In sala dal 1 ottobre, il regista di Death Note e i film del MonsterVerse Godzilla vs Kong e Godzilla e Kong – Il nuovo impero torna alle componenti slasher degli esordi. Protagonisti Adria Arjona, Dan Stevens, Rebecca Hall e Drew Starkey in un action adrenalinico debitore del cinema di genere anni Ottanta, riuscito ma solo in parte.
È un gradito ritorno al genere, quello di Adam Wingard, che collabora con una casa di produzione, come la A24, che sta vivendo un anno di consacrazione presso il grande pubblico con titoli come The Drama, Marty Supreme, Backrooms e l’ancora presente in sala The Invite.
Onslaught presenta la storia di Celeste, interpretata da Adria Arjona, una cecchina dell’esercito che vive in una cittadina sperduta del New Mexico. Si è ritirata dal mondo, rivive i ricordi di guerra, si sente più al sicuro in un ambiente piccolo e controllabile, ma è sempre all’erta e con un armadio pieno di fucili pronti all’uso. È anche una madre, che deve lottare per la custodia della figlia da una posizione nettamente svantaggiosa rispetto all’ex marito.
La cittadina del deserto in cui vive diventa terreno di scontro quando è attaccata da tre supersoldati, sviluppati da uno scienziato nazista della nuova generazione del programma Paperclip. Veterani di molte guerre sanguinarie, i tre sono trasformati in macchine di morte pronte a uccidere qualunque cosa si muova.

La premessa di base è molto semplice. Se per il pubblico è sufficiente, si troverà un divertito omaggio all’exploitation, che strizza l’occhio allo slasher anni ’80 e ai maestri come John Carpenter e James Cameron. Per chi ricerca maggiore approfondimento, invece, non troverà molto altro sotto la superficie.
Ritorno di forma
Nato nel Tennessee, Adam Wingard è figlio dell’America rurale. I suoi esordi si concentrano sul cinema di genere, e in particolare lo slasher, debitore a maestri come John Carpenter e Tobe Hooper. I primi riconoscimenti passano per You’re Next (2011) e soprattutto The Guest (2014). Quest’ultimo codifica un’atmosfera da film di exploitation, coadiuvata da un ritmo incalzante, violenza al limite del gore e una colonna sonora ricca di influenze synth pop.
Dopo gli anni passati tra adattamenti di franchise esistente, tra quelli riusciti come i due titoli del MonsterVerse Godzilla vs Kong (2021) e Godzilla e Kong – il nuovo impero (2024) e quelli più criticati come il reboot di Blair Witch del 2016 e il famigerato Death Note targato Netflix (2017), Wingard decide di recuperare il mondo costruito in quei primi film e costituire un proprio universo condiviso. Per dirigere Onslaught ha anche rinunciato a dirigere il nuovo film del MonsterVerse, Godzilla e Kong – Supernova, in arrivo a marzo 2027.
Onslaught si presente come il nuovo capitolo di quello che Wingard propone come un nuovo franchise, con la sua firma autoriale. L’impressione è che si sia concentrato più su questo che a costruire una conclusione soddisfacente per questo film specifico. Questo nonostante i collegamenti con You’re Next e The Guest siano flebili, una giusta decisione per permettere al nuovo pubblico di avvicinarsi senza troppi rimandi al passato. Il risultato finisce per lasciare in sospeso sia i neofiti che i seguaci di Wingard.
Azione e storia
Se c’è una componente in cui Onslaught risulta ottimamente riuscito è quella action con componenti horror e slasher. L’incastro è semplice, ma in grado di fornire le informazioni necessarie senza lungaggini, portando lo spettatore nel vivo dell’azione in breve tempo.
La scelta di confinare il teatro dello scontro in un ambiente contenuto, la cittadina di camper vicina al laboratorio remoto nel deserto del New Mexico, si rivela vincente. L’isolamento in mezzo al nulla garantito da questo microcosmo amplifica la tensione, e rende chiari gli spazi in cui si muovono i personaggi, permettendo a Wingard un’orchestrazione ottimale degli scontri e inseguimenti della parte centrale.
Sul fronte della violenza, invece, il film incorre in un particolare ossimoro. Se le azioni dei tre supersoldati risultano efferate e il sangue scorra a fiumi, il montaggio si rivela paradossalmente anemico quando deve andare oltre. Il montaggio e le angolazioni bissano a ogni occasione sui momenti più visivamente espliciti, facendo sì che lo splatter non sfoci mai nel gore.
I personaggi
Sul piano della caratterizzazione, i personaggi rimangono appena a uno stadio abbozzato, persino per i canoni del cinema di genere che spesso richiede una maggiore indulgenza. La sceneggiatura si preoccupa di fornire ad alcuni di loro degli elementi che li potrebbe caratterizzare in modo coinvolgente per il pubblico, ma non li sviluppa appieno, mentre altri personaggi rimangono pienamente sullo sfondo o aspettano dei seguiti per ricevere un trattamento più approfondito.

