la collina dei papaveri

Che fossero giustificate in un modo più o meno lecito, il mondo orientale ha proposto parecchi esempi di relazioni malsane e tossiche. Ecco una carrellata di analisi e confronti tra alcuni di essi

È tutto giustificabile in nome del vero amore?

Davanti ad una domanda simile, è molto probabile che gli inguaribili romantici annuiscano. Insomma, qualsiasi relazione è ammissibile quando si tratta del vero amore, no? 
D’altro canto, i lucidissimi cinici potrebbero rispondere citando Cicerone:

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Traducibile approssimativamente con:

Fino a che punto, dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?

Infatti, fino a che punto possiamo tollerare turpitudini e cattiverie in nome dell’amore?
Senza negare che quando si tratta di innamoramenti tutto diventa improvvisamente circondato da un’aura di intoccabilità, bisogna porre tutto al vaglio della fredda logica.

Umi e Shun – La collina dei papaveri

Durante la prima visione di questo film, molti stavano per piazzarlo in cima alla lista dei loro capolavori Ghibli preferiti, al fianco de La Città Incantata e Il Castello Errante di Howl. Le ambientazioni, fedelissime e spettacolari insieme, la sottotrama del Quartier Latin a dir poco magnetica, le canzoni adorabili, i personaggi verosimili e la magia del mare: c’erano tutte le basi per il film d’animazione perfetto. Poi si arriva a metà e si viene investiti dalla verità rovinosa come in una tragedia greca: i due protagonisti, che il film stesso finora ci aveva spinto a vedere bene insieme, sono fratelli. Che disastro! Fortunatamente, i due hanno avuto la decenza di comportarsi nel modo migliore possibile, allontanandosi e tentando di ignorarsi. Ma il destino li riavvicina e loro cosa fanno? La risolvono con questa terrificante frase di Umi:

Anche se siamo consanguinei, persino se siamo fratelli, sarò sempre innamorata di te!

Il colmo è che, a queste parole, Shun risponde che il sentimento è ricambiato. 

L’incesto è una possibilità?

Una gigantesca bandiera rossa cala sulla Ghibli: da quando in qua si giustifica e persino si approva l’incesto? Prima che si possano muovere critiche troppo pesanti però, l’autore, figlio di Miyazaki, si tutela. Allo spettatore viene, infatti, regalato un finale molto complesso e del tutto inverosimile ma che rivela la non parentela tra i due protagonisti.

Tuttavia, si può davvero ignorare la citazione di poco prima? Il fatto che Umi e Shun fossero disposti ad amarsi nonostante fossero fratelli è davvero scusabile con un “al cuor non si comanda”? Non siamo in un universo di finzione letteraria dichiarata (niente draghi o maghi, ad esempio), quindi non siamo tenuti ad accettare tutto ciò che vediamo. Che bisogno c’era di mostrare una cosa così turpe e rendere la vicenda così ingarbugliata ed equivoca?

A tenere lo spettatore incollato allo schermo c’era un reparto artistico straordinariamente curato e l’avvincente storia del Quartier Latin. A rendere interessanti i personaggi c’era la loro accuratezza storica e la loro amabile semplicità. In questa vicenda, quindi, secondo chi scrive, non è possibile tollerare questa opzione, seppur del tutto platonica. A questo punto, resta una sola domanda effettiva: è stato tutto frutto di una scelta che non siamo in grado di cogliere o è semplicemente un copione malriuscito?

Shun e Umi (Fonte: Google Images)
Inuyasha e Kagome – Inuyasha 

Si prenda ora in analisi una delle coppie più amate di sempre: Kagome ed Inuyasha. Questa coppia che, per la gioia dei fan, convola a nozze a fine serie risulta terribilmente problematica su più fronti. Più di tutti si pone il problema della centralità dei terzi nella loro relazione.

