Distribuzione Mubi, in sala dal 1 ottobre: arriva il nuovo film di Nicolas Winding Refn, che torna dopo dieci anni da The Neon Demon. Il film è stato presentato Fuori Concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, dove ha diviso il pubblico e ricevuto un’accoglienza tiepida
Come ci era mancato, in questi ultimi dieci anni, Nicolas Winding Refn al cinema! Era, infatti, l’ormai lontano 2016 quando usciva The Neon Demon, che chiudeva un percorso iniziato con Drive (2011) e Solo Dio perdona (2013). La cosiddetta “trilogia del neon” aveva cementificato l’evoluzione dello stile del regista, che dal marcato realismo e dalla ruvidità degli esordi era passato a un’estetica più stilizzata e dallo stile ipnotico. Erano inoltre state estremizzate anche cifre stilistiche, come i tempi dilatati, la visceralità della violenza e del desiderio.
Non che in questi anni Refn sia rimasto fermo: le due miniserie prodotte per Amazon e Netflix hanno proseguito l’esplorazione del genere thriller per indagare sull’animo umano. In Too Old to Die Young (2019) e ancora di più in Copenaghen Cowboy (2023) si fondono le due anime di Refn: l’analisi della condizione umana in un ambiente criminale e violento, tipica della trilogia di Pusher con cui si è fatto conoscere agli esordi, e il realismo magico che rompe le convenzioni del classico crime drama per entrare in un’atmosfera quasi onirica.
Queste caratteristiche si ritrovano nella sua ultima fatica, Her Private Hell. Ambientato in una città futuristica dominata da una misteriosa nebbia, vede come protagonista Elle (Sophie Thatcher, Yellowjackets), un’attrice che attraverso i racconti del padre Johnny Thunder (Dougray Scott), un regista con il quale vorrebbe riallacciare i rapporti, entra in contatto con la storia del serial killer Leatherman. La sua storia si intreccia con quella di K (Charles Melton, May December), un soldato americano che vuole salvare la figlia, in un viaggio surreale e metafisico.
Lo stile e l’estetica ci sono, il gusto per l’eccesso è presente, la perfezione formale a cui ci ha abituato Refn non manca mai. Quella che risulta carente, purtroppo, è una coerenza di fondo che elevi la storia oltre alla sensazione di stare assistendo a un’installazione artistica della durata di due ore. Una performance visiva di grande valore estetico, che gioca con i generi e i maestri di riferimento di Refn, ma si perde in una narrazione nebbiosa che da questa estetica risulta schiacciata.
Profondo rosso
Her Private Hell è una conferma dell’indiscutibile valore del suo cinema a livello di scenografia, tecnica e fotografia. La ricostruzione della futuristica metropoli in cui è ambientato si muove lungo le coordinate di un cyberpunk rarefatto; la sequenza iniziale, in particolare, evidenzia gli imponenti grattacieli in una panoramica di richiamo a Blade Runner. La cura degli spazi è, come sempre per Refn, fondamentale.
A valorizzare la scenografia interviene una fotografia, curata nuovamente da Magnus Nordenhof Jønck con cui Refn aveva collaborato in Copenaghen Cowboy. La composizione delle luci gioca prevalentemente con i colori primari, dal giallo degli interni al blu delle atmosfere urbane rarefatte, fino al rosso caratteristico del cappotto che contraddistingue Elle. Quest’ultimo colore costituisce una sorta di “firma” del regista, affetto da daltonismo e in grado di percepire distintamente proprio il rosso. Altro colore distintivo è il rosa neon, che pone il film in continuità visiva con The Neon Demon.