La protagonista interpretata da Adria Arjona ha presenza scenica e carattere. Celeste si ispira a eroine d’azioni classiche come Sarah Connor o Ellen Ripley, combinando grinta soldatesca e istinto materno in un mix potenzialmente inarrestabile, mentre il suo background militare mira a conferire tridimensionalità ed elementi di fragilità sotto a una scorza dura. Il suo arco narrativo, tuttavia, non sembra partire mai davvero: non ha un’evoluzione nel corso della pellicola, i suoi traumi di guerra sono accennati e rimandati alla prossima volta, e anche il rapporto con la figlia rimane abbastanza di superficie.
Non va meglio sul versante degli antagonisti. I tre supersoldati svolgono perfettamente il loro compito di macchine belliche senza alcuna umanità, e non richiedono di essere approfonditi oltre la loro funzionalità. In questo si riscontra l’ispirazione agli antagonisti degli slasher, da Jason Voorhees a Michael Myers. Lo scontro con la protagonista, d’altra parte, non risulta molto sentito, e il tentativo di inserire motivazioni più personali risulta tardivo e di poco impatto.
I comprimari a loro volta risultano troppo relegati sullo sfondo per risaltare particolarmente. I personaggi di Drew Starkey e di Rebecca Hall sono marginali a livello scenico, e sembrano camei che promettono ruoli più ampi in capitoli futuri. L’inserimento di attori come Michael Biehn (Kyle Reese in Terminator e Hicks in Aliens) e Reginald VelJohnson (il sergente Powell nel franchise di Die Hard) funzionano più come strizzate d’occhio ai fan del genere e interlocutori ad altri personaggi, che come agenti veri e propri.

Dan Stevens è alla terza collaborazione con Wingard, la seconda nell’universo narrativo dopo The Guest. In Onslaught interpreta il personaggio del dottor Kammler, lo scienziato nazista che con il suo programma governativo mette in moto l’azione del film. Le scelte estetiche compiute sul personaggio, con la capigliatura bianca lunga e l’occhio sinistro cieco, rischiano di sfociare nel macchiettismo, e sono rette da Stevens che riesce a equilibrare con la sua presenza scenica. Forse è il personaggio con più potenziale, ma che purtroppo non viene sfruttato a pieno.
Exploitation
L’anima del film risiede nell’omaggio dichiarato al cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta, in particolare lo slasher. Come detto sopra, i tre supersoldati richiamano le figure degli inarrestabili mostri antagonisti di questo tipo di pellicole. Fin nelle armi che impugnano: la mannaia non può che richiamare Jason Voorhees di Venerdì 13, mentre la motosega ricorda la furia di Leatherface di Non aprite quella porta, a cui si ispira anche la dimensione isolata nel cuore dell’America presente anche in Onslaught.
A questa matrice si aggiunge un immaginario da exploitation, che attinge da teorie di complotti governativi e programmi segreti ben più solidi. L’affiliazione di Kammler a iniziative simili all’operazione Paperclip, che fece trasferire diversi scienziati tedesci negli Stati Uniti durante il dopoguerra per sfruttare strategicamente le loro ricerche, è immediata prima ancora che esplicita.

Anche le sperimentazioni su soldati a livello psicologico e sensoriale oltre che fisico, volte alla creazione di macchine da guerra perfette, richiama MKULTRA e programmi simili fuori dalla legalità e venuti alla luce solo decenni dopo i fatti. Il governo americano viene dipinto nel film come un’entità interessata ai risultati senza curarsi di danni collaterali, pronto a insabbiare i risvolti più discutibili delle proprie direttive. Il personaggio di Rebecca Hall, la moglie dominante di Kammler, simboleggia il potere oscuro dietro la facciata.
Il risultato finale è un mix di queste suggestioni, in una confezione che renderà contenti gli appassionati cresciuti con il cinema di genere, come lo stesso Wingard dichiara:
“Tutte le strade per me portano a John Carpenter […] questo film è una lettera d’amore ai suoi film, e quelli di Cameron, devo dire, perché i loro film mi hanno reso in un certo senso quello che sono come filmmaker […] Ed è un B-Movie, almeno nel senso che realizza tutto ciò che ci si aspetta un B-Movie, ma lo fa in una modalità da film di serie A+.”
La promessa di un universo
In definitiva, Onslaught si configura come un capitolo interlocutorio all’interno dell’universo condiviso avviato retroattivamente da Wingard con You’re Next e The Guest. Il potenziale per espandere la mitologia interna è alto, ma il film si preoccupa di lasciare spunti per il futuro e mette poca carne al fuoco per l’immediato, lasciando lo spettatore con molte domande irrisolte.
Nonostante le incertezze nella caratterizzazione dei personaggi e una violenza edulcorata nei momenti decisivi, l’opera garantisce un intrattenimento serrato e un amore sincero per un certo tipo di cinema di genere. La durata contenuta e la direzione dinamica della regia permettono alla visione di scorrere senza battute d’arresto e senza appesantire il pubblico.

Resta un gradito esercizio di stile che rispetta la tradizione del cinema B-movie, pur senza raggiungere la freschezza degli esordi di Wingard, che forse deve ancora togliersi la ruggine dopo anni passati tra quaderni della morte e mostroni kaiju. Un tassello divertente che promette molto per il futuro della saga – sperando che il pubblico consenta di vederlo, questo futuro – ma che nell’immediato lascia troppo poco sazi dello spettacolo a cui si è appena assistito.
a cura di
Luca Murgia

