Shirley Jackson racconta l’orrore: “Abbiamo sempre vissuto nel castello”

Shirley Jackson racconta l’orrore: “Abbiamo sempre vissuto nel castello”
Condividi su

Sicuramente avrete visto, o conoscerete, la celebre serie tv The Haunting of Hill House, andata in onda su Netflix nel 2018, che ha riscosso un grande successo. Bè, allora dovete sapere che gli autori della terrificante serie si sono ispirati ad uno dei romanzi più celebri di Shirley Jackson, LIncubo di Hill House, appunto.

Un’altra importante opera dell’autrice è Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962) che, in quanto ad inquietudine, non ha nulla da invidiare al suo predecessore.

Mary Katherine vive in una grande casa assieme a sua sorella maggiore Constance, che adora alla follia, e al caro zio Julian, invalido. Oltre all’amato e inseparabile gatto Jonas. Merricat, come la chiama la sorella maggiore, ha diciotto anni ma ha un comportamento molto infantile. Sta tutto il tempo a fantasticare di vivere sulla luna, ha un nascondiglio segreto e una strana ossessione per l’Amanita phalloides, un fungo velenoso.

Constance ha il controllo della casa: cucina, pulisce e si occupa dello zio Julian, che non è autosufficiente e spesso delira. Talvolta, ad esempio, pensa che Merricat sia morta.

I tre vivono isolati dal resto del mondo a causa di un tragico evento che li ha sconvolti anni prima: l’intera famiglia Blackwood, tra cui il padre e la madre di Merricat, sono stati avvelenati con l’arsenico. Qualcuno ha messo la sostanza letale nello zucchero usato per il dessert.

Il fatto che Constance, tanto amata da Merricat, non avesse l’abitudine di usare lo zucchero, fa supporre che sia stata proprio la minore delle due ad aver assassinato l’intera famiglia. Così Constance, per proteggere la sorellina, sostiene il processo e viene assolta. Gli abitanti del paese, però, non credono nella sua innocenza e continuano a tormentare le sorelle Blackwood. Fanno girare brutte voci sul loro conto e inventano macabre canzoncine per spaventare i bambini.

A sconvolgere il fragile equilibro dei Blackwood arriva il cugino Charles che, apparentemente, sembra interessato a Constance ma in realtà ambisce al cospicuo patrimonio della famiglia. Merricat si accorge subito delle intenzioni dell’uomo e cerca di mettergli i bastoni fra le ruote in tutti i modi. Fino a quando le cose le sfuggiranno di mano…

Il romanzo riscuote un notevole successo e la Jackson viene paragonata addirittura ad autori del calibro di Edgar Allan Poe, William Faulkner ed Henry James.

Pare che la descrizione del villaggio delle sorelle Blackwood, sia ispirata al paese di Bennington, dove l’autrice viveva e nel quale si sentiva un’estranea. Constance e Merricat, così come Shirley, sono viste come delle pecore nere perché vivono una vita anti-convenzionale e fuori dagli schemi. I due personaggi sembrano avere dei tratti in comune con la figura della strega. Il gatto nero, che accompagna Merricat, infatti è il felino tipico delle fattucchiere.

La figura della strega è molto cara alla Jackson, poiché è una donna saggia, che agisce per volontà propria. Conosce bene le erbe e le loro proprietà quindi è malvista dalle altre persone, che ne hanno timore.

Le sorelle Blackwood rappresentano il desiderio (mai realizzato) della Jackson di liberarsi dal vincolo sociale del matrimonio: rinchiudendosi volontariamente nella grande villa di famiglia, si creano una felicità tutta loro, che non segue le regole imposte dalla società. Infatti, Merricat, quando sta vivendo un momento spiacevole, o è in difficoltà, immagina di essere sulla luna assieme a Constance e a zio Julian.

Come mi piaceva la mia casa sulla luna! Ci avevo messo anche il caminetto, e fuori c’era il giardino (chissà che fiori crescono sulla luna? Bisogna che chieda a Constance), e avrei pranzato lì, nel mio giardino sulla luna. Sulla luna le cose erano tutte colorate, di colori molto strani; la mia casetta sarebbe stata azzurra

La scrittrice nasce a San Francisco nel 1916 in una normale famiglia americana devota al culto della Christian Science. Fin da piccola, Shirley, conosce i rituali della tavola Ouija e dei medium.

Si sposa con Stanley Hyman, un intellettuale ebreo e fervente comunista, che insegna letteratura all’università. I due si trasferiscono nel New England, dove non vengono visti di buon occhio dalla gente del luogo poiché sono una coppia anticonformista e atea. Nel suo periodo di maggior successo letterario, la Jackson, cade in una profonda depressione anche a causa dei ripetuti tradimenti del marito. In questo periodo sviluppa l’agorafobia e non esce più di casa. Inoltre soffre di continui incubi notturni e cerca rifugio nell’alcool, finché non riesce piano piano a guarire grazie ad un medico di New York.

La sua ultima opera, dai toni decisamente più allegri rispetto alle precedenti, è rimasta incompiuta a causa della sua scomparsa improvvisa. La Jackson infatti, muore d’infarto nel ’65, probabilmente a causa di un fatale mix di psicofarmaci.

Ma Shirley è conosciuta in tutto il mondo soprattutto per L’Incubo di Hill House, che ha ispirato gli autori horror e fantasy più celebri del mondo, tra cui Stephen King, Ray Bradbury e Neil Gaiman. La figura dell’autrice è stata spesso associata a quella di una strega buona, poiché la Jackson non aveva mai fatto mistero di essere interessata alla stregoneria e a certe sue pratiche.

C’è chi l’ha paragonata anche all’autrice morta suicida Sylvia Plath, che ispirandosi ad una delle sue opere, scrisse La campana di vetro. Entrambe avevano tentato il suicidio in giovane età.

a cura di
Silvia Ruffaldi

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE: Nomadland: recensione del film di Clhoé Zhao che ha trionfato agli Oscar
LEGGI ANCHE: Dal basket alla scrittura, il debutto di Alessandra Tava
Condividi su
Silvia Ruffaldi

Silvia Ruffaldi

Silvia ha studiato Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia con il preciso scopo di seguire la strada del giornalismo, passione che l’ha “contagiata” alle superiori, quando, adolescente e ancora insicura non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Il primo impatto con questo mondo l’ha avuto leggendo per caso i racconti/reportage di guerra di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Da lì in poi è stato amore vero, e ha capito che se c’era una cosa che voleva fare nella vita (e che le veniva anche discretamente bene), questa doveva avere a che fare in qualche modo con la scrittura. La penna le permette di esprimere se stessa, molto più di mille parole. Ma dato che il mestiere dell’inviato di guerra può risultare un tantino pericoloso, ha deciso di perseguire il suo sogno, rimanendo coi piedi ben piantati a terra e nel 2019 ha preso la laurea Magistrale in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Delle sue letture adolescenziali le è rimasto un profondo senso di giustizia, e il desiderio utopico di salvare il mondo ( progetto poco ambizioso, voi che dite ?).

Un pensiero su “Shirley Jackson racconta l’orrore: “Abbiamo sempre vissuto nel castello”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *