Potere e Parole: come è cambiato il linguaggio della politica?

Potere e Parole: come è cambiato il linguaggio della politica?
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Il linguaggio della politica, in Italia come all’estero, è cambiato. In passato si utilizzava negativamente il termine “politichese” per fare riferimento ad una lingua astrusa o troppo complicata, oggi invece tutto si è fatto più diretto e schietto, ma allo stesso tempo anche volgare e approssimativo.

Quando si parla di politica e di linguaggio è impossibile non pensare a George Orwell. Nel suo romanzo 1984 i leader modificavano il proprio vocabolario per modellare i processi di pensiero delle masse. A pensarci bene, le cose non sono poi cambiate tanto al giorno d’oggi.

Le parole commuovono, uniscono, feriscono, offendono, allontanano. Nella nostra vita, così come in politica. In passato, chi aveva un ruolo di potere, cercava di parlare meglio di come mangiasse, oggi invece ci si vanta di parlare “esattamente come si mangia”. Ovvero: male. E le conseguenze di tutto questo sono reali.

La delegittimazione delle figure di potere

Nell’Antica Grecia, un discorso era considerato vero se veniva pronunciato da un’autorità che ne aveva i diritti. Poi, con la diffusione del pensiero democratico, il discorso venne liberato “dalla carne” e si iniziò a considerarlo in base al suo contenuto. Tutto questo fino all’arrivo dei media e dei social network, dove le fonti sono diventate sempre meno autorevoli e la verità è più legata all’atto di dirla anziché a ciò che si dice.

Per questo, oggi, comprendere il significato di un discorso politico, saperlo leggere e interpretare, è ancora più importante che in passato. Pensate solo all’abbondanza di informazioni false alla portata di chiunque su Internet.
Il sentimento che prevale è di sfiducia verso i partiti e verso gli organi di potere. Questa sfiducia ha generato nei cittadini rabbia e delusione. I politici vengono percepiti sempre più lontani dalle problematiche della gente. La politica non risponde più alle necessità del popolo.

Come è cambiato il linguaggio politico negli anni

Nel nostro paese, fino agli anni Ottanta, si parlava di “politichese”, intenso come linguaggio molto tecnico. Mai, o quasi, si trattava di un discorso chiaro e comprensibile, piuttosto era una lingua oscura e quanto mai contorta. Simile alla neolingua di Orwell, che veniva utilizzata più per proteggere “il segreto dei potenti” anziché servire la democrazia. Il declino del politichese è stato determinato dalla perdita di credibilità della classe politica in seguito ai fatti di Tangentopoli.

Negli anni 2000 poi, i discorsi politici vengono svuotati delle grandi ideologie, entrate definitivamente in crisi e si passa da una lingua colta, esclusiva, ad una lingua popolare, debole, comune. La crisi dei partiti tradizionali, e della vecchia politica, è stata innanzitutto una crisi linguistica.

L’introduzione di parole nuove

Come osserva Gustavo Zagrebelsky nel suo libro “Sulla lingua del tempo presente”, all’interno del discorso politico molte parole hanno cambiato il loro significato, in alcuni casi acquisendone uno nuovo, altre invece sono state introdotte. Le parole che oggi vengono utilizzate in politica sono quelle che hanno l’obiettivo di solleticarci a livello emotivo. “Amore”, ad esempio, di cui si abusa, era sconosciuta nel linguaggio politico del passato. “Amo l’Italia e i miei figli, continuerò senza paura” dichiara Salvini, sul caso Diciotti. Anche la parola “giustizia” oggi viene utilizzata meno rispetto al passato.

Ci sono poi alcuni termini, come ad esempio “nuovo”, che hanno cambiato area politica. In passato faceva parte del vocabolario di sinistra, un tempo animata dal mito del cambiamento e delle riforme, mentre oggi è passata a destra.

Tra le parole introdotte recentemente ci sono sicuramente “ribaltone”, “rottamatore”, “inciucio” o “larghe intese”. Nel gergo politico sono stati riammessi termini giovanilistici, come “spompo” e parole straniere. Il risultato è che la lingua italiana finisce per essere maltrattata, dentro e fuori le sedi istituzionali.

