-Canzone

Il teatro-canzone ricorda in qualche modo, nella sua veste, la scenografia spoglia e fortemente essenziale di Dario Fo. Il palco che diventa scenografia di un uomo solo, davanti al pubblico, senza gruppo musicale di supporto, ma solo basi preparate da Gianfranco Aiolfi. Lui, da solo, a sbracciarsi e sudare, comunicando col corpo per tutta la durata fino al grido liberatorio finale.

La forza del pensiero che si manifesta e con cui il pubblico si trova a fare i conti. Perché nelle rappresentazioni delle sue canzoni ci siamo noi stessi, incapaci di partecipare attivamente non solo alla vita degli altri, ma anche alla nostra stessa vita. La ricerca di un gesto naturale per essere sicuri che questo corpo è mio, la canzone dedicata a Maria, a una donna qualunque che vive sulla sua pelle sacrifici e privazioni. Libertà è partecipazione, la frase citata nel film che serviva per chiudere la canzone “La libertà” verso il quale però Luporini nutre ancora un risentimento.

Gaber non aveva padroni. Arrivò persino a criticare i giovani che seguivano ideali libertari solo per moda o la sinistra che aveva massificato il proprio pensiero. Era per l’autonomia del pensiero come materia prima, contro l’influenza del mercato come regola di vita e comportamento. Una teoria che rimanda a Pasolini e alla sua battaglia di pensiero.

Un coraggio che però, negli anni, rischiava di diventare manieristico e auto celebrativo col disco “Io se fossi Dio” (1980), sorta di j’accuse totale ai rappresentanti delle istituzioni dell’epoca. Gaber ritornerà alla leggerezza ritornando al sodalizio con Enzo Jannacci. Un ritorno di due amici fraterni che debuttarono agli inizi degli anni ’60 con lo pseudonimo di “I due corsari”.

Gli ultimi spettacoli

Più avanti, negli spettacoli, Gaber costruirà un percorso misto di comicità, denuncia e riprese finali di canzoni leggere e intense come “Non arrossire” che chiudeva i suoi concerti più recenti. Ma gli ultimi dischi sono densi di delusione e sconfitta verso un paese che ha perso la sua identità. Gli ideali tanto decantati hanno lasciato il posto al nulla e al disincanto. Ma, in fondo, c’è sempre la speranza di credere nell’amore come risposta concreta ai bisogni e lee reali necessità.

Il film, in definitiva, presenta aneddoti di vita legati al personaggio e alla sua umanità. Ne viene fuori il ritratto di un artista lontano da qualsiasi convenzione, rigoroso nella forma chiara e diretto. Nel documentario si evidenzia la sua estrema modernità, il suo essere stato anticipatore delle tendenze dell’uomo verso un futuro omologato e l’urgenza di un messaggio di ripristino della condizione umana.

Ultimamente c’è questa tendenza, sacrosanta, a usare il mezzo docu-film per illustrare la vita di un grande personaggio della musica e della cultura italiana. Vogliamo ricordare i documentari su Paolo Conte (Via con me di Giorgio Verdelli) e su Enzo Jannacci (Vengo anch’io sempre di Verdelli). In ogni film troviamo personaggi che hanno vissuto e amato il protagonista in questione. Ma tutti questi hanno una nota stonata: c’è l’assenza, o quasi, di giovani. E cioè di personaggi che possano incarnare quel messaggio, passarne il testimone. In Io, noi e Gaber abbiamo solo Francesco Centorame.

Epilogo

Nel film c’è un’estratto da un’intervista fatta a Gaber alla fine degli anni ’80. Siamo nel periodo della caduta del Muro di Berlino. Gli viene chiesto se, secondo lui, dopo questo avvenimento ci sarà la caduta delle ideologie. Gaber risponde che le ideologie non sono sconfitte, ma c’è una che vincerà su tutte: quella del mercato. Gaber, con questa risposta, ha dimostrato di essere un uomo che guardava al futuro.

a cura di
Beppe Ardito

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di Beppe Ardito

Da sempre la musica è stata la mia "way of life". Cantata, suonata, scritta, elemento vitale per ridare lustro a una vita mediocre. Non solo. Anche il cinema accompagna la mia vita da quando, già da bambino, mi avventuravo nelle sale cinematografiche. Cerco di scrivere, con passione e trasporto, spinto dall'eternità illusione che un mondo di bellezza è possibile.

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