Giuditta: Libertà che guida il popolo o donna in secondo piano?

Giuditta: Libertà che guida il popolo o donna in secondo piano?
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Siamo a Dicembre e abbiamo già superato la Giornata internazionale dei bambini, quella per l’eliminazione della violenza sulle donne e persino quella dedicata alla prevenzione dell’HIV del 2 dicembre. Con la mente forse più sgombra siamo pronti per ripartire da Giuditta, la Giuditta I di Klimt, ad essere precisi.

Giuditta: perché proprio lei?

Non c’è altro modo per raccontare la posizione della figura femminile. Una posizione che può cambiare, che non è legata e costretta a nulla se non al nostro stesso punto di vista. Almeno in teoria, ovviamente. Senza necessariamente aprire un capitolo sullo stile e la storia di Gustav Klimt, proviamo a raccogliere le informazioni che la sua Giuditta I ci fornisce.

Judith I, Gustav Klimt, 1901, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

Oro: oro nella cornice, oro nel dipinto. Una donna coperta da un indumento per metà, un seno scoperto involontariamente, il ventre esposto; audace e sicura della sua posizione e del suo ruolo in quel momento. Il mento tirato su, che non punta a nascondersi nel petto, occhi appena socchiusi e un sorriso compiaciuto. Elementi che rimandano immediatamente ad un duplice significato: ha fatto qualcosa che non doveva ma non le interessa (come un bambino che dice di non aver mangiato cioccolata ma ha la faccia piena di crema alla nocciola) e ha fatto qualcosa che invece le è piaciuto e ne trae godimento.

Ma Oloferne dov’è? In basso, la testa di lui fra le mani di lei, teatrale e superflua.

Giuditta, finalmente, diviene protagonista. Non più dietro al corpo di Oloferne, schifata e impaurita, vestita come una donna rinascimentale di qualche bettola frequentata dagli antenati di Caravaggio. Giuditta racconta la sua vera storia, il suo vero momento. Quello in cui si ritrova espropriata della sua terra, sotto attacco e pronta a reagire. Una reazione non istintiva e legata – come nelle più comuni storie che la riguardano – alla violenza fisica subita da lungo tempo, bensì a qualcosa di più profondo vincolato alle sue radici, alla libertà negata.

Giuditta: eliminare la violenza

La violenza non si può eliminare. Lo dicono anche nel podcast de Il gorilla ce l’ha piccolo, realizzato postumo alla pubblicazione del libro di Vincenzo Venuto. La violenza è parte del nostro corredo, è una cosa con la quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Per questo Giuditta può essere la nostra ispirazione e con lei Klimt, che ha visto questa donna da una prospettiva completamente diversa, per alcuni distorta e raccapricciante.

Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza (cit.). Nella foto, un ritratto del resista Quentin Tarantino. Foto da internet.

La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale. Non riguarda tizi che ne calano altri dall’alto di elicotteri su treni a tutta velocità o terroristi che fanno un dirottamento o roba simile. La violenza della vita reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e sua moglie stanno litigando e all’improvviso l’uomo si infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia. È proprio folle e fumettistico, ma comunque succede: ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza.

Quentin Tarantino
Giuditta: una nuova libertà che guida il popolo…

Una nuova versione di Libertà che guida il popolo verso un cambiamento, per certi versi, si trova nella serie di film classificati come Rape and Revenge, ma anche qui dobbiamo accettare il fatto che si tratti di una vendetta scaturita da una serie di violenze precedenti. Come scrive il critico cinematografico Lorenzo Pietroletti:

[…] Focalizzandoci sul cinema, esiste un filone che mette in scena la violenza in tutta la sua forma, appartenente al cinema definito di genere o di serie B, ossia il rape and revenge. Tradotto, stupro e vendetta. Lo schema del film è ben delineato. Prima una ragazza viene violentata. Poi lei o chi per lei si vendica degli aguzzini. La violenza a cui assistiamo è una violenza di tipo prettamente punitiva, sia nella messa in scena che nello spettatore. […] Momenti in cui anche l’occhio maschile dello spettatore trova un suo piacere visivo, anche morboso talvolta.