Le musiche vedono invece interrompersi la collaborazione con Cliff Martinez, le cui sonorità synth avevano caratterizzato la trilogia del neon. A comporre le partiture musicali di Her Private Hell subentra invece Pino Donaggio, leggenda del thriller italiano che ha collaborato tra gli altri con Brian De Palma, Dario Argento e Lucio Fulci. Le sue sonorità conferiscono una solennità operistica e drammatica, con richiami alla tradizione del giallo italiano di grande ispirazione per il cinema di Refn.
Il risultato complessivo è un impianto formale di livello sublime, in cui si ritrova l’esperienza immersiva a cui il regista ci ha abituati. Refn conferma la padronanza formale del suo linguaggio visivo, fondendo l’immagine e la musica in un vero e proprio strumento di suggestione sensoriale.
La nebbia
Se la forma brilla, la componente narrativa finisce per scontrarsi con una frammentarietà difficile da ricucire. La struttura del racconto si rifà chiaramente ai canoni del thriller e del giallo all’italiana di stampo argentiano, ma l’intreccio si disperde progressivamente all’interno di una nebbia fitta, la stessa che avvolge l’oscura ambientazione metropolitana, rendendo impercettibili anche i già volutamente flebili punti di riferimento.
Le sequenze più riuscite sono quelle visivamente più accattivanti, in particolare le riprese del film che Elle sta girando, un omaggio al cinema di genere anni Sessanta e Settanta venerato da Refn. Ispirato a un fumetto di fantascienza, Candyfloss, che richiama visivamente Barbarella di Roger Vadim, il setting mostrato permette al regista di omaggiare il maestro Lucio Fulci, e in particolare il suo seminale Terrore nello spazio; le ispirazioni e i riferimenti sono una gioia per gli appassionati. La storyline che vede protagonista K, invece, si ispira al cinema orientale e in particolare a Oldboy di Park Chan-wook.
Dall’altra parte tuttavia, la suspense diventa in diversi momenti pura astrazione stilistica, e la componente magica diventa troppo surrealistica. La figura del serial killer, Leatherman, viene avvolta in troppe suggestioni simboliche per assumere caratteristiche peculiari proprie. La storia familiare, d’amore, di perdita e ricerca di un ricongiungimento perde propulsione troppo rapidamente, con una scrittura che sacrifica lo sviluppo drammaturgico dei personaggi sull’altare dello shock visivo e la suggestione atmosferica.

Il film assume la dimensione di un labirinto metaforico, una dimensione altra in cui lo spettatore è lasciato con troppo pochi riferimenti per rimanere avvinto dalla sua esplorazione. Refn crogiola gli spettatori nel mistero, ma rischia di perderli nella nebbia, smarriti nell’eccessiva rarefazione della storia. L’omaggio al giallo all’italiana, che puntava alla suggestione più che alla solidità del mistero, risulta estremizzato. La dedica al surrealismo di Lynch, il cui nome compare all’inizio, sfuma in un film allucinatorio più che onirico.
Fiaba dark
L’elemento da fiaba oscura è un elemento ricorrente nel cinema di Refn. Già in Drive, il regista aveva trasfigurato la Los Angeles contemporanea nella cornice di un mito cavalleresco con Ryan Gosling nei panni dell’eroe protettore, mentre in Valhalla Rising la componente epico-mitologica sfiorava il leggendario. In The Neon Demon prendeva invece forma una rielaborazione di fiabe classiche, con Elle Fanning che incarna una Cenerentola o Biancaneve in chiave stregonesca (di ispirazione, sempre, da Argento e in particolare da Suspiria).
In Her Private Hell, questa matrice riaffiora attraverso l’uso consapevole di archetipi ben definiti. La protagonista Elle, avvolta nel suo cappotto, si muove nell’oscurità metropolitana come una moderna Cappuccetto Rosso, che tenta di orientarsi in un bosco urbano insidioso, costellato di pericoli mortali e dominato dalla figura minacciosa del “lupo cattivo” Leatherman.
Le figure che ruotano attorno alla protagonista incarnano e rielaborano a loro volta altre figure tradizionali. Il personaggio di Dominique (Havana Rose Liu), la giovane moglie del padre di Elle, incarna le diverse sfaccettature della matrigna da fiaba, malvagia ma non sempre, in un rapporto ondivago tra le due. Il soldato K di Melton riprende una figura da salvatore, un principe azzurro come evidenzia la fotografia tipica delle scene in cui è presente, pronto al soccorso ma fragile e inefficace nella sua missione.

