Road to Indie Pride: Maria Antonietta, le donne e il diritto di risultare antipatiche

Road to Indie Pride: Maria Antonietta, le donne e il diritto di risultare antipatiche
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Se dico “musica rock” quale artista ti viene in mente? Moltissimi risponderanno a questa domanda con il nome di Chuck Berry, altri con quello di Elvis. Altri ancora citeranno Mick Jagger o Keith Richards, Jimi Hendrix o Jim Morrison. Non tutti però sanno che è stata una donna ad influenzare il rock. Sto parlando di Sister Rosetta Tharpe, che “suonava il rock molto prima di chiunque altro”, prima di Chuck e di tutti gli altri ragazzi, senza la quale la storia della musica sarebbe stata molto, molto diversa. Spesso, in questo ambito come altrove, si tende a ricordare esclusivamente modelli maschili. A pensarci bene però sono state tante le donne che hanno ridefinito il proprio ruolo nella musica, da Joan Baez a Patti Smith, passando per P.J. Harvey, fino ad arrivare a St. Vincent, solo per citarne alcune. Tutte donne che hanno deciso di non adeguarsi a quello che gli altri si aspettavano da loro.

Qualche giorno fa ho fatto due chiacchiere con Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini, cantautrice pesarese, già entrata di diritto nell’albo d’oro delle cantautrici italiane più interessanti degli ultimi anni e oggi anche scrittrice, in libreria con il suo Sette Ragazze Imperdonabili, e ho voluto chiederle un’opinione sul ruolo femminile, ma non solo.

Maria Antonietta, così come tanti altri artisti, è stata coinvolta nel 2012 da Indie Pride dove “indie” viene inteso come genere musicale, ma soprattutto come idea di “indipendenza”. Dai pregiudizi e dalle discriminazioni, per lanciare un messaggio potente contro sessismo, bullismo, omofobia e transfobia. Ogni anno, durante l’Indie Pride tantissimi artisti si trovano insieme a Bologna per sensibilizzare su tematiche sempre attuali come parità, riconoscimento dei diritti negati a lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, bullismo e discriminazioni di vario genere.

Maria Antonietta, tu sei una delle poche donne della scena indie, in Italia. Nessuno avrebbe voglia di parlare di parità di genere nel 2019, ma allo stesso tempo non si può fingere che non esista un problema. Perché secondo te, le donne musiciste sono così poche nell’indie italiano?

Nel nostro sistema culturale c’è una certa disabitudine nei confronti delle donne cantautrici, in generale direi, nei confronti di figure di donne assertive che conducono il proprio discorso. Si percepisce l’assertività e la determinazione, insieme alla capacità di condurre un discorso, come una forma di aggressività. Sicuramente non mi reputo una persona aggressiva, ma di certo non mi censuro, non mi circoscrivo, non sono paziente, non mi ammorbidisco per non dispiacere agli altri, non fingo di avere altri desideri e scrivo e penso quello che voglio. Non mi interessa risultare simpatica. Quest’atteggiamento a volte destabilizza il pubblico, che purtroppo, secondo me spesso è vincolato (anche incosciamente) a un modello piuttosto retorico e stereotipato di come una femmina si esprima o non si esprima, di come una femmina sia o non sia nella pratica artistica. Il corollario è che basta che tu sia una femmina e suoni uno strumento, e magari scrivi le tue canzoni, e automaticamente sei la stessa cosa. Stessa ricerca, stessa poetica, stesso valore. Tanto più o meno, sarete la stessa cosa no? Stesso calderone. Musica “al femminile”. Ho i brividi!

Secondo te c’è qualche cantautrice interessante che è il caso di non perdersi?

Any Other.

Sono ancora tanti i giovani che vivono qualche genere di discriminazione e sono tanti anche quelli che cercano una forma di salvezza nella musica. Cosa ne pensi della situazione attuale sulle discriminazioni e hai mai fatto qualcosa con la tua musica per migliorarla?

