Con Ora è Ora, il sassofonista e compositore Beppe Scardino amplia il suo universo sonoro tra elettronica, jazz, scrittura e sperimentazione, senza smettere di cercare nuove forme espressive

C’è una parola che sembra attraversare tutto Ora è Ora: necessità. Quella di sperimentare, cambiare forma, seguire un’idea senza sapere ancora dove porterà.
È da qui che parte TYTO, il progetto di Beppe Scardino, e da qui nasce anche il suo nuovo disco, un lavoro che mette al centro il presente e la libertà di esplorare.

TYTO nasce come uno spazio in cui il tuo percorso di sassofonista, compositore e produttore incontra una nuova dimensione: voce, elettronica, synth e scrittura. Quando hai sentito il bisogno di dare vita a questo progetto e cosa rappresenta oggi per te?

Difficile dire quando. Penso sia stata una sensazione che ho sempre avuto e che ho lasciato emergere dopo un po’, o che i tempi hanno lasciato emergere quando ero pronto davvero.
TYTO per me è letteralmente una necessità. Da una parte sono cablato così: mi piacciono tante cose, e ogni tanto mi dico “bella questa, magari mi riesce…” e provo a farla, senza però buttare via quello che ho già fatto. Ogni tanto è doloroso e mi dà ansia, è capitato che sentissi di aver fatto un salto nel vuoto. Ma non me ne pento mai, o quasi — difficile dirlo. Dall’altra, come molti, ho il bisogno viscerale di esprimermi, e TYTO è il contenitore che accoglie tutto questo.

Con Ora è Ora ampli ulteriormente il tuo linguaggio, muovendoti tra art-rock elettronico, jazz contemporaneo, canzone d’autore e sperimentazione. Sembra quasi una dichiarazione d’intenti: dopo Mirai, che guardava al futuro, questo album sceglie di concentrarsi sul presente. Quando componi per TYTO parti più dal suono, da un’immagine o da una necessità emotiva?

È sicuramente stata una dichiarazione d’intenti. Rifletto moltissimo sulla percezione del tempo: è, banalmente, un concetto enorme e pluriforme. In particolare l’idea semplice ma devastante di stare nel presente mi martella spesso in testa. E ho pensato di farne il filo conduttore di questo disco, dal momento che mi ci confronto così spesso. È difficile che parta da un’immagine, credo. O magari un’immagine è qualcosa che mi avvolge sempre, come una nebulosa, ma non è quella la scintilla da cui nasce un brano, per me. Il più delle volte direi che parto da un’idea. Una cellula, un elemento preciso: una melodia, un suono (una patch di un synth, un campione, il suono di uno strumento acustico), un pattern ritmico, un arpeggiatore, una parola.

“Dia Apos Dia”, realizzata con Giovanni Truppi, racconta una rinascita dopo un evento traumatico e il difficile processo di ricostruzione. Cosa ti ha colpito di quella storia e perché hai sentito che meritava di diventare una canzone?

Dalla canzone non so se si capisca bene la storia. Ma una storia c’è, ed è qualcosa che è capitato a una persona a cui voglio bene. Non ho deciso che meritasse di diventare una canzone: semplicemente ero andato a trovare questa persona. Una mattina mi sveglio con quella melodia in testa, ho il flauto lì e me la appunto col telefono. Dopo un po’ di tempo questo mio amico scrive sui social, raccontando per la prima volta la sua vicenda. Mi colpisce molto, ed è da lì che viene il titolo. Quindi mi metto a lavorare su quella melodia, ne escono altre due o tre, e nasce questo pezzo in tre sezioni. Lo affiniamo con Piero Perelli alla batteria e lo rendiamo organico. Tutto questo per dire che è stato, come quasi sempre, un processo liquido. Il resto lo ha deciso Giovanni dopo una nostra lunga telefonata, scrivendo quel testo assurdo, definitivo.

Hai collaborato con moltissimi artisti e realtà diverse, dai C’mon Tigre a Diodato e ad altri grandi nomi della musica italiana. Cosa senti di portarti dietro da queste esperienze e cosa invece TYTO ti permette di esplorare che altrove non riesci a fare?

Da ogni esperienza musicale, da ogni collaborazione che ho avuto il privilegio di avere, breve o lunga che sia, prendo sempre qualcosa. Sono curioso, sto all’erta, guardo come vengono fatte le cose. Anche quando sono lontanissime da quello che faccio con TYTO, qualcosa mi resta appresso.
Un discorso a parte lo farei per i C’mon Tigre, un progetto che mi prende tantissimo e su tanti livelli. Sono stato felicissimo che abbiamo trovato il modo di fare un brano in cui i due progetti si incontrassero con naturalezza.
Sulla seconda parte della domanda faccio più fatica. Con TYTO esprimo la mia idea di musica, con i suoi pro e i suoi contro, ma è un processo imprescindibile per me. Quando vesto i panni del collaboratore mi confronto con qualcosa di già avviato e spesso già molto definito, dove devo rispettare il materiale e provare ad aggiungere qualcosa. Mi piace molto anche quello, ma è un’altra cosa e non nutre lo stesso bisogno.

Se il primo album era un dialogo con il futuro e questo con il presente, quale domanda ti piacerebbe portarti nel prossimo capitolo di TYTO?

Verrebbe ovviamente spontaneo pensare che sarà una riflessione sul passato, ma no! Non mi darò questa soddisfazione, e penso sia anche un po’ rischioso. Tanto più che ci pensiamo tutti forse troppo (me compreso). Non saprei bene come rispondere, non ci ho ancora pensato. Ho già un bel po’ di idee in cantiere ma non ho un fil rouge. Forse mi piacerebbe fare un disco ancora più elettronico e duro. Ultimamente sto sperimentando con gli effetti sul sassofono e potrei esplorare quella direzione. E mi piacerebbe continuare a lavorare tanto sulla voce: penso di aver trovato un territorio mio, ultimamente, in quell’ambito. E ovviamente ci sono due o tre persone con cui mi piacerebbe tantissimo collaborare.

a cura di
Arianna Spennacchio

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