Dopamine Chamber: l’evoluzione dei Fontaines DC

Dopamine Chamber è il nuovo album dei Fontaines DC. Un ulteriore passo avanti nel loro sound, un album che dividerà vecchi e nuovi fans. Rimane comunque uno degli album più attesi dell’anno, oltre a segnare una nuova evoluzione.

C’è un momento preciso in cui una rock band smette di essere una promessa e diventa uno specchio, a volte deformante, a volte spietatamente lucido, della nostra contemporaneità. I Fontaines D.C. quel momento lo stanno vivendo adesso. Con un tour europeo già partito che toccherà Bologna (26 ottobre) prima di infiammare le grandi arene estive di giugno a Roma e Milano (18 e 19 giugno), il quintetto di Dublino sbarca in Italia con in tasca “Dopamine Chamber“, un disco che ha la forza d’urto di un elettroshock. 

Il bivio

C’era un bivio davanti a Grian Chatten e soci: rimanere abbarbicati a quel post-punk spigoloso e militante che li aveva eletti a salvatori della patria o rischiare il tutto per tutto. Hanno scelto la seconda via. E lo hanno detto chiaramente, senza girarci intorno: “Se fossimo rimasti fedeli al post-punk, a quest’ora saremmo già spariti“. Il purismo uccide la creatività; il rinnovamento, orchestrato dalla regia sonora di James Ford tra un’overdose di sintetizzatori anni ’80 e arpeggi ipnotici, è l’unica via per restare vivi. Già Romance, sempre con la produzione di Ford, vedeva la band proiettata verso una nuova fase. Dietro il nuovo look da “bimbi minchia” si nascondeva una nuova attitudine e un rinnovamento inaspettato.

Il cuore pulsante dell’opera sta proprio in quel titolo che sa di condanna medica: “Dopamine Chamber”. La stanza della dopamina è la prigione invisibile in cui ci rinchiudiamo ogni volta che abbassiamo la testa su uno schermo da pochi pollici, cercando una gratificazione istantanea guidata dagli algoritmi per sfuggire all’ansia del reale. Chatten ha scritto i testi durante brevi viaggi d’ispirazione tra Vienna e Venezia, per poi registrare le parti vocali a Palermo, all’interno di una cabina di fortuna improvvisata tra materassi e cuscini. Un contrasto totale, artigianale e umano, rispetto all’artificio digitale che il disco combatte. 

Le tracce

Analizzando le tracce emerge una sequenza di ballate intense, cupe e metropolitane. In “One Man” la band sputa sul tavolo la verità più nuda con il verso “dopamine chamber, just tryna kill the pain” (la stanza della dopamina, cerca solo di uccidere il dolore): è la fotografia millimetrica della nostra anestesia quotidiana, dove cerchiamo piaceri fugaci per non guardare in faccia il vuoto. L’iniziale “Six Shot Morning” introduce l’ascoltatore nell’atmosfera tesa del disco, dipingendo un risveglio alienato in un mondo tecnologico e fragile.

Poi c’é “Marianne”, primo singolo ufficiale del disco, accompagnato da un video clip diretto da Dave Meyers. Un brano intimo e struggente che ruota attorno al tentativo di aggrapparsi a una figura di riferimento o a un legame personale (Marianne), mentre tutto intorno il tessuto della realtà sembra sfaldarsi, bilanciando vulnerabilità emotiva e l’impossibilità di trovare quiete.

E ancora “Happy for You”, intro avvolgente che riecheggia i Cure e Grian che cala l’asso con la voce. Il brano è un crescendo, forse quello che è un ponte fra le sonorità degli inizi e la nuova attitudine ma con una consapevolezza maggiore. Un brano che esplora la complessità di guardare avanti e fingere o provare un distacco verso il passato o un ex amore. E ancora la struggente “One man” dove la band sputa sul tavolo la verità più nuda con il verso “dopamine chamber, just tryna kill the pain” (la stanza della dopamina, cercando solo di uccidere il dolore): è la fotografia millimetrica della nostra anestesia quotidiana, dove cerchiamo piaceri fugaci per non guardare in faccia il vuoto.

Ma il vero shock del disco, il cortocircuito artistico perfetto, è “Where Is Gone?”, l’inedito duetto che vede Grian Chatten incrociare la voce con Rosalía. Un brano che suona già classico e non sfigurerebbe nei duetti di Nick Cave o Nancy Sinatra con Lee Hazlewood. Sulla carta poteva sembrare un azzardo eretico; nei fatti è un capolavoro di tensione. La popstar spagnola non si limita a fare da comparsa, ma porta il suo timbro fiero e viscerale dentro le trame oscure dei Fontaines D.C. Il pezzo esplora lo smarrimento della perdita (“Dov’è andato quello che eravamo?”) e l’intreccio vocale tra il declamato teatrale e tormentato di Chatten e le risposte eteree, quasi spettrali, di Rosalía crea un contrasto magnetico. Due mondi apparentemente opposti che si fondono nella stessa disperata richiesta di autenticità. 

Cantare il presente

I Fontaines D.C. hanno capito che per cantare il presente distopico bisognava cambiare lingua, sporcarsi le mani con la melodia senza perdere un grammo di ferocia intellettuale. Gli appuntamenti live a Bologna, Roma e Milano non saranno semplici concerti. Saranno il tentativo, disperato e bellissimo, di alzare la testa dagli schermi e ricordarsi cosa significa sanguinare a tempo di rock. 

a cura di
Beppe Ardito

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di Beppe Ardito

Da sempre la musica è stata la mia "way of life". Cantata, suonata, scritta, elemento vitale per ridare lustro a una vita mediocre. Non solo. Anche il cinema accompagna la mia vita da quando, già da bambino, mi avventuravo nelle sale cinematografiche. Cerco di scrivere, con passione e trasporto, spinto dall'eternità illusione che un mondo di bellezza è possibile.

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