La fiaba è un filtro utilizzato da Refn per indagare la contemporaneità, riprendendone la funzione storica di racconto ammonitorio per i più piccoli. La stessa trama di Leatherman viene introdotta come un racconto fiabesco, che Johnny Thunder (Dougray Scott) narra in fronte al suo pubblico di giovani ragazze compresa la figlia, descrivendo le caratteristiche per riconoscerlo e il modo per affrontarlo. Il tema di padri che vogliono proteggere le proprie figlie deriva ha una radice personale per Refn: K è descritto dal regista stesso come un suo alter ego, Johnny Thunder un esempio di paternità da evitare.
Ipnosi
Un elemento che salta immediatamente all’occhio durante la visione è la compassata performance degli interpreti, che si muovono spesso come sotto effetto di ipnosi e con un’aria eterea, con scoppi di violenza che risultano vicini a diventare sopra le righe. Questa non va considerata però un cambio di direzione, né un difetto di per sé. La filmografia di Refn è da sempre popolata da figure enigmatiche, straniate e volutamente sottratte a qualsiasi parametro di realismo psicologico.
Dalla recitazione contratta di Mads Mikkelsen in Bleeder e Valhalla Rising, alla debordante follia teatrale di Tom Hardy in Bronson, fino all’iconica fissità di Ryan Gosling in Drive e Solo Dio perdona o alla grazia eterea di Elle Fanning, il danese ha sempre modellato interpretazioni ipnotizzanti e sopra le righe, rimaste iconiche come in personaggi che riuscivano comunque ad avvicinare e affascinare lo spettatore. Nel caso di Her Private Hell, il processo non si rivela del tutto riuscito.
A chiarire in modo inequivocabile il rapporto tra il regista e il suo cast è stato lo stesso autore, che ha descritto il processo creativo dietro la pellicola come un vero e proprio parco giochi feticista:
«Her Private Hell è la mia personale versione del giocare con le bambole. Tutti i personaggi indossano una sorta di uniforme: mi è permesso muovere queste ragazze all’interno di abiti favolosi, e posso far togliere la maglietta a Charles Melton semplicemente per mostrare il suo corpo scolpito come se fosse un’action figure.»

L’essere umano viene dunque depurato da ogni aderenza naturalistica, per diventare pura scultura vivente. Gli attori si trasformano in manichini d’autore, feticci al servizio dell’architettura visiva ideata dalla mente del regista, che insieme alla scenografia composta quasi interamente di interni rivendica la plasticità artificiale in modo sfrontato. Tale intenzione rischia, tuttavia, di avvicinare la pellicola più all’arte visiva e all’installazione che a un’opera che richiede una componente narrativa e interpretativa per permettere allo spettatore di goderne.
Un ritorno tra luci e ombre
Il ritorno di Nicolas Winding Refn sul grande schermo si muove in un territorio sospeso tra la magnificenza visiva e la trappola del manierismo. Il rischio concreto è che il regista possa imboccare una parabola artistica affine a quella vissuta da Wes Anderson, il cui stile ha raggiunto l’apice con Grand Budapest Hotel per poi incontrare una certa stagnazione a partire da The French Dispatch. Il timore è che anche Refn diventi formalmente inappuntabile, ma così ripiegato su sé stesso e il suo mondo scenico da rendere involontariamente le proprie future pellicole vittime del suo stile.
Al tempo stesso, è impossibile non riconoscere al regista la forza di una visione artistica radicale, viscerale e assolutamente distaccata da logiche commerciali. Difendendo la natura profondamente umana e viscerale del suo cinema di fronte al progresso tecnologico contemporaneo, Refn ha rivendicato con orgoglio l’unicità della sua nuova opera:
«Her Private Hell è un’opera viscerale che l’Intelligenza Artificiale non potrebbe mai concepire né realizzare, perché nasce unicamente dalle mie ossessioni e dal sangue umano.»
Her Private Hell si configura quindi come un’opera divisiva, un incubo sensoriale da cui è difficile rimanere indifferenti ma che al contempo solleva più dubbi che certezze sul futuro del suo autore. Un’opera imperfetta che merita comunque di essere vissuta sul grande schermo.

a cura di
Luca Murgia

