Bloc Party, “Anatomy of a Brief Romance”: il racconto chirurgico di una storia d’amore al capolinea

Ventun’anni dopo “Silent Alarm”, i Bloc Party tornano con “Anatomy of a Brief Romance”, un concept album autobiografico che ripercorre in ordine cronologico l’inizio, il crollo e la fine di una relazione. Quattordici canzoni per ricostruirne le macerie, fino all’ultimo definitivo addio

A chi non è mai capitato, dopo la fine di una relazione, di sedersi sulle macerie per ricostruire la scena del crimine? Si torna indietro, si cercano date, fotografie, messaggi. Si controlla l’ultimo accesso su WhatsApp, chi guarda ancora le stories su Instagram. Si ripensa a una serata, a un compleanno, al giorno preciso in cui ci si è incontrati.

“Anatomy of a Brief Romance”, settimo lavoro in studio dei Bloc Party, si muove dentro questo filo spinato. Kele Okereke scrive quattordici breakup songs sulla sua ultima relazione e prova a ricomporre i pezzi attraverso un’operazione chirurgica, ossessiva e dolorosa.

È un concept album dalla struttura quasi documentaria: si apre con 22.01.22, la data del primo incontro, e procede in ordine cronologico fino a Eulogy, il commiato.

Nel 2005 i Bloc Party erano già una band perfettamente definita: chitarre sincopate tra whammy e delay, una sezione ritmica forsennata per precisione e irrequietezza, canzoni capaci di muoversi contemporaneamente tra indie rock, post-punk e dance.

Ventun’anni dopo sarebbe però piuttosto crudele pretendere il bis di Banquet e So Here We Are. Anche perché quei Bloc Party, semplicemente, non esistono più.

Della formazione originale restano Kele Okereke, voce e chitarra, e Russell Lissack, chitarra. Alla batteria c’è Louise Bartle, entrata nel 2015; al basso Harry Deacon, arrivato nel 2023. È un dettaglio meno secondario di quanto sembri: Matt Tong e Gordon Moakes non erano semplicemente “quello alla batteria” e “quello al basso”, bensì una componente enorme dell’architettura dei primi Bloc Party.

Infatti, se su “Silent Alarm” sembrava spesso che la sezione ritmica stesse cercando di scappare dalle canzoni mentre le chitarre tentavano di trattenerla, qui succede il contrario.

Con Trevor Horn alla produzione, già alle prese con Pet Shop Boys e Frankie Goes to Hollywood, “Anatomy of a Brief Romance” è molto più addomesticato. Synth, tastiere ed elettronica hanno la stessa priorità delle chitarre. Il suono è pulito, pettinato, a tratti persino natalizio. Ed è proprio questo a spaccare la critica, perché i Bloc Party sono sempre stati più interessanti quando qualcosa, nell’ingranaggio, sembrava incepparsi e non funzionare del tutto.

Capitolo 1: l’inizio

22.01.22 è il punto zero, l’incontro in palestra. Subito dopo, Coming On Strong ritrae l’innamoramento come un fenomeno fisico. Poi arriva Love Bombs, dove l’amore è sovrabbondanza, accelerazione, qualcosa che riempie troppo velocemente tempo e spazio.

È con Pigwig che il disco assume la postura del diario: “filling my days with wild imaginings”, una frase apparentemente innocente che racconta le farfalle nello stomaco, quel momento iniziale in cui l’altra persona occupa abusivamente tutta la parte fantastica della giornata.

Lagoon Blue spezza il ritmo, rende l’orizzonte più sospeso e introduce una malinconia preventiva. Quando Kele Okereke canta “If you’re prone to doubt, to apprehend”, l’idillio mostra la prima crepa. È l’asso nella manica che non ti aspetti, la cronologia ci costringe ad avvertire il disastro prima che accada.

La prima parte del disco vive dentro una bolla dance-rock levigata, con forti venature synth-pop e new wave. Le chitarre spigolose e destrutturate di Russell Lissack rimangono centrali, ma vengono immerse in una produzione più ordinata.

Capitolo 2: il crollo

Con Muscleworks, Clark Kent, Not Your Problem e Worst Birthday Ever cominciano a saltare gli equilibri.

