“Il posto” di Annie Ernaux

“Il posto” di Annie Ernaux
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Annie Ernaux, a ottantadue anni è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura per il coraggio e l’acutezza clinica con cui ha svelato le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”.

Nei suoi libri ha dato forma ad un nuovo modo di scrivere l’autobiografia, trasformandola in un’indagine sociale e nella possibilità di estensione di quell’esperienza a chi può ritrovarsi in essa. 

Annie Ernaux è nata il 1° settembre 1940 a Lillebonne, ed è cresciuta a Yvetot in Normandia, dove i suoi genitori avevano un caffè drogheria. 

Gli armadi vuoti è stato il libro del suo esordio, nel 1974, ma proprio Il posto, di cui vi parlo oggi, ha dato il via alla sua carriera letteraria. 

Il posto
Il posto

In questo romanzo racconta di suo padre e di sé stessa in relazione ai suoi genitori, vissuti nascondendo costantemente il loro sentirsi inferiori data la loro condizione di persone poco colte o poco eleganti, e del percorso, che poi ha iniziato, per “riscattarsi” da tutto questo.

Ossessione: «Che cosa penseranno di noi?» (i vicini, i clienti, tutti). Regola: stornare sempre lo sguardo critico degli altri tramite la gentilezza, l’assenza di opinioni, una minuziosa attenzione agli altrui sbalzi d’umore.

Il suo è un narrare per ricordare, provare ad analizzare come e, soprattutto, quando si è allontanata dalla sua famiglia, sentendosene completamente discorde.  

Il romanzo inizia con il racconto della morte del padre, dello sgomento della madre e dei momenti prima del funerale. E poi si immerge nel ricordo: l’uomo ha avuto un’infanzia difficile, cresciuto con un genitore violento, e non ha avuto la possibilità di studiare. Ha fatto diversi lavori: prima contadino e poi operaio in fabbrica.

Dopo il matrimonio lui e la moglie hanno iniziato a gestire un bar-drogheria non sempre particolarmente redditizio ma, nonostante questo, non hanno ostacolato la figlia nel proseguimento degli studi.

Cosa c’è di interessante in questo libro?

La narrazione è controllata, quasi asettica, come forse è stato il rapporto con i suoi genitori:

Da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di “appassionante” o “commovente”. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io.

L’emozione non c’è, non traspare dalle parole ma dal gesto dell’autrice di utilizzare la scrittura per descrivere ciò che ha vissuto e renderlo pubblico, e soprattutto lasciare che siano i lettori a mettere ognuno la propria emozione collegandola ad un vissuto magari simile.

Ed è proprio questo, secondo me, che rende interessante questo testo: la capacità dell’autrice di mostrare quel passato, senza riviverlo emotivamente né rinnegarlo, usando semplicemente una descrizione privata dei sentimenti, che in ogni caso ne hanno fatto parte.

La lettura è veloce e fluida e anche il numero delle pagine, così esiguo, è forse rappresentativo del racconto di una vita semplice che non aveva bisogno di tanto spazio. 

In fondo l’autrice voleva solo ricordare il suo posto, quello da cui è partita e quello che l’ha portata ad essere e a pensare così come pensa nel momento in cui scrive.

Un luogo che poteva limitarla ma non l’ha fatto, che ha creato invece il trampolino per la sua personale rinascita, superando i limiti che purtroppo il fatto stesso di essere calato in un dato contesto porta con sé.

Leggo questo suo scrivere anche come un voler dire a tutti, che qualunque sia il posto dal quale si proviene si può sempre partire da quello per trovarne uno proprio, più simile a ciò che invece sentiamo di essere.

Nessuno appartiene ad un solo luogo, ognuno può scegliere il proprio indipendentemente dalle sue origini.

Consiglio a tutti la lettura di questo libro, ermetico ma sorprendente.

a cura di
Anna Francesca Perrone

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