La seconda giornata del festival si conferma tutta incentrata sul cinema americano: dal noir anni ’40, fino al cinema sperimentale e alla New Hollywood, per chiudere con il capolavoro di Lynch Wild at Heart.
L’edizione XL del Cinema Ritrovato continua a regalare gioie agli appassionarti della Settima Arte. La seconda giornata di festival è passata all’insegna del grande cinema americano con quattro splendidi restauri di pellicole imperdibili e con i saluti di un’emozionata Isabella Rossellini davanti alla folla di Piazza Maggiore.
“Network” (S. Lumet, 1976)
Pochi registi possono vantare una carriera longeva e gloriosa come quella di Sydney Lumet. La sua consacrazione arriva già nel 1957 con 12 Angry Men, girato ad appena 32 anni, e da quel momento il regista originario di Philadelphia è sempre stato molto ricettivo nel comprendere i cambiamenti in atto nel cinema statunitense, spesso precedendoli grazie al suo cinema.
È così riuscito a diventare uno dei maggiori esponenti della New Hollywood, grazie a pellicole imprescindibili come Serpico (1973), Dog Day Afternoon (1975, forse la miglior interpretazione di Al Pacino) e, ultimo solo in ordine temporale, proprio Network, uscito nel 1976, presentato al Cinema Ritrovato in un nuovo restauro 4K.
Ambientato nel nevrotico e infernale mondo del giornalismo televisivo, Network segue le vicende di alcuni indimenticabili personaggi, l’equipaggio del telegiornale di punta della fittizia rete televisiva UBS. Tra questi l’anchorman veterano Howard Beale (Peter Finch), futuro messia televisivo, e la capa della programmazione Diana Christensen (Faye Dunaway), incapace di vivere una vita normale senza pensare allo share televisivo.

Lontano dalla lettura eroica che del giornalismo aveva dato Alan J. Pakula in Tutti gli uomini del Presidente’, uscito proprio lo stesso anno, la televisione di Lumet è un’arma di distrazione di massa, un palliativo dall’etica sempre negoziabile che riesce appena a fornire un tenue sollievo alle masse americane.
Queste, inebetite e depresse a causa delle notizie sulla crisi petrolifera globale e dalle tremende immagini provenienti dal Vietnam, possono essere tenute tranquille solo attraverso la costante iniezione di materiale distruttivo, poco importa che si tratti del tentato suicidio in diretta o di una vera rapina a mano armata.

All’interno di una nuova Ora dell’Odio Orwelliana, la televisione amplifica le parole di figure savonaroliane dalla dubbia sanità mentale, fornendo loro ufficialità e una gigantesca platea a cui rivolgersi, entrando direttamente nei loro salotti. Ma, come ricorderà nel suo monologo il capo della UBS Arthur Jensen (Ned Beatty) ‘il mondo è un business’, e sono le regole del denaro a determinare la salita e la caduta dei profeti del Quinto Potere.
“Double Indemnity” (B. Wilder, 1944)
Film dal ritmo implacabile ed eletto da critica e pubblico come uno dei noir per eccellenza, Double Indemnity di Billy Wilder racchiude al suo interno una delle migliori interpretazioni di Barbara Stanwyck, qui nel ruolo della femme fatale Phyllis Dietrichson, machiavellica e letale come un ragno al centro di una tela di bugie.
La sceneggiatura, come sempre nel cinema di Wilder, è centrale nella realizzazione del film e giova anche della collaborazione con Raymond Chandler, creatore dell’Ispettore Marlowe e uno dei padri putativi del noir. Il materiale di partenza è, come per Ossessione, un romanzo di James M. Cain, a cui tanto deve il cinema crime e che venne abilmente ripulito così da poter passare la censura.

Il botta e risposta tra i personaggi si consuma su schermo con un ritmo implacabile, regalando alcune delle linee di dialogo più iconiche del cinema americano. Le conversazioni tra Walter Neff (Fred MacMurray), l’assicuratore-poi-assassino, e Phyllis avvengono dietro un velo di metafore e supposizioni che sembra celare al loro interno la verità, quasi mai esplicita ma compresa senza bisogno di eccessive spiegazioni sia dai personaggi che dal pubblico.
La presenza di Edgar G. Robinson – uno dei più importanti volti del cinema noir fin dalle sue origini negli anni ’30 -, qui nel ruolo dell’investigatore assicurativo Burton Keyes, completa un cast di eccellenza.
La sua chimica con Neff scalda il cuore come il fiammifero che l’assicuratore-poi-assassino utilizza per accendere i lunghi sigari di Keyes. Il gigante con il piccolo fiammifero che aiuta il piccolo investigatore col grosso sigaro.