Sebbene moltissime scene comiche si basino proprio sugli altri personaggi che s’immischiano dando consigli e facendo rimproveri, alcuni risultano poco divertenti e, viceversa, particolarmente tossici. Ovviamente il riferimento è soprattutto a Kikyo e Koga. Sebbene sul finale il demone lupo acquisti una sua arma e un suo perché e la sacerdotessa lasci il mondo dei vivi, entrambi hanno portato alla luce i difetti peggiori dei protagonisti.

Koga ci ha restituito un Inuyasha spropositatamente insicuro, aggressivo e geloso. Eppure la sua figura resta bilanciata perché mostra anche una Kagome civettuola che non lo rifiuta mai in modo esplicito e definitivo, ridandole il suo diritto di donna che lei sembra perdere ogni qualvolta il suo mezzodemone interagisca con la defunta sacerdotessa.

Kikyo, infatti, ci ha mostrato per delle intere stagioni come l’altruismo esasperato di Kagome potesse scadere in una terribile arrendevolezza, in quanto la ragazza è sempre stata disposta a farsi calpestare pur di rimanere al fianco del suo amato (fino a tollerare le sue visite non del tutto in amicizia alla sua ex!). Anche lei è equilibrata, perché mette in luce l’indecisione e il terrore dell’abbandono (inteso sia come lasciare che essere lasciati) di Inuyasha, difetti che normalmente non saltano subito all’occhio.

Kikyo e Koga hanno un senso nel loro contesto

Queste due personalità hanno degli scopi ben precisi. La prima nasce primariamente allo scopo di dividere una power couple che, se fosse stata unita fin dall’inizio, sarebbe stata senz’altro imbattibile. La sacerdotessa è utile anche per fornire una sfuggevole debolezza e al contempo un movente per l’antagonista principale: risulta, quindi, incredibilmente necessaria per fini di trama. Il secondo, invece, serve per la quotidiana dose di fan service di cui ogni spettatore affezionato ha bisogno.

La sua natura è completamente differente da quella di Hojo, che, al contrario, rappresenta la tentazione per la protagonista di riprendersi la sua vita normale: non a caso, egli si ripropone con cadenza quasi tragicomica ogni qualvolta che Kagome dovrebbe tornare da Inuyasha, obbligandola sempre a dover scegliere. La presenza di Kikyo e Koga è spiegabile con lo sviluppo della storia e il character development dei protagonisti: la loro tossicità è un amaro necessario per poter godere della dolcezza della storia.

Inuyasha e Kagome (Fonte: Google Images)
Sesshomaru e Rin – Inuyasha

Si è scelto di analizzare queste due coppie vicine nel tentativo di dimostrare che il dilemma dell’age gap è una cosa del tutto relativa. Ma prima, i dati: Kagome ha canonicamente, all’inizio della sua avventura, 15 anni. In questo senso è apprezzabile la scelta degli autori di effettuare un salto temporale al fine di porre il suo matrimonio con Inuyasha in età adulta (19 anni). L’età di Inuyasha, al contrario, non viene definita con precisione. Comunemente si pensa che, visto il suo essere al mondo già da parecchi anni prima del sigillo di Kikyo, sia 100+. Allo stesso modo, il calcolo è stato fatto anche per Sesshomaru (si sospetta 500+) e Rin (immaginabile intorno ai 6 anni).

Le due coppie hanno intercorsi romantici non solo di tipo platonico ma anche sessuale, come testimonia la nascita delle tre figlie protagoniste di Yashahime, il sequel della serie. Eppure, visto che il problema dell’età è molto evidente nei quattro, perché tra gli internauti non c’è stato per Inuyasha e Kagome lo stesso dibattito infuocato che c’è stato per Sesshomaru e Rin?

L’age gap esiste solo se lo si vuole far esistere

Nel corso dell’anime questi quattro personaggi sono stati mostrati in modo diverso. Inuyasha è sempre rappresentato come immaturo, infantile e di età mentale comparabile a quella di Kagome (più giovane di Miroku, più vecchio di Shippo), al punto tale da essere definito “apparentemente quindicenne” da una buona fetta di netizens.