Il diario si riempie di specifici dettagli intimi, privati, e la scelta di una simile pornografia emotiva taglia i ponti con i dischi del passato. Questo perché, anche quando Kele Okereke cantava di sesso, desiderio, impotenza o gelosia, difficilmente i Bloc Party consegnavano una deposizione in questura. I sentimenti erano chiarissimi, il contesto molto meno; ed era proprio lì che attraccavano le barche di chi li ascoltava.

Qui, invece, conosciamo il prima, il durante e il dopo. Conosciamo episodi e debolezze, raccontati con una precisione scomoda.

Quando arriva Now We Can’t Be Friends, tutto si riduce alla formula elementare: “I know, I know it’s over”. Perché dopo una rottura quel mantra bisogna ripeterselo a mente fredda finché non comincia, finalmente, a sembrare vero.

In questo secondo blocco, il disco trova la sua tensione maggiore. Il basso inizia a tingersi di distorsione, gli arrangiamenti trasformano l’ansia della relazione in un movimento nervoso, lasciando filtrare sonorità più sporche, meno calcolate. Per la prima volta, i nuovi Bloc Party sembrano smettere di rispondere al fantasma della formazione del 2005.

Capitolo 3: la fine

Rotherhithe prende il nome da una zona di Londra e racconta il ritorno nell’appartamento dell’ex per recuperare le proprie cose. Ma insieme agli oggetti, anche i luoghi diventano improvvisamente ostili.

Stories è il brano che porta l’album nel presente: “I can see you’re still watching my stories”. Siamo nella fase del no contact; ci si osserva ancora, quanto basta per impedirsi di scomparire. È tra i dettagli più contemporanei dell’intero disco: dopo una rottura non è necessario telefonare, scrivere o incontrarsi; basta una visualizzazione.

Su Moving On, voltare pagina diventa il momento più faticoso e sgraziato di tutto il crollo.

Infine, Eulogy, l’elogio funebre che mette fine alle speranze. Dopo tredici canzoni trascorse a stanare un colpevole, la chiusura è la resa di fronte a un malinteso linguistico: “love means different things to different people”. La stessa frase, due significati inconciliabili.

Il brano funziona come un epilogo spietato e definitivo. E con l’ultima, elegantissima frecciatina, “I hope your dad likes this one”, Kele Okereke cala il sipario con un dito medio alto due metri: la certezza sadica che quel padre ascolterà tutte le miserie e le intimità messe in piazza nel disco. Un atto di rabbia gratuita, a volte, è il solo modo per rendersi irraggiungibili.

In estrema sintesi, il nuovo album com’è?

Nel 2008 c’era stato “Intimacy”, nato anch’esso dalle macerie di una rottura, preceduto da “A Weekend in the City” (2007). Se quei dischi reagivano alla perdita e al caos diventando violenti, rumorosi e instabili, “Anatomy of a Brief Romance” compie il movimento opposto.

È un disco post-traumatico, che rinuncia ad analizzare i disordini esterni per concentrarsi su un solo punto, quello della fine di una relazione.

Un’indagine che si muove dal romanticismo quasi incosciente della prima parte, dalla fretta di rimettersi in gioco dopo una storia finita, alla rabbia della seconda, quando qualcosa comincia a sgretolarsi e la relazione si trasforma in una continua ricerca di colpe e spiegazioni. Alla fine, l’attacco frontale non serve a schiacciare l’altro, ma a elaborare il lutto per potersi finalmente curare.

The only picture I kept. Was the one of you walking away

È per questo che, ascoltando il disco tutto di un fiato, la sensazione più credibile è quella di aver chiuso una storia, una porta, una fase, un libro, un film. Di aver finalmente smesso di fare domande.

Dopo 48 minuti, l’autopsia è finita. Andiamo in pace.

A cura di
Edoardo Siliquini

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di Edoardo Siliquini

Nasce a metà degli anni Ottanta, nell'anno in cui Marty McFly ha dimostrato che anche il tempo è un'opinione. Sole in Gemelli, Ascendente in Leone e una naturale predisposizione a riempire casa di libri e musicassette d'epoca. Suona un Fender Precision, beve caffè amaro e preferisce le scale agli ascensori. I suoi bassisti di riferimento sono Simon Gallup, Jeordie Osborne White e Gianni Maroccolo. È in perenne ricerca del primo albo originale di Dylan Dog al giusto prezzo. In fondo, la vita è negoziare.

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