…o che va educata?

Quindi Tarantino non ha tutti i torti. Come non ha torto Ilaria Boria che nel suo Le formiche cantano sotto la neve prova a raccontare un pensiero classico, di quelli che proprio si muovono sotto la pelle e formicolano, tanto per restare in tema.

Era sicuro che qualcuno avesse messo in giro la voce che lui picchiava la moglie. Lui un violento, roba da non credere. Lui che aveva sempre fatto tanto, lavorato tanto, dato da mangiare alla sua famiglia, mantenuto la figlia che aveva voluto studiare.

Lui lo aveva sempre detto che non stava bene per una femmina studiare, che le nuoceva al cervello, le faceva venire idee strane, lo aveva sempre detto.

Ilaria Boria con il suo romanzo, Le formiche cantano sotto la neve, Pessime idee edizioni

Tutti questi ragionamenti restano tali, non c’è modo di poter eliminare il pensiero e l’istinto. C’è una parola – anche più di una – che può essere però l’inizio di un nuovo modo di pensare la violenza, ovvero arginare, limitare ad esempio. L’educazione alla non violenza e alla gentilezza sono già un grande passo avanti. Marta Bartolj, pubblica con edizioni Terre di mezzo La via della gentilezza, un albo illustrato per bambini ma soprattutto per adulti.

Via della gentilezza, Marta Bartolj, Edizioni Terre di mezzo
Giuditta: si può ri-educare?

Una domanda che sorge spontanea a molti è se davvero è possibile una ri-educazione in tal senso, una specie di reset da fare del sistema limbico in tutta la sua complessità. Di questo tema si occupò prima Lombroso, l’uomo che più di tutti mastichiamo quando parliamo di “faccia da cattivo”. Per lui non si poteva risolvere la cosa, era un problema di conformazione cranica, di struttura ossea.

Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore

Poi Zimbardo, lo stesso che molti conoscono solo a causa dell’esperimento di Stanford. Lo studio, fruibile attraverso la pubblicazione di L’effetto Luciferocattivi si diventa?, prova a ragionare sulla possibilità di diventare cattivi e violenti e non di esserlo come fosse un diritto di nascita. E il risultato è che sì, si può diventare ciò che non si è mai stati.

Quindi, ancora una volta, dobbiamo guardare Giuditta, colei che imparò ad essere cattiva per una questione di sopravvivenza. In Un amore di Sara Mesa edito La Nuova Frontiera, la protagonista Nat riflette sulla condizione emotiva del cane che le hanno dato.

Se Fiele è stato con lui sin da cucciolo, il cane ha imparato che è quella la sua sorte.

Locandina del film Netflix A Classic Horror Story
Giuditta: A Classic Horror Story

Un classico esempio quello della violenza resa mito di Giuditta e Oloferne, ma Netlix questa volta ci regala una Giuditta che rivendica la sua libertà in un modo quasi surreale. A Classic Horror Story, il film di De Feo e Strippoli, uscito in questo 2021, racconta di una Giuditta che porta il nome di Elisa. Un film costruito e studiato sul mito della paura, con tutti gli elementi di un classico film horror e di un altrettanto Rape and Revenge tipicamente americano. Poco prima della fine del film, quando tutto sembra un classico, si invertono i ruoli ed ecco Elisa che taglia la gola all’Oloferne di turno, guardando soddisfatta la videocamera, ammettendo il suo trionfo.

Arrivati a questo punto, dopo esser passati da un film a un dipinto a un esperimento, ammetto di non essere pronta a dare un vero proprio giudizio su tutta la questione. Sono sicura però che se ci fosse una maggiore condivisione di quella Giuditta I di Klimt, la prospettiva sulla figura della donne potrebbe fare un ulteriore passo avanti. Così come il giudizio inverosimile che spesso proiettiamo su di noi.

A cura di
Ylenia Del Giudice

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