Non si può fare a meno di tifare per entrambi nella speranza, vana, di una risoluzione che possa vederli ancora insieme. Ma lo spietato finale-inizio, inquietante e quasi soprannaturale, rende il tutto chiaro fin dall’inizio. Non si può fregare il sistema cercando di farla clamorosamente franca.
“The Terror” (R. Corman, 1963)
Anche in questa seconda giornata non poteva mancare l’appuntamento con Roger Corman, il Re dei B-movie. Completamente diverso dal thriller beatnick A Bucket of Blood, The Terror prende il via dalla volontà del regista di realizzare un film influenzato dalle opere di E. A. Poe, di cui Corman aveva già girato alcune trasposizioni cinematografiche come House of Usher (1960) e The Raven (1963), di cui qui vengono riutilizzate le sceneggiature.
Il film, pur non basandosi su un racconto di Poe, è fortemente ispirato dai suoi lavori, specialmente Ligeia e Morella, e riporta al suo interno dinamiche e topoi fortemente poeiani. Il fantasma della donna che perseguita il marito, i segreti nascosti dietro i muri, le maledizioni, gli incubi premonitori, sono tutti elementi che aiutano a creare un’atmosfera inquietante e sospesa.

Il protagonista del film è un giovane Jack Nicholson, nelle vesti del tenente napoleonico André Duvalier mentre l’antagonista è interpretato dal grande Boris Karloff nel ruolo del malinconico Barone Von Leppe. Come ha ricordato durante l’introduzione la seconda figlia di Roger, Catherine Corman, il vestito indossato da Nicholson era quello utilizzato da Marlon Brando in Désirée, dove interpreta Napoleone Bonaparte.
Dato che Corman era iscritto al sindacato dei registi e stava girando altri film in quel periodo, dovette necessariamente commissionare alcune scene ai suoi aiuto-registi, tra i quali spiccava un giovanissimo Francis Ford Coppola.

Nonostante siano presenti tutti i criteri del cinema cormaniano al suo interno – l’ironia, l’intelligente riutilizzo di attrezzature e set e il pochissimo budget -, The Terror presenta uno stile innovativo, frammentato e quasi sperimentale, che sembra quasi anticipare la fase onirica del successivo cinema indipendente americano.
Lascio adesso la parola, anzi la penna, alla mia collega Claudia Camarda, che ci racconterà dell’accoglienza di Piazza Maggiore per Isabella Rossellini e della fantastica proiezione di Wild at Heart.
“Wild at Heart” (David Lynch, 1990)“
Piazza Maggiore, ore 21.45. Il film di questa seconda serata è uno dei capolavori di David Lynch: Wild at Heart. Tratta dall’omonimo romanzo, la quinta pellicola del regista si va ad inserire accanto a Blue Velvet e Twin Peaks nel filone del racconto della distruzione della facciata del sogno americano. In questo caso specifico, però, quest’ultima è sgretolata fin dall’inizio, restituendo così una realtà frammentata. Unica guida in questo caos è il mito de Il mago di Oz, che, di conseguenza, è sia metafora che inserto immaginifico.
Sailor (Nicholas Cage) e Lula (Laura Dern) incarnano un tipo di amore assoluto che, paradossalmente, è reso possibile solo dall’orrore del mondo che li circonda. Ad animarli è una passione bruciante, sia che si tratti del sesso, sia che siano a ballare. Non a caso, il fuoco è un elemento ricorrente nel corso del film. Le fiamme portano alla distruzione totale delle bugie della vita medio-borghese americana, ma, allo stesso tempo, sono anche responsabili della nascita di un legame indissolubile tra innamorati.

Ad introdurre questo film vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1990 è stata Isabella Rossellini, interprete di Perdita Durango, una femme fatale che può parzialmente ricordare il suo personaggio in Blue Velvet. Bella e seducente, Perdita Durango nelle intenzioni di Lynch doveva però avere anche un certo grado di ripugnanza, ragion per cui la Rossellini decise di ispirarsi alla figura di Frida Khalo.
La proiezione è stata un evidente successo a giudicare dall’entusiasmo di Piazza Maggiore, particolarmente affollata in questa serata. D’altro canto, per usare le parole di Isabella Rossellini che, davanti ad una piazza così gremita di persone, ha voluto omaggiare David Lynch: “Da una parte c’è la tristezza di averlo perso, dall’altra la meraviglia di quanto è ammirato e capito oggi”.
A domani per una nuova giornata de Il Cinema Ritrovato 2026!
a cura di
Tommaso Rubechini e Claudia Camarda