Sesshomaru, invece, è sempre apparso molto più adulto, composto, sveglio e dal sangue freddo del fratello minore. Nonostante lui stesso si riferisca a sé come “di giovane età” e Jaken lo definisca spesso “giovane signore”, non regge il confronto con l’appellativo “signorino” affibbiato da Miyoga al suo padrone.

Inoltre, mentre Kagome appare molto più matura ed intelligente dell’età che ha (sfido un qualsiasi quindicenne a voler continuare la scuola al suo posto!), nell’anime s’insiste molto sull’infantilità di Rin: la si vede spesso cogliere fiori, cantare e ragionare come una bambina della sua età che, in qualità di tale, chiama un uomo tanto più grande di lei “signor Sesshomaru”. 

Proprio per queste due rappresentazioni diverse della situazione, in una circostanza lo spettatore si sente spinto ad accettarla e nell’altra no. In qualsiasi caso, un divario così largo d’età è senz’altro una bandiera rossa. È ragionevole credere che i sentimenti tra loro siano nati ad un’età appropriata e comunque, visto che nessuna delle due ragazze rimpiange la scelta e la sua situazione, non dovrebbe essere così turpe. Ad ogni modo, se è possibile credere che in questo universo esistano i demoni, non dovrebbe essere troppo faticoso sperare nel vero amore…

Rin e Sesshomaru (Fonte: Google Images)
Emma, Norman, Ray ed Isabella – The Promised Neverland

Considerando i tre piccoli protagonisti come un’unica personalità, il legame con la loro Mamma adottiva è uno dei più pericolosi e violenti dell’anime. In questo caso, la sua comparsa sullo schermo è pressocchè obbligatoria per la trama. Infatti, senza la dannosità di Isabella, l’intera storia prenderebbe una piega completamente diversa e forse molto meno interessante.

Mamma Isabella è una manipolatrice dal sorriso perenne che gioca sempre a carte coperte. Non esita a comportarsi come un Giano bifronte: una faccia è quella di una madre amorevole, l’altra è quella di una spietata cinica. L’unico momento in cui cade la sua maschera di falsità e gaslighting è quando si trova da sola con le menti della fuga nel bosco. In quell’occasione non indugia e rompe a mani nude l’osso della gamba di Emma, quella bambina che ha tanto amato, pur di ostacolarla.

La malvagità non è un tabù

Alla domanda che chiede se sia lecito e necessario mostrare questo rapporto sullo schermo, la risposta è positiva. La trama esige la presenza di questo personaggio subdolo e opportunista e tutta la perfidia che ne segue. Quanto alla legittimità, stavolta non è neanche da discutere! Isabella è una personalità cattiva, il nemico principale del primo arco narrativo, una persona dai peccati non condonabili.

Si può empatizzare con lei per via delle condizioni di estremo pericolo a cui si deve adattare, ma ci si affeziona come ad un qualsiasi villain dalla backstory toccante. In nessun momento il fruitore è portato a scagionarla, almeno fino a quando non si redime. Quindi, finché una persona così velenosa s’identifica come villain, non c’è alcun problema nel presentarla sullo schermo.

Isabella (Fonte: Pinterest)
Non dimentichiamo il mondo occidentale

Resta comunque imprescindibile il fatto che, se gli orientali hanno come colpa l’aver parlato in modo accondiscendente di relazioni inadeguate, anche noi occidentali siamo accusabili dello stesso crimine. Non dimentichiamo che abbiamo prodotto un film come Suicide Squad, in cui si romanticizza l’oltremodo malato fidanzamento tra Joker e Harley. O ancora, l’adorato Frozen, dove si soprassiede sulla tossicità del rapporto tra Anna, Elsa ed i loro genitori. Quindi certo, che si critichi il criticabile altrui, ma che non si perda l’attenzione per quel che riguarda il proprio lavoro!

A cura di
Adelaide Gotti

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