Le discriminazioni sono il modo che ha trovato la civiltà umana per cercare di fare fatica il meno possibile. Tu hai qualcosa, o sei qualcosa, che mi destabilizza, che non comprendo, che non mi è familiare, che potrebbe interrogarmi. Allora non voglio vederti, frequentarti, parlarti, in fondo se mi convinco non esisti nemmeno. In tutte le epoche storiche si sono consumate tremende discriminazioni. In questa nostra attualità sicuramente il mezzo internet rende tutto molto più visibile e manifesto. E sono convinta che quando si vede qualcosa di negativo, si tenda ad emularlo. Preferisco un brutto pensiero tenuto nascosto ad un brutto pensiero manifesto. Almeno nel primo caso forse c’è un briciolo di pudore. Il dubbio, minimo, che forse non dovresti farlo quel pensiero. Credo di avere sempre scritto canzoni che raccontavano di quelli che si schierano dalla parte sbagliata, di quelli in minoranza comunque, di quelli che faticano ad adattarsi, di quelli che si sentono alieni, quelli che cercano di accettare la vita e pur di non mentire stanno zitti, oppure danno fuoco a tutto pur di rendere giustizia a loro stessi. Non serve scrivere canzoni esplicitamente politiche per fare politica. Scrivere è sempre un atto politico e io faccio politica.

Cosa ci racconti della tua partecipazione a indie pride del 2012?

Il ricordo di una cover suonata abbastanza male di Across the Universe dei Beatles.

Trovi che dal giorno della tua partecipazione qualcosa in meglio sia cambiato?

Credo che la consapevolezza sia cresciuta, e la consapevolezza è sempre la condizione necessaria per il cambiamento. Che non è automatico o rapido, anzi, quando si parla di abitudini e tradizioni culturali si parla di un processo di secoli.

Cosa significa per te il termine “indie”?

Onestamente niente. E’ una scatola vuota in cui si è stipato di tutto.

Hai scritto il libro “Sette ragazze imperdonabili”, dove parli di Emily, Marina, Cristina, Etty, Antonia, Sylvia e Jeanne. Tutte donne impazienti, anticonformiste e come le hai definite tu, anche piuttosto antipatiche. Questo perché difendono la propria vocazione, anche a costo di risultare radicali. In cosa ti rivedi? Tu l’hai fatto?

Sono le mie maestre, certo che mi rivedo. Guardando a loro sono diventata chi sono diventata. Mi hanno dato coraggio e mi hanno spronata ad accollarmi la mia vocazione. Ogni giorno ho compiuto, e compio, una serie di scelte per riuscire ad assomigliare sempre di più a me stessa. Ogni giorno cerco di custodire la mia complessità, a tutti i costi, per realizzare la mia visione e vocazione. In questi anni ho deluso una serie di aspettative e persone, di pregiudizi e sovrastrutture, per darmi la possibilità di assomigliare a chi sono.

Quali sono le rinunce che hai dovuto fare, per la tua arte?

Rinunci alla stabilità di una vita scandita e routinaria, di un introito pre stabilito. Non ho mai fatto compromessi, né anteposto ragioni economiche a ragioni di ricerca artistica, e quindi ho rinunciato a ogni forma di via facile per fare quello che faccio. Ma fare fatica a me piace.

Il tuo libro ha una forma di ufficio liturgico, con una scansione che va dal mattutino ai vespri, e queste donne vengono paragonate alle sante. L’arte è disciplina, secondo te?

L’arte senza disciplina rarissimamente conduce a qualcosa che abbia un senso, la disciplina assume le forme più assurde ovviamente, ma è comunque un esercizio di dedizione totale. Anche la libertà è un esercizio di disciplina. Nessuno comprende e vive la libertà, senza un esercizio sfiancante e quotidiano, per essere libero. La libertà non è un gioco, è una responsabilità.

Quale di queste donne hai sentito più vicina e perché?

Al momento Cristina Campo, per il suo bellissimo dialogo con Dio e con l’eternità. Per la sua furia tutta tenuta dentro ad un corpo esile, ma che non faceva sconti a nessuno, mai!

A cura di:
Daniela Fabbri


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Daniela Fabbri

Daniela Fabbri

Sono nata nella ridente Rèmne, Riviera Romagnola, nel 1985. Copywriter. Leggo e scrivo da sempre. Ho divorato enormi quantità di libri, ma non solo: buona forchetta, amo i racconti brevi, i viaggi lunghi, le cartoline, gli ideali e chi ci crede. Nutro un amore, profondo e viscerale, per la musica, in tutte le sue forme. Sono fermamente convinta che ogni momento della vita debba avere una colonna sonora. Potendo scegliere, vorrei che la mia esistenza fosse vissuta lentamente, come un blues, e invece sono sempre di corsa. Mi piacciono gli animali. Cani, gatti, procioni. Tutti.

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