Perché si è abbassato il livello stilistico del discorso

Nel nostro paese ci sono due svolte nella comunicazione politica.
La prima, nel 1994, con l’ascesa al potere di Berlusconi. Con il suo arrivo sulla scena politica si è affermata una nuova tendenza. Non più una legittimazione dettata da una competenza politica, ma una decisione presa sulla base di un merito extra-politico: il successo imprenditoriale. Con lui il linguaggio diventa più diretto e incisivo. Anche il mezzo di comunicazione scelto, la televisione, è centrale in questo cambiamento.

La seconda svolta avviene invece nei primi anni Duemila, con l’avvento dei social network. I discorsi di potere fanno leva su brevità, semplicità e su una ricerca dell’interazione a tutti i costi.
Oggi il linguaggio della politica “imita” la lingua quotidiana medio-bassa. Come ha sintetizzato il linguista Giuseppe Antonelli: “si è passati dal paradigma della superiorità a quello del rispecchiamento”. I politici hanno iniziato ad utilizzare parole semplici per ribadire luoghi comuni in cui “l’uomo della strada” si sarebbe potuto riconoscere.

Man mano che la comunicazione politica è diventata più orale che scritta, si è iniziato a dare spazio a parole “basse” e volgari. Alcuni cambiamenti si sono verificati anche nella sintassi: i costrutti sono semplici, le frasi nucleari. Il dibattito politico è passato da un confronto tra ideologie diverse ad uno scontro personale. Naturalmente questo ha portato ad alcuni cambiamenti.

La ricerca dell’intimità

Vi sarete accorti anche voi del vizio di chiamare i leader politici, e più in generale le figure di potere, esclusivamente con il nome proprio: Silvio, Gigi, Matteo, Giorgia. È un segno di familiarità, di vicinanza. Questa abitudine è andata di pari passo con il maggiore utilizzo dei social, dove non ci si dà del Lei e dove è possibile parlare direttamente con le persone senza più muri o barriere. Sono cambiati i formati, la tradizione oratoria sembra ormai essere finita. Si è persa l’abitudine alla lunga orazione solista e si è passati ad un formato a più voci, concitato e battibeccante, tipico dei talk show.

Dal contenuto alla forma: gli slogan

Chi conserva l’abitudine di leggere un quotidiano si sarà accorto che la politica parla soprattutto attraverso gli slogan. Pensate al “Make American Great Again” di Trump o al “Prima gli Italiani” utilizzato da Salvini per eccitare l’elettorato. Si tratta di un meccanismo ormai consolidato che punta tutto sull’immediatezza e sulla facilità di trasmettere un messaggio. I contenuti vengono spiegati sempre meno, spesso considerati troppo complessi da comprendere per le persone normali. Inutile spiegare la politica, meglio affidarsi a un linguaggio populista e banale. Sembra essere questo, nella maggior parte dei casi, il pensiero condiviso.

Perché è importante comprendere un discorso politico

Diceva Foucault che un discorso di potere è composto da una enorme quantità di parole “controllabili”. Il meccanismo di comprensione deve essere quindi non basato sull’intuito, ma su un metodo. È importante rimanere critici. Provate a prestare attenzione la prossima volta che vedete un politico tenere un discorso, provate a leggere tra le righe per comprendere cosa viene realmente detto. Sarete sorpresi da quanto si possa capire dalla scelta delle parole.

a cura di
Daniela Fabbri

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Daniela Fabbri

Sono nata nella ridente Rèmne, Riviera Romagnola, nel 1985. Copywriter. Leggo e scrivo da sempre. Ho divorato enormi quantità di libri, ma non solo: buona forchetta, amo i racconti brevi, i viaggi lunghi, le cartoline, gli ideali e chi ci crede. Nutro un amore, profondo e viscerale, per la musica, in tutte le sue forme. Sono fermamente convinta che ogni momento della vita debba avere una colonna sonora. Potendo scegliere, vorrei che la mia esistenza fosse vissuta lentamente, come un blues, e invece sono sempre di corsa. Mi piacciono gli animali. Cani, gatti, procioni. Tutti.

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